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Approvata nel 1970, con l’astensione del vecchio Pci, la legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, ha segnato “la cerniera”, culturale e politica, nella vita del Paese: finalmente, come aveva reclamato vent’anni prima a gran voce il leader ‘riformista’ della Cgil, Peppino Di Vittorio, “la Costituzione deve varcare i cancelli delle fabbriche”. E l’attuale leader del Pd, Pier Luigi Bersani lo definisce “un fatto epocale di civilizzazione”. Finalmente, l’imprenditore non aveva più mano libera nell’assunzione ma soprattutto nel licenziamento, a propria totale discrezione, un lavoratore: ci voleva d’ora in poi ‘la giusta causa’.
 
Non solo, ma la legge 300 consentì ai lavoratori di assaporare, con questa conquista, la possibilità di diventare ed essere ‘diversamente ricchi’. Ossia: non più salario ma, come notava Riccardo Lombardi in una lettera del 1962 al Presidente del Consiglio, Amintore Fanfani alla guida di un monocolore Dc appoggiato dall’esterno dal Psi, “un bene più prezioso e pregiudiziale: un nuovo clima nei luoghi di lavoro, maggiore libertà sindacale e dunque politica, un maggiore potere”.
 
Con lo Statuto si introdusse anche “il metodo della concertazione”, ossia il riconoscimento dei sindacati come ‘soggetti politici’. Il governo Fanfani gettò così le basi, aprì le porte ad una innovazione culturale e politica. Fu poi il Ministro del Lavoro, socialista, azionista ed ex-dirigente della Cgil, Giacomo Brodolini, anche per la spinta dell’autunno caldo, ad istruire le pratiche per avviare la composizione e la stesura dello Statuto, affidando il delicato incarico ad un ‘tecnico’, il giuslavorista Gino Giugni. Un ‘tecnico’ certamente, ma di cultura ‘riformista’, quella di Filippo Turati cui si sentiva più legato. Brodolini non vide la nascita dello Statuto: a portare in Parlamento la legge ci pensò un rude e passionale, tenace ed ‘anomalo’ politico democristiano, vicino al mondo del lavoro, Carlo Donat Cattin.
 
Il metodo della concertazione che tanto irrita ed infastidisce l’attuale Premier ‘tecnico’ Mario Monti, che pure cinque anni fa ebbe parole di apprezzamento per Lombardi evidenziandone la proposizione delle ‘riforme di struttura’ o ‘strutturali’, per Giugni aveva un grande valore: rendere “la democrazia più plurale e più efficace”. Lo illustrò bene neI libro-intervista del 2003, ‘La lunga marcia della concertazione’. Al tempo stesso ribadì che con lo Statuto, “la Costituzione era entrata in fabbrica”, e spiegò perché la “concertazione” rese la democrazia più plurale, efficace: “perché ci sia intesa, bisogna partire dalla diversità”. Quindi, aggiunse che le critiche alla concertazione in nome delle “prerogative sovrane” del Parlamento erano infondate, anche quando esse venivano da economisti illustri, come Mario Monti. “Il mio auspicio é che la marcia interrotta, venga ripresa”, si augurò.
 
Con lo Statuto vennero riformati i rapporti di lavoro in azienda ma soprattutto si mise in primo piano la dignità della “persona-lavoratore”, capovolgendo il modello paternalistico ed autoritario allora dominante. Si limitò la discrezionalità decisionale nelle organizzazioni in merito ad aspetti contrattuali attraverso la funzione sindacale e si esplicitò rispetto alla persona e alla qualità delle relazioni in ambito lavorativo, in termini di diritti relativi a dignità, libertà, uguaglianza, tutela della salute e della privacy. Con l’art.18 che ha sancito ‘la giusta causa’, il legislatore ha voluto evitare per legge “la discriminazione” dei lavoratori attivisti sindacali e tutelare il lavoratore in caso di licenziamento per crisi aziendale, ossia per motivi eminentemente economici, con il reintegro.
 
Quest’articolo non è un’eccezione in Europa: in Germania e in Francia, pur con declinazioni diverse, la legge obbliga al risarcimento economico in caso di licenziamento illegittimo o al reintegro, purché una delle due parti non s’opponga. Viene allora da chiedersi perché quest’accanimento, quest’ossessione, contro lo Statuto e l’art.18 che non è solo dall’attuale Premier: in molti (da Maroni a Sacconi) prima di lui ci hanno provato a cancellarlo o comunque a depotenziarlo. “[…] Alla luce di tali considerazioni viste nel loro complesso, vien fatto di chiedersi se esiste ancora quel diritto del lavoro che fu un grande momento di realizzazione della giustizia sociale”: così nel 2003 Giugni bocciò il decreto del governo Berlusconi in attuazione della legge n.30 del Ministro del Lavoro, Maroni in materia di rapporti di lavoro, mercato del lavoro e ammortizzatori sociali.
 
Quel decreto, a giudizio di Giugni, presentava delle “ombre purtroppo favorite da una concertazione dimidiata”. Il tentativo di manomissione fu respinto dalla straordinaria manifestazione del Circo Massimo. Una ragione di quest’accanimento sta scritta nella ben nota lettera della Bce al governo italiano, recante la firma congiunta di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, laddove si chiede “[…] l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema della contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”, ossia porre fine alla concertazione. E ancora si pretende, “[…] una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso aziende e verso i settori più competitivi”.
 
Raccomandazioni precedute da altre due del Consiglio europeo: “la Ue aveva sollecitato l’Italia a intervenire sul mercato del lavoro, in particolare sulla disciplina dei licenziamenti, giudicata troppo rigida”. In sostanza, ‘le riforme strutturali’ o ‘di struttura’ indicate dalla Bce e dal Consiglio europeo, che hanno fatto proprie le due dizioni, e perseguite dal governo tecnico di Monti, sono l’esatto opposto di come le intendeva Lombardi ma non solo lui: sono cioè delle ‘contro-riforme strutturali’ o ‘di struttura’. Per come le intendeva Lombardi, esse servivano a ‘rovesciare’ il modello di società neo-capitalistico e neo-liberista per costruire, mediante ‘rotture’ continue dello ‘status quo’, come lo Statuto e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, “una società più ricca perché diversamente ricca”. Non quindi una società “povera” o “triste”, come quella che perseguono i neoliberisti (Draghi e Monti in testa), ma “più ricca perché diversamente ricca” e “più allegra” perché sosteneva Lombardi di cui ricorre in questi giorni il 28esimo anniversario della cremazione senza riti religiosi, non si tratta di “vivere bene ma diversamente”.
 
Strano destino questo dello Statuto e dell’art. 18 modificato con ‘la contro-riforma’ della Fornero grazie ai voti del Pd, il partito erede del Pci. Ieri nel 1970 era detestato dai comunisti perchè “riformista”, oggi nel 2012 gli eredi del Pci l’hanno modificato perchè troppo “rivoluzionario”, troppo spostato sugli interessi dei lavoratori. Ci sono poi le frange sconclusionate dell’odierna Sinistra, quelle a sinistra del Pd, cresciute nel brodo culturale secondo cui il “riformismo” è tradimento del mondo del lavoro, che oggi raccolgono le firme perchè sia sottoposta a referendum una materia pattizia che riguarda le parti sociali per tornare ad essere integra nel testo voluto dai “riformisti-socialisti” Brodolini e Giugni. Tutte queste frange oggi si dichiarano riformiste in testa Sel, quella del poeta sgrammaticato. Ci sono voluti 42 anni per scoprire che la Sinistra deve essere “riformista” socialdemocratica come stanno indicando dirigenti del Pd come Fassina, Orfini, Orlando.

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@gparagone

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