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Il buon fiuto dell’uomo d’affari non ha tratto in errore il fondatore e ad di Amazon Jeff Bezos, che si è aggiudicato il Washington Post (WaPo) per 250 milioni di dollari. Più che ragioni di prestigio o commerciali per sostenere Amazon, sarebbero stati gli “animal spirits” a muovere il re dell’e-commerce mondiale. Lo aspettano decisioni difficili a cui Bezos farà fronte basandosi anche sul suo grande “know-how” digitale. Un punto di forza che non si riscontra tra i big dell’editoria italiana.

Ne è convinto l’ad di Banzai Media Andrea Santagata, che, in una conversazione con Formiche.net, spiega come Bezos abbia approfittato del punto più basso della valorizzazione economica della testata editoriale. Ma con il forte brand del WaPo, l’imprenditore ha tutte le carte in regola per rimettere il gruppo sulla strada della crescita, invertendo la rotta come ha fatto il New York Times.

Le ragioni della mossa di Bezos

“Non credo – commenta Santagata – che la mossa di Bezos sia una strategia che punta solo a rafforzare Amazon, pubblicizzando prodotti su una piattaforma come quella del WaPo. Semplicemente, il gruppo dell’e-commerce non ne ha bisogno. D’altra parte, le grandi testate giornalistiche hanno una grande rilevanza politica che non è mai dispiaciuta agli imprenditori, ma mi stupirei se fosse questo il vero driver dell’operazione. Credo invece che l’interesse reale di Bezos sia per l’informazione in senso più ampio e quello del WaPo è un brand di prestigio e di grande qualità. Tutto dipende da quanto valore si attribuisce ad un asset come il WaPo”.

 

Il fondatore e ad di Amazon, Jeff Bezos

Le sfide del re di Amazon al WaPo

Acquisto facile comunque per Bezos, che ha pagato il WaPo 250 milioni di dollari, cifra esorbitante ma non se paragonata al valore del suo patrimonio personale: 25 miliardi di dollari. “Sicuro, ma non proprio un’operazione filantropica. Anzi, è proprio chi ha soldi che li sa spendere bene, a prescindere da quanto possa rappresentare quell’importo per lui. E Bezos al WaPo avrà molto lavoro da fare, e si troverà di fronte a scelte difficili anche in relazione a costi e personale”.

Il crollo dei giornali e le loro prospettive

La verità secondo Santagata è un’altra: “Bezos ha capito che probabilmente si è arrivati al punto più basso della valorizzazione economica di varie testate editoriali. E il WaPo è uno dei quattro o cinque brand più importanti dell’informazione giornalistica mondiale”. L’ultimo grande flop è del gruppo New York Times (Nyt), che ha venduto il Boston Globe, o meglio, di fatto lo ha quasi regalato, a John W. Henry, proprietario dei Red Sox, per soli 70 milioni di dollari. Peccato però che il Nyt dei Sulzberger lo avesse acquistato nel 1993, 20 anni fa, a ben 1,1 miliardi di dollari, il prezzo più alto mai pagato per un giornale. “Di sicuro – prosegue Santagata – quello di Bezos, se si considera il valore di mercato del WaPo, è stato un grande affare. Alcune testate però stanno vivendo un nuovo momento di ripresa e invertono la rotta, come il Nyt, appunto, che è tornato in utile. Un trend che riguarda i giornali di prestigio e qualità che si sono saputi trasformare”. Come? “Tagliando i costi e puntando sull’innovazione digitale. Un lettore americano non comprerebbe mai il Nyt o il WaPo se non ci fossero le loro edizioni digitali. Negli Stati Uniti, insomma, il lettore cartaceo puro non esiste più. Ma anche quotidiani italiani importanti come il Corriere della Sera o Repubblica sono in fase di trasformazione rispetto anche solo a cinque anni fa”.

Online o tv? Da chi deve guardarsi la carta stampata insomma? “Lo scenario è bimedia – evidenzia – , diviso appunto tra tv e web. I quotidiani cartacei tradizionali sono un segmento ancora in crisi e lo saranno ancora, ma questo non vuol dire che non ci sarà una selezione nell’industria. I grandi brand hanno infatti ottime chance di sopravvivenza“.

Strategie, risorse e Know-how

E chi sarà il grande innovatore nell’editoria italiana? “Non mi sembra che nel nostro Paese ci siano personaggi che si muovono in un’ottica fortemente imprenditoriale come succede negli Usa. Forse si punta sui giornali più per ragioni di presidio, con delle strategie che hanno anche una componente politica. E comunque non so se anche un imprenditore di primo piano come ad esempio Diego Della Valle, socio di Rcs, abbia le capacità economiche per sostenere un’operazione importante come ha fatto, da compratore unico, Bezos con il WaPo”. Ma la differenza è anche un’altra. Il re di Amazon porta con sé non solo risorse fresche ma anche un “grande know-how. E in Italia non mi sembra che ci siano troppe realtà avanzatissime a livello digitale”, conclude l’ad di Banzai Media.

Ecco cosa Bezos ha in più rispetto ai nostri Della Valle

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