Dallo sciopero nelle miniere del Kentucky a quello alla Hormel di Austin, fino ai rider e agli autisti di New York. Il cinema diretto di Kopple racconta un’America che lavora ancora senza tutele
La macchina da presa si infila come un’ape nei neri budelli delle miniere di carbone. Minatori intenti a picconare, aprono cunicoli sotterranei, fissano supporti alle piccole volte, il materiale potrebbe franare da un momento all’altro. Sudore a rivoli sui volti, sforzi estremi, la polvere di carbone mentre intoppa il respiro si accomoda pian piano, mese dopo mese, nei tuoi polmoni. Un simpatico trucco nero ti dipinge la faccia: “entriamo tutti diversi, bianchi, gialli e negri, ma usciamo tutti neri, tutti uguali”, commenta un operaio sdrammatizzando, con due denti mancanti al suo rassegnato sorriso.
Kentucky, 1975. Stiamo rivedendo il primo film della trilogia dedicata alle lotte operaie negli Stati Uniti, della regista Barbara Kopple (1946): Harlan County, U.S.A. (1976). Eccoci adesso catapultati in esterno giorno, a ridosso dei cancelli della miniera: dentro una manifestazione di uno sciopero durato 9 mesi. Per rivendicare diritti inesistenti: giorni di malattia non pagati, nessun tipo di assistenza; ferie, possibili, ma non retribuite. Salario irrisorio. Normali diritti dei lavoratori inspiegabilmente assenti nella più “grande” democrazia occidentale, mentre in Europa, di qua o di là dalla cortina, esistevano da anni.
Ora arrivano degli energumeni, assoldati dai proprietari, armati di bastoni, pronti a picchiare gli operai che tengono i picchetti davanti all’entrata, spingendo dentro, al “lavoro”, i “crumiri”, coloro che si oppongono allo sciopero. Ma l’autentica avanguardia degli scioperanti sono le donne, anche esse armate di bastoni (una di loro, sfacciata, nasconde un revolver nel reggiseno!) e gridano con coraggio contro i picchiatori che, in fondo, temono di avanzare. Lo sceriffo, in borghese, nel mezzo, cerca di placare gli animi. Ogni tanto automobili e truck con a bordo i crumiri si aprono a forza un varco (le donne e gli uomini debbono cedere il passaggio altrimenti verrebbero investiti). Ma sono poche decine. Lo sceriffo prova a portare la calma, ma è a favore dei picchiatori. Le donne lo contestano, e rivolte a un energumeno, gridano allo sceriffo, “Arrestalo! Ha brandito una pistola minacciandoci!”.
“Se sei malato ti costringono a lavorare”
Harlan County, U.S.A. è il più denso, stratificato, potente, drammatico, straripante, documentario in autentico stile cinéma direct (ossia, con la camera a mano, sui fatti, in diretta), realizzato negli Usa, non solo dedicato a uno sciopero storico, ma primo prorompente manifesto cinematografico di rivendicazione dei diritti dei lavoratori nel cuore del mitico Paese del “self made man”. Un Paese “democratico” dove, ancora a metà degli anni Settanta, un operaio era trattato “come un mulo da lavoro”. Aggiunge un altro operaio: “Se sei malato ti costringono a lavorare, non puoi metterti in malattia, senza stipendio: così lavori sino a che non diventi completamente non abile al lavoro (situazione kafkiana): è l’unica condizione per avere un ridicolo assegno sociale. Ma ormai sei inabile anche nella vita. (…) Diversi operai sono morti per intossicazione da carbone”, senza arrivare al magro assegno di disabilità.
Come Dziga Vertov
Kopple filma con la forza di inquadrature spiazzanti: nel buio delle caverne di carbone illuminate a sprazzi dalle luci traballanti delle torce sulle fronti dei minatori; negli esterni assolati, a ridosso dei cancelli della miniera, dove si oppongono scioperanti, picchiatori e crumiri; nei villaggi inquinati dal carbone; o quando la guardia nazionale arresta i pacifici manifestanti con mezzi brutali. Incolla i nostri occhi ai molti pp e ppp di volti arrabbiati, delusi, autoironici: di uomini e, soprattutto, di coraggiose donne che gridano i loro diritti calpestati. Un montaggio stretto, sincopato (come in L’uomo con la macchina da presa, 1929, di Dziga Vertov), che ti sospende il battito del cuore, investendo il racconto di uno straordinario abito “rivoluzionario”, probabilmente apprezzato da Sergej Michajlovič Ejzenštejn.
Harlan County (1976) esce quando in Italia Bernardo Bertolucci realizzava Novecento. Sarebbe interessante tracciare un parallelo tra Kopple e Bertolucci sull’estetica del racconto delle lotte di contadini e operai, tra primo e secondo Novecento, di qua e di là dall’Atlantico.
American Dream (1990)
Quattordici anni dopo, ecco Kopple ancora in prima linea: a filmare gli operai e i loro picchetti, le assemblee, le lotte dei sindacati, davanti alla fabbrica della Hormel Foods di Austin, scioperi iniziati nel 1985: American Dream (1990). Stessi diritti da rivendicare: orario di lavoro inaccettabile, salari ridicoli, e nessuna copertura per malattie e ferie, oltre a licenziamenti immotivati. La camera ancora si insinua a serpente tra i lavoratori nelle manifestazioni lungo le strade, affrontando anche i militari, montando in alternato, metaforicamente, la catena di montaggio che trasforma i vivi maiali in scatolette e carne sotto plastica. E poi le accese discussioni in assemblea, su come decidere il giusto salario e il giusto orario di lavoro, che talvolta finiscono in aggressioni tra operai. Kopple non ci risparmia i momenti drammatici: come la notizia dei 587 licenziamenti ad opera della Hormel Foods. Tutto in diretta. Arriva il premio Oscar per il miglior documentario. Kopple è la prima donna a ricevere l’ambita statuetta nella sezione documentario.
Union Town (2026)
Dopo oltre sessanta anni da Harlan County, U.S.A., ai lavoratori americani sono riconosciuti i diritti fondamentali? Macché, non a tutti. Lo scopriamo con Union Town (2026, in seconda anteprima nazionale a Firenze, dopo la Mostra di Venezia 2026). Dedicato agli immigrati, in maggioranza latinos, impiegati nelle aziende di consegna di oggetti e beni: autisti di furgoni (Ups) e rider (Amazon). E ai loro sindacati, nati dal basso, chiamati a rivendicare i mancati diritti basilari del lavoratore: “siamo considerati schiavi”.
Union Town presenta tre racconti sul mondo del delivery. Il primo racconto ci mostra la nota azienda di spedizioni Ups (fondata nel 1907: famosa la divisa marrone dei dipendenti), i cui autisti non solo debbono guidare ma caricare e scaricare pacchi pesanti, e portarli negli appartamenti. Qui seguiamo un’afroamericana, dai capelli già bianchi, che fatica non poco con i colli pesanti, su per le scale dei condomini. Distrutta anche dal caldo della cabina del camioncino (40°). Solo dopo ripetuti scioperi arriverà l’aria condizionata nei furgoni! Gli autisti di Ups sono i primi e gli unici, quando inizia il film, ad avere un aumento di salario da 20 dollari l’ora a 32 dollari. Ma chi lavora nei magazzini, sempre Ups, per esempio, scaricando e sistemando in magazzino pacchi pesanti tutto il giorno, con seri problemi di schiena, è rimasto a dodici dollari l’ora. Naturalmente, non ci sono né copertura medica, né ferie pagate. L’azienda ha spezzato l’orario di lavoro in due blocchi di quattro ore, per pagare meno il part-time. Quattro ore di pomeriggio e quattro ore di notte. Accettare o licenziarsi. La camera segue un giovane uomo che dopo il primo turno, di pomeriggio, va in auto, in un parcheggio, con un panino e due bottigliette d’acqua (le mostra alla camera: “Questa la mia doccia!”), e vi passerà parte della notte, poiché alle 3 del mattino deve riprendere il turno. Non farebbe in tempo ad andare a casa, riposarsi e tornare. Dopo uno sciopero di una settimana, che avrebbe causato, se protrattosi per altri giorni, circa 7 milioni di dollari di perdita, in Ups si sono decisi a portare il salario orario dei part-time sino a 25 dollari l’ora.
I rider di Amazon
Peggiore la situazione dei rider di Amazon (seconda storia montata in parallelo da Kopple). I giovani messicani o ecuadoriani si interfacciano con un account, che smista il lavoro via app. Non hanno mai visto un responsabile in carne e ossa. Se la consegna non si realizza (il destinatario non è rintracciabile; o questi non paga) il collo viene addebitato al rider. Ovviamente, debbono provvedere a una moto, casco, indumenti per la pioggia, carburante, ecc. Il salario orario, ridicolo, è sotto gli otto dollari l’ora. Non solo non vi è copertura medica in caso di incidente, ma il congedo per malattia non è pagato; se il mezzo si guasta il rider non lavora: e deve farlo riparare il più presto possibile. Un giovane messicano racconta di come sia stato rapinato da un delinquente armato di coltello: gli ha portato via lo scooter. La voce fuori campo ci informa che Amazon ufficialmente non ha dipendenti: i rider (20.000 a New York) sono gestiti da società intermediarie, che comunicano via app. Soprattutto si può esser licenziati senza motivo e senza preavviso. Ti viene sospeso l’account. Anche per questo il sindacato creato dai rider ha iniziato una lotta con uno sciopero durato sei giorni, paralizzando le consegne e causando serie perdite ad Amazon.
Amazon “assumerà” gli umanoidi
Nella scala infernale dei diritti non rispettati vi sono i rider di una terza azienda, i cui lavoratori sono pagati meno di quelli di Amazon. “Ero al semaforo, ripartiamo e un’auto mi investe volontariamente e va via: cado a terra, lo scooter danneggiato. Finisco in ospedale per due giorni. Dopo quattro giorni la società mi sospende l’account. Sono senza lavoro. Sono triste. Il mio sogno americano infranto. I miei genitori aspettano che io mandi qualcosa per vivere”. Molti di loro, più poveri, lavorano con le biciclette elettriche.
Questi rider, insieme a quelli “di” Amazon, si sono recentemente battuti per far passare al Consiglio comunale di New York la proposta della legge comunale 1332A (40 voti a favore e 8 contrari), scritta dai loro avvocati e presentata da alcuni consiglieri. Si tratta del diritto al preavviso di 120 giorni per un eventuale licenziamento del rider; inoltre, l’atto di licenziamento deve esser motivato, e si prevede il diritto di opposizione del rider stesso entro tre mesi. Amazon si è appellata contro questa legge comunale. In un altro contesto un responsabile di Amazon ha dichiarato in tv che, in futuro, per evitare problemi con le assenze del personale e le discussioni con i sindacati (“Ha speso 26 milioni di dollari per assumere un esercito di professionisti anti-sindacati”), l’azienda probabilmente userà gli umanoidi per sostituire i circa 300.000 lavoratori in giro per il mondo.
Vivere chiusi in casa
Union Town “mi ha preso tre anni e mezzo di lavoro, incluso un anno e mezzo di montaggio”, ci informa Kopple in conferenza stampa a Firenze. “Ho raccolto testimonianze agghiaccianti. Per esempio quelle di familiari dei rider che vivono nella paura, messicani e sudamericani, chiusi in casa, costretti a non rispondere a chi bussa alla porta, terrorizzati dalla possibilità che sia l’Ice, pronta a rispedire tutta la famiglia nel loro Paese, perché ancora sprovvisti o in attesa di regolare permesso di soggiorno”.
Regia d’avanguardia
Anche in Union Town si alternano diversi pezzi di vita. Interviste ai rider, scene del loro lavoro sotto forti temporali, scioperi, picchetti, manifestazioni, il frequente succedersi di notizie dei tg in cui freddamente si comunica la morte di un rider in un incidente stradale. Le inquadrature e il montaggio di Kopple ti strappano dalla comoda poltrona del cinema e ti scaraventano su quegli scooter sotto tempeste d’acqua, su quelle bici avanzanti a fatica tra la neve, accanto ai volti preoccupati e sofferenti, dai tratti ancora adolescenziali, di questi latinos (e ti commuovi quando la camera arriva sul ppp di una madre, con accanto la bara del figlio nella sua cameretta di New York: “aveva 24 anni, morto investito”).
Ogni fotogramma del cinema di Kopple trova il suo posto naturale; sei trascinato all’interno di un racconto impetuoso come una cascata eppure misurato, grazie a un’avvolgente forza policroma di immagini, parole, grida, musica. Barbara Kopple sa parlare la lingua delle immagini in movimento: è “una donna (nata) con la macchina da presa”.







