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Nella rappresentazione storica della genesi e dello sviluppo del modello denominato “economia sociale di mercato”, alla ricerca di un nuovo ordine possibile per l’Italia e per l’Europa che ci aiuti a superare la crisi più difficile dal secondo dopoguerra ad oggi, si possono evidenziare alcuni “nemici interni” ed “esterni”.

Quanto ai primi, constatiamo le cadute e i tradimenti rispetto ad un ipotetico modello idealtipico, dovuti ad alcune aporie che obiettivamente non mancano nello sviluppo del pensiero di alcuni padri: penso ad esempio alla nozione di “intervento conforme al mercato”, la cui estensione in nome della politica sociale speciale rischia di far venir meno i confini entro i quali il modello stesso si implementa nelle politiche pubbliche.

Si tratta di una questione molto delicata che ha visto nel nostro Paese impegnato in prima linea anche Luigi Sturzo. Durante tutta la vita Sturzo ha tentato di combattere le “tre male bestie della democrazia”. Una di queste per il nostro era lo “statalismo”, non in quanto eccesso di intervento pubblico, bensì in quanto tipologia “ontologicamente” incompatibile con il principio di “libertà”. In definitiva, lo “statalismo”, espressione e manifestazione sistemica dell’intervento non conforme al mercato, tanto per i teorici dell’economia sociale di mercato quanto per Sturzo non investe il “grado” d’intervento pubblico, quanto la “specie”; il minimo grado di intervento non conforme agirebbe come la più minuta crepa che si creasse in una diga: in breve tempo farebbe crollare tutto. In questa affermazione circa la questione di “specie” e non di “grado” dell’intervento pubblico si confrontano due visioni diverse di “mercato” e di “Stato” e del modo in cui la business community e la società civile si relazionano con l’ente pubblico: una visione monistica ovvero poliarchica. In questo contesto problematico, con il professor Francesco Forte abbiamo introdotto la distinzione tra “economia sociale di mercato” ed “economia di mercato sociale”. Con la seconda espressione intendiamo una rappresentazione dell’ordine economico per la quale il mercato si identifica con un “male necessario”, che non andrebbe solo regolato, disciplinato e controllato da uno “Stato forte”, bensì orientato e guidato da uno “Stato” che pretende di omogeneizzare gli interessi e i valori che provengono dalla multiforme e plurale società civile.

Connesso al problema dei “nemici interni”, in quanto in essi ottengono alimento, troviamo i tanti “nemici esterni”. Il nemico esterno numero uno dal quale tutti gli altri discendono, storicamente, è stato il “totalitarismo”; faccio mia la definizione che Sturzo mutuava dallo stesso Mussolini che fece tristemente scuola in tutta Europa: “Tutto nello Stato, dello Stato, per lo Stato. Nulla al di fuori dello Stato”. Qui i padri dell’economia sociale di mercato – con una straordinaria analogia rispetto al pensiero di Luigi Sturzo – rifiutano l’idea che la comunità umana possa essere ridotta ad una qualsiasi collettività organica, una sorta di organizzazione compatta ed omogeneizzata, tesa al perseguimento di un fine. Walter Eucken, Franz Bhöm, Hans Grossman Dörth, per citare solo i firmatari del Manifesto del 1936 che diede inizio alla Scuola di Friburgo, denominata “Ordo”, ma anche e soprattutto Alfred Müller-Armack e Wilhelm Röpke, in quanto padri e massimi esponenti di quel modello economico che Konrad Adenauer e, soprattutto, Ludwig Erhard tentarono di implementare, consideravano estremamente pericolosa questa idea di ordine sociale. La loro idea si basava invece su quella di “ordinamento” nella quale interagiscono tante – potenzialmente infinite – sfere storico-essitenziali, irriducibili alla soluzione omogeneizzante di un qualsiasi ordine: che sia l’ordine politico, economico o qualsiasi altro.

Questa prospettiva anti-organicistica incontrava il pensiero di tanti autori eretici dell’epoca, l’epoca dei totalitarismi, prima, e della crescita smisurata dell’interventismo pubblico dopo. Tra i pensatori eretici dell’epoca c’era anche il nostro Sturzo il quale, con riferimento alla sua teoria dell’ordine sociale, intendeva differenziarsi nettamente dalle visioni “organicistiche-istituzionalistiche”, riferendola al sistema delle autonomie, a partire dall’amministrazione municipale, provinciale e regionale, evitando di reificare concetti collettivi, riconoscendoli come entità terze al di sopra, al di là ed irriducibili alle parti che le compongono. In continuità con l’opera di Gioacchino Ventura e di Antonio Rosmini, Sturzo declina la sua idea di democrazia, in forza della quale ciascuna componente coopera al benessere comune. Le ragioni della proposta teorica di Sturzo si ritrovano nel suo “criterio di libertà razionale e di autonomia locale”, il quale rinvia al principio di autogoverno responsabile, inconciliabile come una visione “dello stato panteista, amministratore e accentratore”.

Tanto i padri dell’economia sociale di mercato quanto Sturzo partivano dal presupposto che la conoscenza umana è limitata e fallibile, per quanto perfettibile, ne conseguiva il rifiuto radicale dell’idea stessa che le istituzioni possano essere concepite come strumento per conseguire fini, quanto piuttosto l’idea che le istituzioni siano il mezzo per consentire la loro selezione, mediante il metodo della libertà: concorrenza, rappresentanza e responsabilità politica. Ne consegue una teoria poliarchica delle istituzioni, articolate secondo il principio di sussidiarietà verticale, orizzontale e circolare (per usare un’espressione cara a Stefano Zamagni) e che possiamo rappresentare con la nozione di governance.

L’economia sociale di mercato ha ispirato la ricostruzione armoniosa del secondo dopoguerra, vincendo sfide che sembravano insormontabili, mettendo alla propria base il principio della centralità della persona e di concorrenza, una condizione tutt’altro che naturale, da lasciare a se stessa, bensì una parte consistente del ruolo che deve giocare la Stato per garantire la libertà degli operatori, contro le tendenze oligopolistiche del mercato.

Allo stesso modo, oggi, davanti a minacce non meno angoscianti e pervasive, essa può accompagnare l’azione delle classi di governo dei Paesi europei, suggerendo la formazione di uno spazio poliarchico in cui gli attori – collettivi e individuali – del mercato e della società civile possano coesistere, contando sul ruolo di arbitro imparziale delle istituzioni politiche, locali, statali e sovranazionali. Non crediamo sia più possibile né tantomeno desiderabile perseverare su obsoleti modelli neocorporativi, i quali rispondono a logiche organicistiche. Occorre invece puntare decisamente a un patto che valorizzi le specificità delle diverse articolazioni della vita associata in un rinnovato progetto comune che veda il principio di sussidiarietà come pilastro indispensabile di una qualsiasi società aperta; una sussidiarietà a tutti i livelli che preveda la dimensione circolare, tipica della governance, come metodo di deliberazione politica.

Sussidiarietà integrale ed economia sociale di mercato

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