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Quando la Lega nord, alla metà degli anni Novanta, si trovò alle prese con la difficoltà di giustificare il proprio nuovo ruolo, finì col riesumare e aggiornare un vecchio slogan del Pci degli anni Settanta. Il partito padano divenne da quel momento una “Lega di lotta e di governo”, così come il Partito comunista di Berlinguer era stato, durante il Compromesso storico. Al di là della congiuntura politica in cui fu elaborato, proprio quello slogan riesce a fissare il profilo che il partito padano si è costruito negli ultimi dieci anni. E, soprattutto, è in grado di mostrare le caratteristiche dell’alleanza di ferro che il partito di Bossi ha stretto prima con Forza Italia e, in seguito, con il Popolo della libertà.
 
Osservato in prospettiva storica, il patto fra Lega nord e Forza Italia non appare solo come un espediente elettorale. A partire dalla fine degli anni Novanta, la Lega nord cessa di essere un corpo estraneo nel nuovo schieramento che va prendendo forma, nel senso che, dopo la conclusione della parentesi secessionista, il partito di Bossi inizia a riconfigurarsi come una costola del centrodestra. Questa linea diventa sempre più evidente dopo il 2001, l’anno in cui le sorti elettorali della Lega segnano il punto più basso. La tendenza viene arrestata e progressivamente invertita proprio perché la Lega, abbandonando i motivi secessionisti, riesce a costruirsi uno spazio di manovra, soprattutto simbolico, dentro la coalizione di centrodestra, e perché è in grado di presentarsi come una forza “specializzata” nella rappresentanza degli interessi delle regioni settentrionali.
 
La Lega viene così a far convivere le due dimensioni di partito di lotta e di governo. E, soprattutto, trasforma l’ambiguità di un ossimoro politico in uno strumento efficacissimo dal punto di vista elettorale (soprattutto nella competizione interna alla coalizione di centrodestra). La formula della “Lega di lotta e di governo” continua a dare frutti per un decennio, raggiungendo probabilmente il culmine nelle regionali del 2010. È però dopo quell’anno che le ambiguità iniziano a venire al pettine. La crisi riduce sempre più i margini in cui la Lega può giocare il proprio ruolo di “sindacato del nord”. E il varo dell’esecutivo tecnico presieduto da Mario Monti, cambiando le coordinate della contrapposizione politica, finisce col mettere in discussione la stessa identità che il partito di Umberto Bossi si è costruito nell’ultimo decennio.
 
L’alternativa cui oggi si trova di fronte la Lega rischia così di diventare molto simile a quella con cui era alle prese il Pci al principio degli anni Ottanta: da un lato, la sempre più stretta chiusura dei margini di accesso al governo; dall’altro, il mutamento del proprio ceto politico, che non sembra destinato a rassegnarsi a un ruolo di opposizione. Naturalmente, a differenza del Pci, le basi subculturali della Lega sono più esigue, e forse anche più fragili. In altre parole, ciò significa che la Lega può aspirare a rimanere il primo partito nel Veneto e in alcune province del nord-est, ma anche che – senza un’alleanza con altre forze nazionali – difficilmente potrà puntare a governare persino nelle proprie aree “subculturali”. Al tempo stesso, l’ipotesi di diventare una forza di opposizione anche nelle regioni del nord può essere contemplata dalla Lega solo come un’eventualità estrema, perché, sul lungo periodo, una situazione di questo genere potrebbe persino mettere a rischio l’esistenza del partito.
 
Dinanzi a questo scenario, le elezioni amministrative di primavera non avranno probabilmente un ruolo decisivo. Ma saranno un banco di prova in cui si misureranno sia i rapporti di forza fra i due (ex) alleati, sia gli equilibri interni alla stessa Lega nord. In linea teorica, la Lega ha dinanzi due ipotesi completamente diverse. Da una parte, c’è ovviamente la strada di un’opposizione dai caratteri sempre più marcatamente anti-europeisti, che potrebbe pagare sul breve periodo, ma che tenderebbe ad allontanare la Lega dall’area di governo e da ogni potenziale alleato. Dalla parte opposta, si trova invece la conferma di un ruolo “sindacale”, interno alla dinamica partitica nazionale e dunque volto alla formazione di una nuova alleanza.
 
La prima soluzione esercita un fascino notevole sulla base militante della Lega. Ma si tratterebbe di una scelta piuttosto rischiosa, che metterebbe in discussione quantomeno la sopravvivenza del ceto politico locale cresciuto negli ultimi vent’anni. Ed è per questo motivo, che la seconda ipotesi – la ricostruzione di un’alleanza politica più ampia – appare come il reale obiettivo di tutte le principali anime della Lega. Anche se è chiaro che il rapporto con il Pdl non potrà essere ripristinato senza variazioni significative, la Lega non può infatti troncare del tutto i legami con l’ex alleato, perché in questo modo perderebbe anche il proprio potenziale di attrazione, oltre a posizioni rilevanti a livello locale. Per quanto la leadership leghista si sia in parte ricompattata grazie al nuovo ruolo di opposizione, è dunque molto probabile che il “ritorno alle origini” sia solo una scelta temporanea. D’altronde, anche le divaricazioni interne al fronte leghista non sembrano riguardare l’alternativa fra una posizione “secessionista” e una “governativa”, bensì il confronto tra due strategie diverse per costruire una nuova alleanza sul piano nazionale.
 
Nei prossimi mesi – e il responso delle prossime amministrative avrà un peso notevole – la Lega nord dovrà scegliere fra queste alternative. Ma, soprattutto, dovrà decidere se mantenere alta la bandiera della Lega di opposizione, scontando il prezzo di un possibile isolamento, o proseguire sulla strada della Lega di governo, magari rinunciando a una parte del proprio bagaglio retorico. Dopo l’esperienza del Compromesso storico, il Partito comunista impiegò dieci anni per rispondere a questa domanda. La Lega potrebbe non avere tanto tempo.

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