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Alla vigilia di Ginevra 2 l’elemento certo che affiora è un diffuso scetticismo di tutti gli interlocutori sul successo degli esiti della conferenza. Al di là delle dichiarazioni, la lettura strategica delle posizioni russe mostra quanto questi ritentano che più si allarga la base dei partecipanti, più aumenti il rischio di fallimento o di inutilità delle trattative.

Per Mosca i veri interlocutori, le vere potenze che a loro volta possono influenzare le forze regionali che ad esse fanno riferimento, sono solo la Federazione Russa e gli Usa. Europa, Turchia, sauditi, iraniani, cinesi sono solo comprimari, quindi sono prima di tutto russi e americani a dovere stendere il canovaccio di base su cui trovare un accordo e far convergere le differenti posizioni, pur sapendo comunque che dalla prima conferenza non potranno uscire risultati eclatanti.

Del resto, sauditi e iraniani, con i loro alleati sul campo rappresentati rispettivamente da opposizione siriana e Hezbollah, stanno logorandosi, perdendo forze, danari e credibilità internazionale. I sauditi appoggiando forze estremiste e sempre più fondamentaliste e gli iraniani correndo il rischio di trascinare, attraverso l’uso di Hezbollah, il Libano e perfino l’Iraq nel disastro.

A nostro avviso invece, il ruolo dell’Europa e della Turchia non sono marginali per il semplice motivo che Obama non è affatto convinto di dovere trattare solo con Mosca, e questo per due ragioni profondamente politiche: primo, non vuole assolutamente riconoscere lo status di pari potenza ai russi, dei quali disapprova l’autocrazia del loro governo o lo scarso rispetto dei diritti umani, nonché tre lunghi anni di appoggio militare ad Assad; secondo, perché non vuole più essere coinvolto come parte primaria nei conflitti regionali di area, nel momento in cui tra molti rischi sta perfino abbandonando l’Afghanistan.

E infatti, trattandosi di una guerra civile sulla sponda del Mediterraneo, gli Usa non ne fanno una questione di potenza o di due potenze egemoni, ma – secondo la dottrina Obama – ne fanno prima di tutto una questione umanitaria, nella quale il ruolo è tutto dell’Onu e delle sue agenzie, per mettere fine alle sofferenze enormi della popolazione civile: apertura di corridoi umanitari gestiti da forze di interposizione Onu, Croce rossa internazionale e ong, con la Turchia “guardiana del Bosforo” a sorvegliare i russi.

Un sostanziale ritorno alla strategia di dividere i paesi in base alle aree di influenza, come fu nella ex Jugoslavia e il contrario della dottrina Bush, che tendeva invece a tutti i costi a tenere a tenere uniti i paesi – vedi Iraq e Afghanistan -, con esiti molto contradditori.

Semmai Europa e Italia decidessero di farsi veramente avanti, il loro ruolo sarebbe assai rilevante. Il vero problema resta da anni sempre lo stesso: Europa e Italia sono in grado di accettare e attuare questo compito?

In conclusione nonostante la rivalità tra Stati Uniti e Russia, l’ingerenza dei Paesi limitrofi, il jiadismo crescente all’interno delle forze dell’opposizione e la criminale politica governativa, la conferenza di pace rappresenta l’unica soluzione strategica oggi possibile e percorribile.

Arduino Paniccia è professore di Studi Strategici Università di Trieste

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Siria, il ruolo dell’Europa e l’Italia nella conferenza a Montreux

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