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Sette lustri sono trascorsi dall’assassinio di Aldo Moro per mano dei brigatisti rossi senza che si sia ancora chiarito se essi fossero un fenomeno tutto interno alla provincia italiana o anche (e soprattutto) uno strumento esterno manovrato da servizi speciali orientali o d’altro segno, interessati alla destabilizzazione dell’Italia. Troppi orfani del Moro carcerato su mandato “americano” continuano a sommergere il mercato di libri composti dalle ultime lettere dello statista barese, come se questi fosse ostaggio dei partiti democratici, in testa la Democrazia cristiana,
e non dei fanatici terroristi rossi convinti di essere ad un passo dalla rivoluzione egalitarista che avrebbe dovuto caratterizzare un cambiamento della società italiana ed europea.

Non esprimendosi in merito gli ultimi esegeti, sembrano invece minoranze, afflitte ma irrazionali, quei gruppi i quali si ostinano a sostenere che, alla fine, i brigatisti rossi persero la loro ultima battaglia contro lo Stato democratico, mentre Moro, con le sue disperate lettere scritte in evidente costrizione, aveva cercato soltanto, com’era suo diritto, di raggiungere con i propri carcerieri – reali, col tempo tutti individuati, rei confessi – il suo ultimo compromesso e avere salva la propria vita per finalmente riservarla alla sua famiglia, non più alla sola nazione.

Il pensiero autentico di Moro è ricavabile piuttosto da tutto ciò ch’egli pensò, scrisse e impresse del suo sigillo nella politica italiana prima di quel fatale 1978: a cominciare dalla Fuci; dagli scritti mai seriamente considerati de La Rassegna; dalle sue lezioni di Diritto all’Università di Bari; dal contributo al lavoro costituente; dalle sue consuetudini distaccate con la comunità del Porcellino; dal suo lavoro di sottosegretario e di ministro e poi di presidente del Consiglio di un centro-sinistra ormai tardivo e sofferto; da una segreteria democristiana fatta di convegni, caminetti, esplorazioni sul riformismo possibile; dal confronto costante con amici e avversari; dalle analisi permanenti sulla condizione della democrazia in Italia, in Europa e nel mondo; dalla comprensione per le rivolte giovanili onde incanalarle su percorsi realistici e non soltanto fantasiosi e immaginifici.

Dopo trentacinque anni l’Italia non è più quella di Moro. I brigatisti rossi sono scomparsi, hanno ammesso di avere sbagliato strategia e obiettivi “militari” (come, fra gli altri, veniva chiamato lo stesso presidente democristiano), ovvero scrivono libri in cui raccontano le loro non esaltanti esperienze standosene tranquillamente in pantofole nei loro attuali alloggi borghesi. Non c’è più l’Unione sovietica, il grande faro del terrorismo internazionalista. Non ci sono più i servizi cecoslovacchi che badavano all’ordinanza. Non c’è più l’impero sovietico, miraggio e guida di un rivoluzionarismo misterioso, essendosi storicamente rivelato dittatoriale e reazionario.

Non ci sono più che residui piccolo-borghesi di un vecchio, enorme esercito di credenti nella fede del comunismo, una chiesa che non ha più sacerdoti o dottrinarismi, con alle spalle partiti comunisti perennemente allertati contro nemici immaginari che altro non erano che democratici, convinti che progresso e riforme si conquistano con il dialogo e con la ragione, non con la violenza e nemmeno con la prepotenza parlamentare. Dunque, non solo in Italia, non esiste più quell’ampia area di rivoluzionari astratti, conservatori nell’esperienza delle istituzioni democratiche sotto il cui ombrello si sono sempre mantenute e hanno liberamente proliferato le sinistre sentimentali, riuscendo però tuttora a congelare apparati, tecniche propagandistiche, sistemi di finanziamento, mentre le forze antagonistiche d’un tempo, la Dc, il socialismo riformista, i laici e liberali intermedi sono scomparsi
per via giudiziaria o per non avere saputo resistere al gattopardismo divenuto regola di vita politica conveniente e utilitaristica.

La politica non c’è più. I cattolici, una volta baluardo contro l’espansionismo sovietico, sono diventati insignificanti per spirito di adattamento e assenza di progettualità innovativa. I ceti sociali si sono liquefatti o mescolati. Le istituzioni ballano sotto gli impulsi di ristrettissime oligarchie lontanissime dai problemi quotidiani del popolo minuto. Mentre ai giovani nessuno insegna più a nutrire speranza in valori che non prorompono dall’aridità dei computer riempiti di conformismi presentati come il non plus ultra della modernità, e gli Aldo Moro, filosofi del diritto, vengono narrati come fossero stati invece dei combattenti di una guerra di liberazione dalla democrazia, da sostituire con un nuovo ordine nella scia del profetismo di Orwell.

Troppi cattivi maestri invadono da tempo la nostra bell’Italia, che non può reggersi contemplando le sue ricchezze artistiche e paesaggistiche, ma solo irrobustendosi all’interno di un’Europa veramente politica e davvero sovranazionale, non succube dei mercati e delle Borse finanziarie, libera di riappropriarsi delle proprie radici culturali giudaico-cristiane. Non ha senso pretendere l’esclusiva del cambiamento non offrendo altri ideali, contenitori politici credibili e comportamenti guidati da menti, non da slogan ripetuti sino allo stordimento collettivo.
Moro era l’uomo che dialogava con i suoi avversari, tentando di convincerli delle sue ragioni, come di convincere se stesso delle ragioni altrui: che non erano quelle dei brigatisti, bensì di giovani, donne e anziani esclusi dal circuito di una politica chiusa, sorda, cieca e, alla fine, pure muta o soltanto beffarda.

Tornare a Moro non è possibile. Rileggere, invece, il suo autentico pensiero – non quello degli ultimi suoi cinquantacinque giorni, bensì l’altro espresso per tutto il resto della vita – può tornare utile anche a scrutare l’avvenire: con intelligenza degli avvenimenti, com’egli era solito dire.

Giovanni Di Capua,
presidente dell’Istituto per la storia della democrazia repubblicana (Isder)

Aldo Moro, un maestro inattuale

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