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Proprio nell’anno che vede la chiusura del Grande fratello, come in una sorta di contrappasso dantesco, Cannes premia il film di Matteo Garrone Reality, ambientato in una Napoli postmoderna nella quale si dipanano le vicende del pescivendolo Luciano, aspirante concorrente, che scivola lentamente nella follia. Sgombriamo il campo dagli equivoci: nonostante il pretesto narrativo, Reality non è un film sulla televisione.
 
La realtà citata dal titolo è ironicamente quella dei media o ambiguamente la nostra realtà di ogni giorno? È una domanda fondamentale, perché la riflessione del regista non contrappone un virtuale, falso e cattivo, a un reale, evidente ed etico. Il focus del film riguarda proprio l’impossibilità contemporanea di concepire un distacco netto tra fatti e rappresentazioni. Questo rende il film di Garrone così diverso dal mainstream della produzione italiana nel quale prevale ancora un’attenzione, un po’ vuota, al dato sociologico e di costume. Non che i personaggi dei bassi napoletani messi in scena siano poco credibili o bozzetticisti, ma la loro “realtà” umana e antropologica deriva dal modo stesso in cui essi si vedono e si rappresentano. La riflessione si può applicare ovviamente anche al resto dell’Italia e da qui almeno a tutto il mondo occidentale.
 
La realtà del Grande fratello, insomma, non è diversa da quella in cui già vive Luciano: la Tv è solo l’ultimo anello di una catena di rappresentazioni che finisce per permeare la nozione stessa di vero. I protagonisti di Reality vivono in un racconto fiabesco, come si vede fin dallo scenografico matrimonio che apre il film e Garrone, nel tono e nelle immagini, evoca spesso la fiaba, Spielberg e Tim Burton, senza mancare di alludere a Fellini e persino al Pinocchio collodiano. Forse questo immaginario sognante sarà degradato, grottesco, ma al regista non sembra interessare la caratura estetico-morale del sogno, quanto la sua meccanica inesorabile.
 
Tutti vogliono vivere dentro un universo di immagini, come succedeva a Marco e Pisellino in Gomorra, persi nel desiderio di vivere una loro personale versione di Scarface. Luciano non impazzisce perché alienato da immagini ingannevoli, ma perché già vive dentro un circuito di ruoli: quello del pescivendolo si potrebbe definire un delirio semiotico. Garrone, scrutando la sua discesa nella follia, trasforma un basso napoletano che sembra uscito dal pennello di Ribera o dall’Oro di Napoli di De Sica, nel Truman show, con la differenza che Jim Carrey entrava in un delirio paranoico perché temeva di essere prigioniero del mondo delle immagini, mentre Luciano vorrebbe entrarvi da protagonista e in maniera definitiva. Napoli (o Roma) sono come Seaheaven, la città del Truman show, virtuali tanto quanto la casa del Gf, e insieme a loro tutte le descrizioni mitiche e religiose, che nel film abbondano, sono variabili di un rapporto tra i personaggi e il mondo “fuori-dall’immagine”, una relazione controversa e quasi impossibile.
 
Anche il Paradiso in cui, in un finale allucinatorio, Luciano riesce ad accedere non è nient’altro che un luogo ideale popolato di fantasmi, smarrito in uno sterminato labirinto urbano che un occhio, forse divino, osserva da distanze imponderabili.
 
Indice delle cose notevoli:
* Un libro dedicato a Garrone: Pierpaolo De Sanctis, Domenico Monetti, Non solo Gomorra. Tutto il cinema di Matteo Garrone, Roma, Edizioni Sabinae, 2008
* Il trailer ufficiale del film: http://www.youtube.com/watch?v=LzNbwEoBHfQ
* Un saggio divulgativo sui reality show, scritto da un autore televisivo: Paolo Mosca, Reality, dal Grande fratello all’Isola dei famosi, Milano, Bompiani, 2009
* Interviste al regista e al protagonista del film, Aniello Arena: http://www.youtube.com/watch?v=cCehNHr5jqA
* Pubblico e concorrenti nel mondo dei reality, un’analisi mediatica: Anna Sfardini, Reality-Tv. Pubblici fan, protagonisti, performer, Milano, Unicopli, 2009
* Grande fratello 12, il sito ufficiale del reality show, attualmente in pausa di riflessione: http://www.grandefratello.mediaset.it/

Reality o della realtà

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