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Le fondazioni di origine bancaria non sono ancora ben comprese e conosciute nel loro ruolo e nella loro identità: un ruolo innanzitutto sociale e un’identità pienamente privata. Sono, infatti, soggetti privati, e in quanto tali dotati di piena autonomia statutaria e gestionale, ma allo stesso tempo sono chiamati a svolgere un ruolo d’interesse pubblico: deriva loro dalla storia, dalle leggi e dagli statuti da cui sono nati.
Sono soggetti no profit, e tuttavia sono dotati di patrimoni che i loro amministratori devono investire bene, in modo da ottenere redditi. È proprio grazie a quei redditi che le fondazioni di origine bancaria possono svolgere la loro missione istituzionale, che è quella, appunto, di erogare gratuitamente risorse a favore del sociale, della cultura, della ricerca, dell’arte, della formazione, dell’ambiente e di tanti altri settori d’interesse collettivo, che senza queste risorse languirebbero ancor più di quanto la crisi li stia provando.
 
Le fondazioni di origine bancaria sono 88, diverse per dimensione e per quota di patrimonio investita in attività bancarie. Inoltre anche le banche di cui ciascuna è azionista sono differenti e con eventuali bisogni differenziati.
A fine settembre 2010, delle 88 fondazioni di origine bancaria 18 non avevano più partecipazioni dirette nelle rispettive banche conferitarie; 55 ne detenevano una quota minoritaria; le altre 15 – che nel loro complesso, rappresentano solo il 4,5% del totale dei patrimoni delle fondazioni – avevano più del 50%, compatibilmente a una specifica deroga introdotta nel 2003 per le fondazioni piccole e medie, onde favorire la permanenza sui territori di banche medie e piccole indipendenti.
Anche con Basilea 3, come nel passato le fondazioni faranno la loro parte in un giusto equilibrio di tutela dei loro patrimoni e di solidità delle banche partecipate. In questo senso le fondazioni hanno finora acquisito meriti più volte riconosciuti, ed anche nel passato meno recente hanno dato prova di capacità di visione e di lungimiranza, con scelte determinanti nei grandi processi di rinnovamento e di aggregazione, che hanno archiviato definitivamente quella che una volta veniva definita come la “foresta pietrificata”.
 
Il patrimonio delle fondazioni non è mai stato amministrato come se si trattasse di investitori esosi e non è mai stata messa a repentaglio la solidità delle banche di cui sono azioniste per ottenere dividendi a ogni costo. Quando gli amministratori delle banche hanno proposto di non pagare i dividendi, le loro decisioni sono state accettate senza isterismi. Anche perché gli accantonamenti accumulati dalle fondazioni nel passato hanno consentito di mantenere livelli erogativi accettabili per i territori e le comunità di riferimento delle fondazioni, anche in presenza di dividendi ridotti; e buoni margini esistono tuttora.
In merito, infine, al preoccupato allarme sul rischio che le fondazioni possano rappresentare la cinghia di trasmissione per mettere negli organi delle banche i rappresentanti dei partiti, è da sottolineare che la normativa vigente dispone la totale incompatibilità tra gli amministratori delle fondazioni e gli amministratori delle banche. E questo sistema di incompatibilità è del tutto condiviso sia dagli amministratori delle fondazioni, sia dall’Acri che le rappresenta collettivamente.
 
L’estromissione – di fatto o di diritto – delle fondazioni dalle banche potrebbe determinare, quella sì, il ripristino delle prassi vigenti in un tempo in cui le interferenze politiche sulle banche erano la regola e i rapporti incestuosi non erano tra fondazioni (che allora ancora non esistevano) e banche, ma tra banche e grandi gruppi industriali.
Non è, poi, vero che gli enti pubblici (Comuni, Province, Regioni) abbiano la maggioranza negli organi delle fondazioni. Saggiamente la riforma “Ciampi”, e in modo ancora più esplicito la sentenza n. 301/2003 della Corte costituzionale, ha previsto che la componente “pubblica” non debba avere la maggioranza nell’organo di indirizzo delle fondazioni. Oggi gli amministratori indicati dagli enti pubblici negli organi di indirizzo delle fondazioni sono il 29,48% del totale.
 
Le fondazioni, dunque, non sono la cinghia di trasmissione tra la classe politica locale, i partiti e le banche. Sono, invece, un diaframma tra le istanze anche più nobili della politica e l’interesse primario di soggetti privati profit – come le banche – per i quali creare valore finanziario non può certo essere la missione esclusiva, ma è senz’altro un obiettivo dal quale non possono prescindere in un corretto contesto di mercato. Per cui l’indipendenza della banca è un punto irrinunciabile per le fondazioni; e non saranno certo loro a riportare i partiti nelle banche.
Non credo che ci sia alcuna necessità, quindi, di porre mano alla legislazione sulle fondazioni attualmente in vigore – la legge Ciampi – tanto per quel che riguarda il loro ruolo di investitori istituzionali privati, quanto per il loro ruolo di soggetti erogatori per il Welfare.
 
Molti – autorità e opinionisti in questi anni, e tuttora, – riconoscono alle fondazioni di aver operato correttamente su entrambi questi fronti.
Peraltro, ribadito che la legge Ciampi non è da toccare, le fondazioni sono sempre state e continueranno ad essere aperte ad approfondimenti e verifiche da parte dell’autorità di vigilanza, il ministero dell’Economia e delle Finanze, e del Parlamento, che rappresenta tutti i cittadini italiani. Saranno utili a migliorare l’attività delle fondazioni, che vogliono essere una casa di vetro dove ognuno possa guardare e trovare cose che continuino a far ritenere positivo e utile per il Paese che esse esistano.

Il diaframma della società italiana

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