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La crescente globalizzazione, il venir meno dei monopoli nazionali, il pervasivo ricorso alle tecnologie It (da Internet alla posta elettronica, dal Gps allo smartphone) hanno avuto un impatto epocale nel modo di concepire ed attuare la sicurezza, andando ad alterare anche il significato stesso del termine “sicurezza”.
Se, infatti, fino al decennio scorso la presenza nella lingua italiana dell’unico termine “sicurezza”, in confronto alle distinte espressioni anglosassoni di safety per i rischi di natura accidentali (o rischi tipici dell’attività in essere) e di security per il contrasto alle azioni delittuose (ovvero i rischi atipici), appariva come una limitazione (ed anche una fonte di potenziale confusione) oggi, invece, la stessa singolarità della parola viene percepita come la logica evoluzione di strategie convergenti di safety & security.
In questa mutazione ha avuto un ruolo fondamentale la presa di coscienza del fatto che il fenomeno “globalizzazione” ha comportato una conseguente e naturale globalizzazione anche dei pericoli, rendendo superati sia il concetto di prossimità (in senso geografico e in senso propriamente logico), sia quello di protezione autonoma, autosufficiente.
È sempre più evidente che nessun individuo, azienda o nazione è in grado da solo di garantire la propria sopravvivenza, la propria esistenza nell’accezione più ampia del termine.
 
L’estensione e la rilevanza dei traffici commerciali, la facilità di spostamento delle persone (si pensi a quanto occorso con le recenti pandemie), la rapidità con cui si trasmettono le informazioni in qualunque punto del globo, unite alla volontà/necessità di uno sfruttamento ottimale delle diverse risorse, hanno fatto sì che una fitta rete di interdipendenze sia andata esponenzialmente accrescendosi. Dove, con il termine interdipendenze, si designano quei legami di dipendenza reciproca, eventualmente mediati, tali da rendere concreta e tangibile la, un tempo solo mitica, circostanza che un qualunque battito d’ali di farfalla a Manhattan provoca conseguenze a Roma e a Parigi e che, inoltre, gli eventi che occorrono in queste città influenzano a loro volta ciò che accade a New York.
Quanto detto finora lo si deve concepire in uno scenario tecnologico in vertiginoso mutamento, con tempi di obsolescenza e tassi di innovazione mai sperimentati prima (e di cui la gran parte dei modelli organizzativi stenta a tenere il passo), con evoluzioni socio-politiche caratterizzate da una radicalizzazione delle posizioni e da un emergere di contrapposizioni legate alla diseguale distribuzione dei beni materiali con, in più, l’accentuarsi di fenomeni climatici sempre più estremi ed imprevedibili (precipitazioni meteoriche concentrate ed improvvise, repentini salti di temperatura, ecc).
 
Qualora ciò non fosse sufficiente a dare l’idea dell’assoluta complessità della materia, si può aggiungere che per far fronte a eventuali minacce non si può trovare conforto neppure nella corrispondenza nelle serie storiche e nell’esperienza passata, dal momento che di continuo si configurano scenari non esplorati, al punto che il governo australiano parla della necessità del thinking the unthinkable. Ciò impone la necessità di far evolvere le strategie di difesa in modo che le stesse siano maggiormente pro-attive, andando in prima battuta non tanto e non solo a contrastare le diverse minacce (la cui dimensione è destinata ad aumentare in modo incontrollabile), quanto piuttosto nel circoscrivere le conseguenze negative collegabili ai diversi eventi. Queste considerazioni sono alla base del nuovo paradigma del “all hazard”, come emerge dalle strategie per la Homeland security e la Critical infrastructure protection (Cip) tanto del governo americano quanto dell’Unione europea.
La novità alla base di questo nuovo paradigma è, in primo luogo, un cambio di prospettiva: da una visione quasi esclusivamente egocentrica (innalzo muri e castelli per isolarmi dagli altri e, quindi, preservare la mia sicurezza autonoma) ad una visione più collaborativa e di service continuity, che si fonda sulla presa di coscienza che la mia sicurezza è anche strettamente legata a quanto io faccio per preservare la capacità di esercizio dei miei “vicini”.
 
Sul piano operativo questo si traduce nella necessità di una maggiore cooperazione pubblico-privato che vede la necessità di una sinergia negli ambiti di competenza, con una crescente rilevanza delle funzioni di security aziendale, nonché di cooperazione privato-privato. Requisito funzionale a ciò è la capacità di scambio di informazioni (il cosiddetto information sharing), che dovrà necessariamente aumentare nei prossimi anni sia in termini quantitativi, che, soprattutto, qualitativi. Bisogna consentire sia di cogliere i deboli segnali premonitori di situazioni di pericolo sia di caratterizzare meglio la rilevanza e l’importanza di ciascun attore non in quanto tale, ma come elemento di un ampio quadro generale, con una visione sistemica e, quindi, in funzione dell’utilità che esso ha nei confronti della società.
Prerequisito per tutto questo è una formazione fortemente multi-disciplinare e multi-settoriale in grado di coniugare gli aspetti di sicurezza fisica, logica ed organizzativa di ciascun dominio applicativo, in una visione sistemica all’interno della quale innestare le tecnologie di volta in volta utili per la gestione dei singoli aspetti delle singole problematiche; quindi, traendo le debite conclusioni, non si tratta semplicemente di occuparsi della preparazione di esperti settoriali, ma – ed è forse l’elemento più difficile da infondere – soprattutto di persone in grado di interagire proficuamente con altri operatori. Riassumendo, se l’inverso della medaglia della globalizzazione sono le interdipendenze con il loro strascico di problemi e di minacce, la strada maestra per aumentare la sicurezza delle nostre società non può che essere una maggiore condivisione delle risorse, a partire dalle informazioni.
 
Purtroppo in Italia, soprattutto nel mondo dell’accademia (ma non solo), la presenza di forti settarismi, gelosie e preclusioni sta comportando un’arretratezza rispetto ad iniziative che già sono in atto in molti altri Paesi occidentali, una sorta di miopia che fa correre il rischio di ritrovarci nei prossimi anni con una società (in termini infrastrutturali e sociali) più fragile rispetto ai Paesi a noi vicini, con la conseguenza di una ridotta capacità di generare ricchezza e sviluppo.
Esistono, per fortuna, esempi interessanti nel mondo dell’associazionismo, nel campo industriale e anche in quello accademico, ma esse sono esperienze embrionali che necessiterebbero di un più attento supporto da parte delle istituzioni e una loro valorizzazione quali
elementi catalizzatori di un processo che, prima che essere tecnologico, non può che essere culturale.

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