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Il conflitto in Siria è alla fine. Non perché si è giunti ad una soluzione ma perché è cominciato il crollo del regime del presidente siriano Bashar al Assad. Questa considerazione è parte dell’analisi fatta questo martedì da George Friedman per il sito Stratfor.
 
“Finche la macchina militare e di sicurezza rimane intatta ed efficace, il regime può resistere. Ma siccome, anche se continua a funzionare, non è così, il controllo su punti chiave come Damasco e Aleppo è in dubbio. L´affidabilità del proprio personale non è più certa”, ha scritto Friedman. Rivelatorie sono state le defezioni del Tlass clan, membri della famiglia molto vicina ad Assad.
 
Friedman è consapevole che il regime non si è (ancora) sciolto ma si sta disfacendo. Ci sono voci sulle sorti del presidente siriano e la pesantezza dei combattimenti a Damasco. Vero o falso, certo è che da un lato un nuovo regime potrebbe emergere e prendere il controllo della situazione e da un’altra la Siria potrebbe diventare un nuovo Libano, disintegrata in diverse fazioni senza un governo centrale ed effettivo.
 
Per quanto riguarda il ruolo della Russia e la Cina nella crisi siriana, secondo Friedman “qualsiasi cosa succeda è improbabile che Assad sia in grado di tornare al dominio incontrastato. Gli Stati Uniti, Francia e altri paesi europei si sono opposti al suo regime… Sia Mosca che Pechino speravano di evitare di legittimare la pressione occidentale sul tema dei diritti umani”. L’analista americano sostiene che tale accusa poteva rivolgersi contro.
 
L´Iran, invece, rimane molto esposto: “Il declino del regime di Assad è un colpo strategico per gli iraniani in due modi. In primo luogo per l´ampia influenza che stavano creando e chiaramente non ci sarà più. In secondo luogo, perché l´Iran dovrà passare dall´essere un potere ascendente alla semplice difensiva”.
 
r.m

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@PierluigiBattis

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