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A volte c’è un che di eroico anche nella normalità. La notizia del fallito attentato al console generale italiano a Bengasi, Guido De Sanctis, rientra nel novero della normalità di chi fa un lavoro a volte pericoloso e rimanda a quelle piccole decisioni eroiche davvero poco esaltate dai media.

L’Italia è infatti l’unico Paese europeo e uno dei due rimasti della Nato (l’altro è la Turchia) ad aver lasciato aperta una rappresentanza nella pericolosa e caotica Cirenaica, dove bande di predoni, gruppi jihadisti armati fino ai denti, salafiti che non vogliono darla vinta al governo centrale di Tripoli (figuriamoci alla democrazia…) girano indisturbati per la città. Hanno già fatto molti danni questi gruppi, sparando prima colpi di bazooka contro l’ambasciatore britannico in visita a Bengasi (lo scorso giugno) e poi assaltando la sede del Consolato americano, uccidendo l’ambasciatore Chris Stevens in uno degli attacchi frontali più brutali che la diplomazia americana abbia subito dal 1979, con la crisi degli ostaggi a Teheran.

L’automobile del nostro console De Sanctis è stata raggiunta da colpi di fucile che per fortuna la blindatura ha respinto. Ma poteva andare peggio, molto peggio.

Alcuni elementi devono essere esaminati se si vuole ottenere una traccia di quanto accaduto a Bengasi e del perché.

Innanzitutto chi ha sparato non lo ha fatto per uccidere. Sembra paradossale affermarlo, ma è così. Non scarseggiano a Bengasi i mezzi e le armi per far saltare in aria una macchina blindata; non c’è alcuna difficoltà a procurarsi un RPG o un bazooka per infliggere danni ben superiori di quelli causati da proiettili che non possono penetrare la blindatura. L’ambasciatore americano è morto in circostanze ben più drammatiche, cinta d’assedio militare com’era la sua residenza.

E allora chi poteva e può avere interesse a intimidire senza uccidere? La lista sarebbe lunga. Ma diciamo che gli indiziati principali sono proprio quei gruppi salafiti, magari in combutta con locali reti criminali, che intendono raggiungere due scopi: il primo politico, di moltiplicazione del caos in Libia per accrescere il proprio ruolo; il secondo tattico, per far chiudere anche l’ultima rappresentanza diplomatica occidentale a Bengasi e avere terreno sgombro per le proprie battaglie. Non può essere escluso a priori che l’attacco al nostro console sia stato motivato da un’immediata ritorsione per l’avvio delle operazioni militari francesi in Mali. Le notizie che arrivano dall’Algeria in queste ore danno la misura di quanto la rete qaedista sia pervasiva e diffusa in tutta la regione e possa scegliere come e quando colpire in risposta a un’offensiva come quella lanciata da Parigi.

Se davvero queste sono le motivazioni di un attacco per fortuna fallito allora sono chiare anche le contromisure da adottare e le posizioni da assumere. Innanzitutto non chiudere definitivamente il nostro consolato a Bengasi, perché è questo che con ogni probabilità i terroristi vogliono. La nostra presenza anche in quella parte di Libia ci conferisce un vantaggio competitivo e una credibilità negoziale che nessun altro possiede.

Bisogna però al contempo ri-ponderare tutta la politica – italiana ed europea – verso il Mediterraneo, un mare ancora instabile e irrequieto, dove i venti della primavera araba continuano a soffiare.

Sarà un processo lungo e tortuoso nel quale l’Italia deve dire la sua con forza e incisività. Anche perché proprio l’avvio delle operazioni militari in Mali apre un nuovo capitolo nella storia, con possibili contraccolpi umanitari e strategici non solo nel Sahel ma soprattutto alle alte mura dei pochi bastioni rimasti in piedi – per motivi assai diversi – nonostante i flutti delle rivolte: il Marocco e l’Algeria.

Il necessario ruolo dell'Italia in Africa

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