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Ospitiamo l’intervento di Diego Menegon, uno dei firmatari del manifesto-appello di Fermare il Declino e candidato di Fare su risultati e prospettivo del movimento liberista.

Gli elettori hanno usato l’urna come arma per dare una lezione ad una politica incapace di rinnovarsi e per dare un segnale di discontinuità. L’esito del voto può leggersi così: “Se non vi rottamate voi, lo facciamo noi”.

Alla fine ha vinto il voto di protesta e di pancia. Inutile dire che chi, come Fare per Fermare il declino, offriva un voto di “protesta con la testa”, ha perso una grande occasione. Quello di Fare era e rimane il programma più dirompente, con più numeri, il più apprezzato dal New York Times. Inciampati a pochi giorni dal voto, il generoso tributo alla causa dato da Oscar Giannino è andato, in parte, perduto.

Le sfide di Fare

Si avvera, ironia della sorte, proprio la sua previsione: circa il 20% dei parlamentari è stato eletto fuori dai vecchi partiti. Il fatto che tra questi non vi sia una rappresentanza di Fare non ne segna la fine. Il partito deve ora rispondere a quasi 400 mila persone che gli hanno dato fiducia. 400 mila voti non sono pochi, viste le poche risorse, l’imperante paradigma del voto utile e le vicende dell’ultima settimana di campagna elettorale. Sono una buona base di partenza, specie se si confronta il dato con il quoziente elettorale di maggioranza: un deputato ogni 30 mila voti. Il centrodestra ha perso con uno scarto di soli 124 mila voti. Alle primarie del centrosinistra, il vantaggio di Bersani su Renzi al primo turno era di appena 300 mila voti.

La logorante resa dei conti tra fondatori

Ancor più significativo è il fatto che nei giorni immediatamente successivi al voto, mentre fondatori e coordinatori si dedicavano a una logorante resa dei conti (cosa, va detto, in parte fisiologica e naturale quando si manca un obiettivo politico) i 70 mila aderenti abbiano reagito con senso di responsabilità richiamando il partito all’unità. È sintomatico il fatto che alla prima riunione locale postelettorale di Fare per fermare il declino a Roma, che doveva essere ristretta ai referenti dei comitati, la sede fosse gremita. C’è ancora voglia di partecipare e gli aderenti continuano a credere nel progetto e nelle idee che informano il programma di Fare.

Il manifesto ancora valido

Adesso c’è da tener fede ai principi e dare risposte a una crisi che non è più solo economica, ma anche politica. I 10 punti del manifesto che hanno dato vita a Fermare il declino sono ancora argomenti validi e da sostenere nel dibattito politico dei prossimi mesi. Per avere qualche possibilità di lavorare alla loro attuazione serve, ora, offrire soluzioni alla questione istituzionale e contribuire a costruire basi più ampie e solide per cambiare la politica.

I risultati del Porcellum

Il porcellum ha dato la peggior prova di sé, mettendo sotto scacco la governabilità del Paese. Non resta che archiviarlo. Gli elettori hanno voluto dare una scossa alla politica. Ma l’Italia ha anche bisogno di riforme per tornare a crescere. Riforme radicali che comprendono il taglio ai costi della politica ma non si possono limitare a ciò ma comprendere anche le liberalizzazioni, la riduzione della pressione fiscale sul lavoro e imprese, un mercato del lavoro ed un welfare più flessibile e universale. Queste riforme si attuano solo se c’è una maggioranza di governo capace di portarle avanti.

L’uninominale è il sistema elettorale che, se non offre una matematica certezza di governabilità, dà comunque maggiori garanzie all’elettore di poter scegliere con una scheda il proprio rappresentante, una maggioranza, un programma e un governo.

Fare per evitare settarismi

La prossima tornata elettorale porterà con tutta probabilità ad una polarizzazione dei voti, purché le forze politiche che si presenteranno abbiano capito la dura e giusta lezione impartita lo scorso 25 febbraio e sappiano rinnovarsi. Il senso di responsabilità dei partiti deve essere pari, almeno, al senso di responsabilità con cui gli Italiani saranno chiamati a darsi un governo alle prossime elezioni.

Anziché chiudersi nell’autoreferenzialità e nel settarismo, Fare deve mostrare la propria capacità di aggregare e aprirsi a tutte le forze, dentro e fuori i partiti, che vogliono cambiare la politica e credono in una società più aperta. Fare si rivela e si conferma per questi un interlocutore naturale, un perno del cambiamento, e ha le potenzialità, grazie non alla sua spinta ideale e propositiva, ma soprattutto all’attivismo dei suoi aderenti, per promuovere il rinnovamento anche al di fuori dei suoi confini.

Ora resta da capire se nel centrodestra e nel centrosinistra l’abnegazione dei vecchi schemi rispetterà la volontà dell’elettorato di procedere ad una reale formattazione/rottamazione delle strutture esistenti, per aprirsi al dialogo con chi chiede il cambiamento e alla rifondazione su basi nuove dell’offerta politica.

Cari Giannino e Boldrin, ora basta settarismi

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