Skip to main content

La guerra che comincia dopo la piazza. L’analisi di Pagani

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Milano non è Belfast. Proprio per questo la difesa cognitiva delle democrazie ha bisogno di una dottrina che stabilisca chi misura, chi attribuisce, chi parla e chi cura, e di limiti che non si negoziano. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di Intelligence e guerra cognitiva

Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre il centro di Milano è stato teatro di una guerriglia urbana senza precedenti recenti, esplosa a margine di un corteo contro il carovita convocato sui social e replicata il giorno successivo senza alcuna convocazione ufficiale. Il bilancio è noto: oltre duecento persone accompagnate in Questura, quasi tutte minorenni, negozi devastati e saccheggiati, una città ferita. Due giorni dopo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito quei fatti “il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida”, parlando di una “controeducazione” che i ragazzi subirebbero sui social.[1] Il governo si è diviso. Salvini ha negato qualsiasi regia russa, la presidente del Consiglio ha chiesto all’intelligence un rapporto in tempi rapidi, il ministro dell’Interno Piantedosi, dopo aver inizialmente avallato la lettura del collega, ha dichiarato di non avere evidenze che i giovani fossero manovrati.[2]

Il dibattito si è così incagliato su una domanda binaria, se ci sia o no la mano straniera, che è la domanda sbagliata. Non perché la minaccia non esista: la Russia, e non soltanto la Russia, conduce da anni operazioni di influenza contro le democrazie europee. Ma perché, posta in questi termini, la domanda produce due errori speculari, entrambi pericolosi. Il primo è il negazionismo, che archivia ogni riferimento alla guerra cognitiva come un alibi del potere. Il secondo è l’iper-attribuzione, che scarica su un nemico esterno una rabbia le cui radici materiali sono tutte nostre. La domanda giusta è un’altra: in quale punto un attore ostile può agganciarsi a una frattura reale, e che cosa deve fare uno Stato democratico per impedirglielo senza smettere di essere democratico?

La legge dell’innesto

Per rispondere conviene partire da un confronto. A giugno, a Belfast, un accoltellamento nella parte nord della città è diventato in poche ore il detonatore di più notti di violenza razzista, con famiglie costrette a fuggire da case date alle fiamme e una lista di abitazioni di migranti fatta circolare prima della seconda notte di scontri. Il meccanismo è stato documentato con precisione. Account di grande seguito hanno diffuso informazioni false sulla vittima, presentata come un quindicenne mentre aveva più di quarant’anni; il video dell’esplosione di un gasdotto in Daghestan è stato rimontato con cori anti-immigrati per far credere a un incendio appiccato a Belfast; agitatori che, come ha detto la ministra della Giustizia nordirlandese Naomi Long, avrebbero faticato a trovare Belfast su una carta geografica hanno soffiato sul fuoco da lontano.[3] Gli osservatori europei sulla disinformazione hanno ricordato come la propaganda russa sfrutti da tempo esattamente queste fratture interne, trovando amplificatori volontari o inconsapevoli negli attori politici locali.[4]

Belfast illustra la legge fondamentale di ogni operazione cognitiva: nessuna campagna, per quanto sofisticata, fabbrica dal nulla migliaia di persone in strada. Servono un terreno sociale ricettivo, fatto di deindustrializzazione, paura e risentimento, e un punto di innesto, cioè un evento che consenta di saldare quel risentimento a un bersaglio prescelto. L’operazione non crea la rabbia, la orienta. A Milano, allo stato delle conoscenze, l’anatomia è diversa. La mobilitazione appare acefala, nata da reti preesistenti di adolescenti legate alla musica, al calcio e alla moda, che si sono sincronizzate attraverso Telegram e TikTok, mentre gli stessi promotori del corteo sul carovita prendevano le distanze dalle violenze e la sigla che ha tentato di dare continuità politica agli scontri compariva soltanto a cose fatte.[5] Ragazzi di quindici anni e anche meno, in larga parte incensurati, italiani e di seconda generazione insieme: il più piccolo, ha ricordato la stessa presidente del Consiglio, ne ha undici. È la fotografia di un disagio endogeno, non di una regia esterna.

Il vero bersaglio è la risposta

Fermarsi qui, però, sarebbe ingenuo, perché la guerra cognitiva non ha bisogno di organizzare una rivolta per trarne profitto. Le basta sfruttarne la seconda vita. Non è un caso che Mosca abbia commentato con zelo il caos in Italia, Francia e Spagna:[6] l’immagine di un’Europa in fiamme, incapace di governare le proprie periferie, è un prodotto narrativo prezioso, da esportare verso il Sud globale e da rivendere in casa nostra. A un attore ostile non interessa che un gruppo di ragazzi saccheggi un negozio di scarpe in centro; gli interessa moltissimo che lo Stato italiano reagisca nel modo che conferma la sua narrazione.

È qui che si gioca la partita. Ogni operazione di influenza ben condotta mira a un effetto di secondo ordine: polarizzare la risposta, spingere la democrazia a comportarsi come il suo avversario la descrive. Se una generazione si sente esclusa, ogni misura che la tratti come una popolazione nemica, che si tratti dell’etichetta sprezzante, della militarizzazione simbolica delle piazze o dell’idea che dei ragazzini siano “manovrati” e dunque privi di ragioni proprie, non disinnesca la rabbia ma la certifica. Le scienze cognitive conoscono bene questo effetto di ritorno: le credenze attaccate frontalmente, soprattutto quando sono identitarie, invece di sciogliersi si irrigidiscono. Dire a un sedicenne di periferia che il suo malessere è un prodotto dei russi è il modo più efficace per consegnarlo a chiunque gli dica il contrario.

C’è poi un secondo danno, più sottile. L’attribuzione pubblica è una moneta, e come ogni moneta si svaluta quando viene emessa senza copertura. Un’autorità politica che attribuisce un fenomeno a un’operazione ostile senza che gli apparati possano sostenerlo con evidenze spende una credibilità che servirà il giorno in cui l’attacco sarà reale e documentato. Nella deterrenza contro le minacce ibride la credibilità dell’attribuzione è quasi tutto: chi grida al lupo per le ragioni sbagliate non viene creduto quando il lupo arriva davvero.

Una dottrina che dica chi fa che cosa

Il problema italiano, allora, non è la mancanza di consapevolezza. Crosetto ha il merito di aver posto la questione della guerra ibrida da anni, quando pochi lo ascoltavano. Il problema è la mancanza di una dottrina. Una dottrina, nel senso militare del termine, è un corpo di regole condivise che codifica chi fa che cosa, con quali strumenti, sulla base di quali evidenze e sotto quale controllo. Senza dottrina ogni crisi diventa un’occasione per improvvisare, e in questo campo improvvisare è già una vulnerabilità.

Il primo principio di una dottrina seria è la separazione tra due grandezze che il dibattito pubblico confonde di continuo: la minaccia e la vulnerabilità. La minaccia è l’attività dell’avversario, fatta di reti di account inautentici, contenuti coordinati, finanziamenti occulti, amplificazione artificiale. La vulnerabilità è la condizione del bersaglio: la povertà, l’esclusione, la sfiducia, la solitudine digitale degli adolescenti. Le due grandezze vanno misurate con strumenti diversi e affidate a soggetti diversi. La minaccia è materia di intelligence e di sicurezza; la vulnerabilità è materia di politiche sociali, scolastiche e urbane. Confonderle significa trattare con strumenti di polizia un problema sociale e non vedere la minaccia vera quando si presenta.

Il secondo principio è che la minaccia si misura prima di nominarla. Come nel dominio cibernetico esistono indicatori di compromissione e di attacco, così anche nel dominio cognitivo esistono parametri osservabili: picchi anomali nella creazione di account, sincronie innaturali di pubblicazione, riuso degli stessi contenuti su piattaforme diverse, ingresso massiccio di profili privi di storia, nodi di amplificazione riconducibili a infrastrutture già note. Segnali di comportamento, non di opinione. Un commento con la bandiera russa sotto un video non è un indicatore di attacco; una rete coordinata che accompagna un evento fin dalla sua genesi lo è. La valutazione va espressa in gradi di confidenza, come in ogni threat assessment, e deve restare sotto il controllo di un analista umano, perché nessun algoritmo di rilevamento può stabilire da solo chi sia un nemico.

Il terzo principio riguarda la catena che collega l’analisi alla decisione. Gli apparati informativi, il Dis, l’Aisi e l’Aise nel perimetro della legge 124 del 2007, producono la valutazione; il decisore politico la riceve e ne risponde; la comunicazione pubblica dell’attribuzione spetta a un’autorità designata, che parla quando l’evidenza lo consente e con il linguaggio dell’evidenza, non a ogni ministro da ogni palco. Alla Difesa spetta un compito preciso e rilevante: proteggere il personale militare e le catene di comando dagli attacchi cognitivi, presidiare la dimensione esterna del contrasto, operare nel quadro alleato. Lo spazio cognitivo dei cittadini, però, non è un teatro operativo delle Forze armate, e l’ordine pubblico resta materia dell’Interno e della magistratura. È una distinzione che non indebolisce la difesa: la rende legittima.

Dentro la Costituzione, non nonostante la Costituzione

Si arriva così al cuore del problema. La guerra cognitiva non procede per messaggi isolati: articola la sua strategia lungo il filo di una narrativa di fondo, che nel caso russo racconta un Occidente decadente, ipocrita, incapace di mantenere le promesse fatte ai propri cittadini. Ogni notizia falsa è soltanto una perla di quella collana. Per questo una democrazia deve combattere sul terreno cognitivo, e deve farlo con una contronarrativa capace di smontare alle fondamenta quella dell’avversario. Senza questa solidità la difesa si riduce a un ping pong di smentite, inutilmente defatigante e privo di costrutto nel medio e lungo termine: l’avversario lancia, noi rincorriamo, e il racconto di fondo resta in piedi. Ciò che distingue una democrazia non è la rinuncia al campo di battaglia, ma il modo di starci. Non può creare profili falsi per orientare i propri cittadini, non può istituire una verità di Stato, non può sorvegliare le opinioni: la sua contronarrativa è forte proprio perché è vera, verificabile e dichiarata. L’articolo 21 della Costituzione non è un ostacolo alla difesa: è esattamente ciò che si difende. Ne discende un criterio operativo semplice e solido, quello di colpire i comportamenti e non i contenuti. L’inautenticità, il coordinamento occulto, l’impersonificazione, il finanziamento estero non dichiarato sono condotte che si possono accertare e contrastare senza entrare nel merito di ciò che le persone pensano. Un’opinione sgradevole resta libera; una rete di bot che la simula non è libertà di espressione, è una frode.

Gli strumenti esistono già, almeno in parte. Il Digital Services Act obbliga le grandi piattaforme a valutare e mitigare i rischi sistemici per il dibattito civico e prevede un meccanismo di risposta alle crisi; le norme europee sull’intelligenza artificiale impongono obblighi di trasparenza sui contenuti sintetici. Il lavoro da fare è di integrazione: far dialogare intelligence, autorità di regolazione, Polizia Postale e piattaforme secondo procedure tracciabili, con il controllo del giudice sulle misure che incidono sui diritti e con la vigilanza del Copasir sull’attività degli apparati. Ogni passaggio deve lasciare traccia, ogni misura deve essere proporzionata e reversibile, ogni cittadino deve poter sapere perché un contenuto è stato rimosso o un account sospeso. La trasparenza non è un costo della difesa democratica, è la sua arma principale, perché è proprio ciò che l’avversario non può permettersi.

C’è infine un articolo della Costituzione che nel dibattito sulla guerra ibrida nessuno cita, ed è forse il più importante: il secondo comma dell’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Se la guerra cognitiva vive di innesti su fratture reali, ridurre quelle fratture è difesa nel senso più letterale del termine.

Prevenire, scegliere voci credibili, ricucire

Una contronarrativa solida, del resto, si prepara prima e non si insegue dopo. La smentita a posteriori arriva tardi, raggiunge chi era già convinto e spesso rafforza ciò che vorrebbe demolire. Le tecniche di prebunking e di inoculazione, che consistono nello spiegare in anticipo come operano le manipolazioni e nell’esporre le persone a forme attenuate delle tecniche persuasive perché imparino a riconoscerle, hanno dato risultati misurabili e sono perfettamente compatibili con una scuola democratica. Insegnare a un quattordicenne come si costruisce un video falso, come si gonfia artificialmente un canale, come un algoritmo seleziona ciò che lo farà arrabbiare, non è propaganda: è l’educazione civica del ventunesimo secolo.

Conta poi chi parla. La credibilità non si decreta, si costruisce attraverso voci di cui il destinatario si fida: un insegnante, un allenatore, un educatore di quartiere, un artista della stessa scena musicale. Un ministro che in televisione spiega ai ragazzi di periferia che sono stati manipolati non sarà mai una voce credibile per loro; una rete diffusa di adulti presenti nei luoghi della loro vita può esserlo. Talcott Parsons chiamava mantenimento del modello latente la funzione con cui una società preserva e trasmette i valori che la tengono insieme, affidata alla scuola, all’università, alla cultura, all’associazionismo. È questa l’infrastruttura critica della difesa cognitiva, e va finanziata con programmi stabili, non con campagne emergenziali.

La prova di Milano

Milano non è Belfast, e non bisogna fingere che lo sia. Ma proprio la differenza tra i due casi è istruttiva. A Belfast la regia ha preceduto la piazza; a Milano la piazza ha preceduto ogni tentativo di regia. Nel primo caso il compito della difesa era scoprire e smontare un’operazione; nel secondo è impedire che una frattura sociale ormai aperta diventi il punto di innesto della prossima. Sono missioni diverse, ed è per questo che servono una dottrina e una chiara distribuzione dei compiti.

La guerra cognitiva si vince o si perde sulla fiducia. Chi la combatte contro di noi non punta a farci credere una menzogna precisa, ma a convincerci che nessuno meriti di essere creduto: né le istituzioni, né i giornali, né i vicini di casa. La risposta più efficace non è uno Stato che grida al nemico, ma uno Stato che non ha bisogno di mentire, che misura prima di parlare, che colpisce le frodi senza toccare le idee e che si occupa delle ragioni per cui una generazione si sente fuori dalla città. Le democrazie occidentali non devono difendersi nonostante i propri limiti costituzionali, devono difendersi attraverso di essi. È l’unico vantaggio strategico che nessun avversario autoritario potrà mai copiare.

[1] Crosetto: “I fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida”. Il Foglio, 20 ottobre 2026; sull’assenza di allarmi specifici confermati dalla Difesa cfr. Quotidiano.net, 20 ottobre 2026.

[2] Open, 21 ottobre 2026, sulla richiesta di un rapporto all’intelligence e sulle posizioni di Salvini e Piantedosi; per la successiva dichiarazione del ministro dell’Interno («nessuna evidenza che i giovani a Milano fossero manovrati») cfr. le agenzie del 21 ottobre 2026.

[3] Hope not Hate, «The Belfast Riots: Disinformation, Mobilisation and the Far Right», 15 giugno 2026; Middle East Eye, 11 giugno 2026; GCN, 10 giugno 2026.

[4] EDMO, «Dublin, Southport, Belfast: Who is Fanning the Flames?», Weekly Pulse, 18 giugno 2026.

[5] L’Espresso, 23 ottobre 2026; Quotidiano.net, 20 ottobre 2026. Sulle perquisizioni della Digos in diciotto città, con cento persone identificate di cui cinquantuno minorenni, cfr. Open, 23 ottobre 2026.

[6] Open, 21 ottobre 2026.


×

Iscriviti alla newsletter