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Sì, poteva parere una commemorazione, ma l’accenno di Casini in senato al diritto di Berlusconi (che ha segnato vent’anni di storia politica nazionale, non equiparabile ad una storia criminale) di difendersi, in parlamento e fuori di esso, ha costituito il centro del centro del dibattito sulla prosecuzione del governo Letta. La reazione irata di Zanda per la piroetta di Berlusconi, passato in un attimo dalla sfiducia alla fiducia, è stata invece la rappresentazione macroscopica dell’ardore giustizialista che continua ad animare un Pd che resta il principale protagonista di quella politica da “sangue e arena” denunciata da Letta come inaccettabile e pericolosa.

I corifei piddini, in tutte le manifestazioni di giubilo (cartacee, televisive, via mail) per l’andata di Berlusconi a Canossa, sono compatti nell’affermare che il berlusconismo è umiliato e, quindi, finito; Berlusconi non può evitare di pagare il fio dei suoi “misfatti”; e prima si fa ammanettare e meglio è, se si vuole riacquistare credibilità internazionale e tranquilla legalità interna. Qualcuno, più cauto, rileva che comunque Berlusconi impersonifica una forza parlamentarmente reale ma numericamente superflua; così sminuendo, sino a ridicolizzarla, non il gesto ma la motivazione stessa del consenso del leader di Forza Italia ad un governo che non si aspettava un tale atto di coraggio nell’umiltà: che invece merita l’onore delle armi, non l’irrisione.

Ma in parlamento si è sentito ben altro di preoccupante davvero. Si è sostenuto che da ieri è cambiata la storia: perché non esiste più la grande coalizione, ma un accordo politico (quale: spostare l’asticella della durata della legislatura di qualche mese?), fra un Pd egemone, due centrini più o meno solidi e propositivi, e pezzetti di partiti e movimenti che si sono sganciati dalla guida berlusconiana. Se l’analisi politica di cui è capace la classe generale fosse davvero questa, ieri non è da considerarsi una radiosa giornata storica da cambiamento epocale, ma solo una corsa a non farsi porre in quiescenza con anticipo.

Quanti gioiscono per gli strappi parlamentari di ieri, dovrebbero chiedersi se la via della pacificazione nazionale – costitutiva sia della II presidenza Napolitano che del governo Letta – è sempre nelle corde almeno delle persone di buonsenso delle varie forze politiche. Soprattutto, queste ultime, dovrebbero preoccuparsi di spiegare se, da ieri, si può parlare ancora di bipolarismo – rottamato, spezzettato, alterato o rigettato – sul quale commisurare la nuova legge elettorale: che tutti invocano ma pochi seriamente perseguono, giacché l’attuale premio di maggioranza fa gola a troppi politicanti che l’hanno elevato ad unico ideale.

Infine – ma non si tratta di questione da porre in coda all’agenda politica -, Letta ha accennato non casualmente alle condanne della corte di Strasburgo sui deboli diritti della difesa nella amministrazione della giustizia italiana; di messaggi del Capo dello Stato (cioè i richiami a misure come l’amnistia, l’indulto, e la responsabilità civile dei giudici che, in sede politica avrebbero conseguenze positive enormi); nonché di equità fiscale, che costituisce la motivazione stessa della rivolta morale del berlusconismo, in versione autentica o in versione alfaniana o formigoniana.

Di quale nuova storia s’intenda parlare, sarebbe bene che chi se ne fa propagandista chiarisca cosa veramente intende. Sono in diversi a scrivere oggi che esistono progetti neodemocristiani ovvero timori che una solidarietà veterodemocristiana (presumo opportunisticamente) possa raccogliersi attorno a Letta o a Renzi. Per me, francamente, una nuova storia fatta da spezzatini di partiti scomparsi o reinventati apocrifamente in formazioni concorrenti nel campo piddino, ha piuttosto il sapore di un trasformismo velleitario e mal motivato: per assenza di quid culturale, istituzionale, costituzionale. Non è certo con tali formulette che si assicura l’alternanza democratica, ch’era poi il punto di convergenza finale che la fase delle grandi intese avrebbe dovuto assicurare e rafforzare dopo il fallimento clamoroso del bipolarismo antagonistico.

Dalla caccia alle streghe si è passati alla caccia ai traditori che si tradiscono l’un l’altro; e a cadere nell’illusione che, realizzando l’esclusione di Berlusconi per mano giustizialista e anticostituzionale, si sia riportata in Italia tranquillità, stabilità e governabilità, oltre ad una riabilitazione internazionale. Ma questa non è politica. Può essere cronaca poco commendevole, e persino inspiegabile tanto è ingarbugliata di desideri reconditi fondati sull’aria. Soprattutto, non è storia. Le istituzioni non ne escono rafforzate, ma ulteriormente mortificate. E a poco vale citare Benedetto Croce impropriamente, giacché quel passo ascoltato ieri in senato si riferiva al costituente Croce che, a suo modo, protestava per la convergenza di Togliatti sull’inserimento dei Patti Lateranensi nella costruenda nuova carta costituzionale repubblicana.

 

Letta, Alfano & Co., attenti agli abbagli

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