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Dovevo aspettarmelo, che un libro dedicato criticamente al mondo digitale (che battezzo mediasfera) avrebbe diviso i lettori (che per fortuna, a quanto pare, vanno crescendo). Da una parte stanno i nativi digitali, per i quali la mediasfera si tocca solo per carezzarla e lisciarla. Dall’altro il ceto medio riflessivo, che ha invece urgente bisogno di argomenti per capire se l’avanzata (a ritmi da Gengis Khan) con cui la mediasfera si espande nelle nostre vite va incoraggiata senza limite (per esempio nelle scuole), oppure va affrontata con qualche accorgimento. All’estremo (diciamo così) destro stanno inoltre le persone (più numerose di quanto si pensi) che di media digitali non ne vogliono proprio sapere, dato che non hanno neanche un computerino in casa; quindi considerano la questione o inesistente oppure una pura e semplice seccatura.
 
Così puntualmente è successo: i gruppi si sono divisi in tre. Ma la forza della polemica è tale che ha fatto perdere di vista il merito della questione. Che cosa ho fatto in Presi nella rete. La mente ai tempi del web? Non ho criticato nessuno e niente a freddo. Ho estratto dalla mediasfera alcuni aspetti e ho cercato di esaminare, con l’occhio attento al passato, ma anche sensibile al futuro, come la mediasfera cambia il nostro ambiente e il nostro modo di comportarci, ossia la nostra ecologia non meno che la nostra etologia. Ho incentrato l’analisi soprattutto sui cambiamenti che riguardano il modo di funzionare della nostra mente e le operazioni cognitive principali (leggere, scrivere, ricordare, imparare, narrare). Alla fine del libro mi è parso necessario proporre anche un’analisi su un fenomeno recentissimo: le manifestazioni di “democrazia digitale” autoconvocata, che, se finora non hanno prodotto risultati tutti positivi, costituiscono pur sempre una novità importante, anche perché è planetaria.
 
In questa analisi mi sono servito di tre mosse fondamentali: indicare e descrivere i cambiamenti, anche con riferimenti al passato e a chi, nel passato, ha riflettuto su analoghi cambiamenti; esprimere, qua e là, valutazioni sul segno (positivo o negativo) di questi cambiamenti; restare dubbioso su alcuni fenomeni (come la “democrazia digitale”), dato che gli sviluppi a cui abbiamo finora assistito non sono ancora sufficienti a farci capire di che segno quei fenomeni sono.
 
È questa lesa maestà? A me sembrerebbe di no. Per dare un’idea, faccio un esempio dei cambiamenti che ho descritto: siccome i media digitali sono soprattutto memorie, perché – ci si chiede – tenere a mente informazioni e dati, se possiamo ritrovarli all’istante pigiando qualche tastino virtuale? Per questo la rete sta operando un enorme trasferimento di memoria, o, se si preferisce, un enorme processo di oblio. Questo processo riguarda soprattutto i cosiddetti nativi digitali, cioè i giovani e giovanissimi che hanno avuto a che fare in misura molto ridotta con altri media. Un esempio meno vistoso, ma non meno importante: la metamorfosi del concetto di autore di un’opera qualunque. L’occidente ha impiegato secoli per elaborare l’idea che un prodotto simbolico (un’opera letteraria, un articolo di giornale, un brano musicale) ha un autore preciso, cioè che c’è una persona che la inventa, ne prende i meriti (o demeriti) e le responsabilità.
 
La rete sta distruggendo questo concetto: un testo può essere elaborato in rete da più autori, magari anonimi o coperti da pseudonimo, in Paesi diversi e lontani, senza che nessuno possa dire “sono io l’autore”. Inoltre, la rete favorisce e sviluppa il taglia-e-incolla come procedura: a un certo punto, nel prodotto di questa operazione non sarà più possibile riconoscere le diverse “mani” e l’autore sarà dissolto. Lo stesso accade sul piano giuridico, con conseguenze ancora non previste: il diritto ha perso il “luogo”. Se commetto un reato per via telematica, ma non sono localizzabile fisicamente, chi potrà mai perseguirmi? Alcuni ambiti sono investiti dal cambiamento in piena faccia, e non mi pare che ci sia una riflessione preliminare appropriata. Per esempio, nessuno ha riflettuto con cura su meriti e vantaggi della rete nell’educazione, ma tutti si sono precipitati solo a cantarne le lodi, sfidando ampiamente il ridicolo.
 
Nella scuola, l’uso della rete introduce un formidabile elemento di rapidità di accesso e di reperibilità di dati introvabili, ma insieme un elemento di deconcentrazione e di superficialità nell’apprendimento; e poi smaterializza alcuni ambiti di esperienza, dove la materialità sarebbe essenziale: pensiamo alla fisica o alle scienze in generale. E infine nessun libro elettronico ha la flessibilità d’uso del libro di carta, sebbene quest’ultimo abbia un peso materiale. È di questi giorni la notizia che nelle università l’ebook stenta a entrare: segno che i ragazzi percepiscono che la flessibilità d’uso del libro di carta è ancora insuperata.
Chi vivrà vedrà. Non sarà certo il ditino del professor Simone che riuscirà ad arginare la spettacolare falla che si è aperta nella diga della nostra cultura diffusa. Ma sarà bene ricordare un motto del grande Elias Canetti (in La provincia dell’uomo): “Il progresso ha dei vantaggi. Ma ogni tanto scoppia”.

La mente ai tempi del web

Dovevo aspettarmelo, che un libro dedicato criticamente al mondo digitale (che battezzo mediasfera) avrebbe diviso i lettori (che per fortuna, a quanto pare, vanno crescendo). Da una parte stanno i nativi digitali, per i quali la mediasfera si tocca solo per carezzarla e lisciarla. Dall’altro il ceto medio riflessivo, che ha invece urgente bisogno di argomenti per capire se l’avanzata…

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