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Siamo a un bivio, evidentemente. Da una parte una fame crescente di risorse da parte di entità pubbliche e private (stati, famiglie, corporation), alle prese con il necessario rifinanziamento del proprio debito, dall’altra una paura crescente di prestare. Il mercato finanziario globale assomiglia, dal 2007 in poi, a una vecchia carriola arrugginita che se pure si carica sulle proprie ruote montagne di dollari di asset, sembra fatichi sempre più a camminare.

Fra il 2007 e il 2012 la crescita di tali asset, quindi degli scambi di capitale che essi sottintendono, è stata di appena l’1,9%, quando fra il  2000 e il 2007 gli asset crescevano al ritmo dell’8,1%, addirittura più di quanto erano cresciuti fra il 1990 e il 2000 (7,8%).

A metà del 2012, scrive il McKinsey Global Institute, che al tema ha dedicato un ampio e approfondito studio, gli asset finanziari globali ammontavano a 225 trilioni di dollari (225.000 miliardi). Tali asset comprendono le capitalizzazioni di borsa, i titoli di debito (bond) statali o aziendali e i prestiti. Nel 1980 erano appena 12 trilioni. Quindi gli asset si sono moltiplicati quasi per venti. Cosa è successo nel frattempo?

Sostanzialmente sono stati liberalizzati i mercati dei capitali. Le politiche reaganiane dell’inizio degli anni ’80 negli Usa, i primi faticosi passi nell’Eurozona per l’unificazione monetaria che culmineranno nello Sme, l’euforia bancaria nella moltiplicazione del credito. Flussi imponenti di capitali iniziano a muoversi da e verso paesi esportatori e importatori, sorretti dal progresso tecnologico, che facilita le transazioni, e dalla generosità dei mercati.

E’ interessante anche vedere come si è evoluta la composione di tali asset. Nel 1990 il totale era già arrivati a quota 56 trilioni, pari al 263% del Pil mondiale dell’epoca. Di questi, 23 trilioni, ossia il 41,1% erano prestiti; 5 trilioni, ossia l’8,9% erano bond corporate; 8 trilioni, ossia il 14,2%, erano bond di istituzioni finanziarie; 9 trilioni, il 16%, erano bond governativi; 11 trilioni, il 19,64%, era il valore della capitalizzazione di borsa.

Al culmine della lunga cavalcata del credito (o debito che dir si voglia), quindi nel 2007, il totale degli asset era praticamente quadruplicato: 206 trilioni di dollari, pari al 355% del Pil mondiale di quell’anno. In pratica la finanza, nel 2007, valeva tre volte e mezzo l’economia reale.

Ma come erano composti questi asset? 50 trilioni, il 24,2% del totale, erano prestiti non cartolarizzati; 21 trilioni, ossia il 10,1% erano bond del settore privato; 39 trilioni, ossia il 18,9% erano bond di istituzioni finanziarie; 32 trilioni, ossia il 15,5% erano bond statali; 64 trilioni, il 31%, era la capitalizzazione globale di borsa.

Quindi fra il 1990 e il 2007 diminuisce notevolmente incidenza dei prestiti, aumenta il peso relativo dei bond corporate e finanziari, rimane stabile la percentuale dei bond sovrani, aumenta la capitalizzazione di borsa.

La crisi cambia radicalmente questo stato di cose. Gli asset, a metà del 2012, arrivano a 225 trilioni, ma la loro incidenza sul Pil mondiale crolla al 312%, il 43% in meno. Muta anche la composizione degli asset. La capitalizzazione di borsa perde 14 trilioni, da 64 a 50, quotandosi al 22,2% del totale, quasi nove punti in meno rispetto al 2007. I bond governativi passano da 32 trilioni a 47, il 20,8% del totale, ossia il 5,3% in più in cinque anni. Aumentano significativamente anche i prestiti non cartolarizzati, che passano da 50 trilioni a 62, il 27,5% del totale, 3,3% in più rispetto al 2007. Rimangono stabili i bond corporate e quelli finanziari.

Quindi la crescita degli asset, durante la crisi, è dovuta all’aumento di debito pubblico e in larga parte privato.

Ma ciò che preoccupa gli analisti è il tasso di crescita degli asset. Nel quinquennio considerato non è andato oltre un anemico 1,9%. E’ la fine di un’epoca?

Mckinsey non si sbilancia. Si limita a osservare che anche il cross-border capital flows, che misura il grado di integrazione nel sistema finanziario globale, è in declino. Nel 1980 tale flusso pesava 0,5 trilioni. Nel 2007 ben 11,8 trilioni, a metà 2012 appena 4,6, e solo grazie al super lavoro delle banche centrali che con la loro generosità lo hanno tirato su dal livello di 1,7 dove era finito nel 2009. In pratica siamo ancora il 60% sotto l’apice pre crisi.

Insomma, il valore degli asset è cresciuto perché stati e famiglie hanno aumentato il proprio livello di indebitamento, grazie al credito facilitato reso possibile dalle banche centrali, ma i flussi di capitale circolano sempre più al rallentatore.

C’è più debito, ma anche più timore che non venga ripagato.

C’era una volta la globalizzazione.

C’era un volta la globalizzazione finanziaria

Siamo a un bivio, evidentemente. Da una parte una fame crescente di risorse da parte di entità pubbliche e private (stati, famiglie, corporation), alle prese con il necessario rifinanziamento del proprio debito, dall’altra una paura crescente di prestare. Il mercato finanziario globale assomiglia, dal 2007 in poi, a una vecchia carriola arrugginita che se pure si carica sulle proprie ruote…

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