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Secondo un’analisi di Aram Nerguizian del Csis, il Libano è sempre più vittima della guerra civile siriana, dopo l’attentato che ha ucciso il generale Al-Hassan, responsabile delle indagini sull’attentato al premier Hariri nel 2005 e considerato un bastione anti-siriano all’interno delle forze armate.
Un possibile esito, in caso di sconfitta o quasi di Assad, è il disarmo di Hezbollah nel sud del Paese. L’organizzazione militante islamista si è avvicinata molto, secondo Nerguizian, alla linea sciita internazionale di sostegno a Damasco – una linea che passa da Teheran e che si oppone all’influenza saudita-qatariana, pronta ad agire sul versante sunnita. Al punto da fornire addestramento a milizie alawite e sciite attive nel Paese.
 
Lo specialista del Csis nota che la cospicua minoranza cristiana libanese è divisa nei due campi, e che condivide con un’altra minoranza (questa volta islamica, quella dei drusi), l’unico interesse a proteggere lo Stato pluriconfessionale dall’evoluzione della guerra siriana. Giocare sulla roulette di Damasco e Aleppo è dunque più una strategia passiva, di trascinamento, dei capofila schierati con le potenze regionali in lotta (Iran contro Arabia Saudita e Qatar), che un’esigenza sentita a livello nazionale. Seyyed Hadi Zarghani dell’università di Mashad, su Eurasia, nota la debolezza complessiva della strategia mediatica del partito sciita internazionale, che mancherebbe dell’appeal e della capacità di far presa sull’immaginario occidentale (anche con contaminazioni reciproche) tipica delle voci sunnite.
 
Si nota l’assenza dell’Egitto, che in altre fasi della perenne destabilizzazione libanese (si pensi agli anni Settanta-Ottanta) era presente attraverso le sue milizie “nasseriane”. Un’assenza che potrebbe dunque essere benefica, se Il Cairo decidesse di giocare la carta pacificatrice.
 
Un’altra assenza pesante è quella israeliana. Nel 1978 e poi più massicciamente nel 1982 lo Stato ebraico intervenne direttamente nello sfaldamento etnico libanese. Come eredità di quell’intervento militare lasciò una zona cuscinetto presidiata da un esercito cristiano filo-israeliano che si è poi sbandato dopo il 2000, anno del ritiro dalla regione. Oggi Israele non è più una macchina da guerra prevalentemente terrestre ed è impegnato in una partita più complessa. Dalla quale emerge con chiarezza che la divisione sciiti-sunniti è solo la superficie, il velo ideologico, dietro cui premono, indifferenti alle etichette mediatiche, le costanti storiche e gli imperativi geopolitici. La settimana scorsa un attacco aereo ha distrutto una fabbrica vicino a Karthoum, in Sudan, responsabile della produzione su licenza del missile iraniano Shehab.
 
Nessuna smentita è giunta da Israele su un coinvolgimento delle sue forze aeree, anche se Karthoum ha portato prove in questo senso. Il Sudan è un regime sunnita, spesso tacciato di fondamentalismo dagli Stati Uniti, impegnato a sostenere lo sforzo bellico della principale potenza sciita. Con la sua assertività militare, ha squarciato il velo di Maya delle finzioni confessionali, denudando la realtà di un’area – quella tra il Mediterrano orientale e Oceano indiano – in cui l’Unione europea ha mille ragioni e altrettanti interessi a fare sentire il suo peso di potenza globale-regionale. È un “imbuto geopolitico” in cui, se non articolerà una risposta credibile e unitaria, rischierà di farsi trascinare, passivamente, dai venti di guerra di oggi. E di vedersene esclusa domani.
 

Roulette siriana e gambetto israeliano

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