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Grazie all’autorizzazione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo il commento di Massimo Tosti comparso sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi

Meno male che Matteo c’è. Ha recitato il ruolo del bravo ragazzo per oltre quattro mesi, facendo da spalla a Pierluigi Bersani (il vincitore delle primarie), giurandogli fedeltà assoluta (e mantenendo la promessa), ma alla fine è sbottato. Nell’arco di ventiquattr’ore ha dato ordine ai parlamentari della sua fazione di presentare un disegno di legge che cancella i rimborsi elettorali ai partiti e ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera nella quale ha bocciato senza appello la manfrina di Bersani che ha fatto perdere un mese di tempo all’Italia che versa in condizioni di gravissima difficoltà. “Il Pd deve decidere: o Berlusconi è il capo degli impresentabili, e allora chiediamo di andare a votare subito; oppure Berlusconi è un interlocutore perché ha preso dieci milioni di voti”. Ergo: o si tratta con lui, per formare un governo di grandi intese, in grado di risolvere i problemi più urgenti del Paese (quelli economici e quelli istituzionali, che i “facilitatori” non possono avviare a soluzione), oppure di nuovo alle urne, il prima possibile.

È entrato a gamba tesa Matteo Renzi, per sparigliare i giochi bizantini che hanno bloccato ogni soluzione, con Bersani “umiliato” dai grillini che continua a inseguirli e rifiuta ogni contatto con Silvio Berlusconi. E gli è capitato quello che capita a ogni calciatore quando entra a gamba tesa. Da destra e da sinistra gli sono piovuti addosso cartellini rossi che ne invocano l’espulsione. A destra temono (con fondamento) che se si tornasse al voto, e Renzi fosse il candidato del centrosinistra, il Pdl perderebbe di sicuro. Berlusconi non uscirebbe di scena in manette (come vorrebbero i grillini, come volevano Di Pietro e Ingroia), ma sarebbe semplicemente (e serenamente) pensionato dagli elettori. Il vertice di potere del Pd accusa Renzi di tradimento (e di intelligenza con il nemico) e lo avverte (Alessandra Moretti, portavoce del segretario del Pd: “Bersani potrebbe essere ancora in campo”. Renzi è consapevole di questo rischio, ma è pronto ad affrontarlo. L’altro ieri, parlando alla Camera del Lavoro di Firenze, ha gettato il guanto di sfida: “Non c’è più tempo”, ha detto: “la politica continua a proporre soluzioni che poi non riesce a concretizzare”. E ha spiegato che occorre “guardare al futuro non solo con gli occhi dei reduci, ma anche con quelli dei pionieri”.

Non c’è bisogno di un interprete per spiegare il senso di questa battuta. Renzi è pronto a scendere in campo fuori del Pd. Sta progettando di presentare una sua lista (come Monti) che punti a recuperare voti sia a destra che a sinistra. A differenza di Mario Monti (bruciato dai troppi errori commessi in un anno di governo), Renzi gode di un carisma intatto. È giovane e innovatore, è riformatore, non ha mai esercitato l’antiberlusconismo forcaiolo, non ha mai tradito la sua militanza nel Pd. Potrebbe raccogliere moltissimi consensi da un’opinione pubblica che disprezza i vecchi partiti (catturando quindi anche molti consensi dei grillini delusi dall’oltranzismo di Grillo). Dopo vent’anni di rissa fra Caimano e anti-Caimano, Renzi potrebbe rappresentare l’unica via d’uscita decente per tutti coloro che sperano in una ripresa dell’Italia. Una faccia nuova, un programma nuovo (a metà strada fra quelli presentati da Pd e Pdl), per traghettare l’Italia nella Terza Repubblica (con la speranza che si riveli migliore della Prima e della Seconda).

Perché Renzi è temuto da Bersani e Grillo

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