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Lo scorso 15 dicembre, con un comunicato congiunto indirizzato agli apparati di sicurezza nazionali e locali, l’Fbi e il Dipartimento per la sicurezza interna (Dhs) esternarono il timore di possibili attacchi terroristici diretti contro luoghi di grande afflusso in un’area metropolitana degli Stati Uniti nel corso delle festività natalizie. Una preoccupazione ribadita da voci dell’Fbi e da altre fonti, che riferirono a Stratfor di essere quasi certe di tale evenienza. Certo, attentati in coincidenza con le festività del mese di dicembre non sono un fatto inusuale. Dalla bomba sul volo 103 della Pan Am il 21 dicembre 1988 agli attacchi del Millennio sventati tra dicembre 1999 e gennaio 2000, fino alla bomba nascosta nella scarpa di Richard Reid nel dopo-11 settembre (22 dicembre 2001), e a quella nascosta nelle mutande da Umar Farouk Abdulmutallab il 25 dicembre 2009. Ci sono perfino casi di complotti partiti dal basso, come quello di Derrick Shareef, arrestato nel dicembre 2006 mentre pianificava di attaccare un centro commerciale dell’Illinois il giorno 22.
 
Anche gli assembramenti nelle grandi metropoli sono un tipico bersaglio di jahidisti e lupi solitari. A parte gli attacchi riusciti o tentati contro le reti metropolitane di Madrid, Londra, New York e Washington, nel 2010 sono stati sventati due attentati in luoghi pubblici a Times Square il 1° maggio e alla Pioneer Courthouse Square nel centro di Portland il 26 novembre. Con questi precedenti, è comprensibile la preoccupazione che ha spinto Fbi e Dhs ad emettere quel comunicato. Si tratta inoltre di una risposta conseguente ad allarmi provenienti dall’Europa, drammaticamente sottolineati dall’attacco suicida a Stoccolma lo scorso 11 dicembre.
 
Se anche le festività sono rimaste immuni dal terrorismo, certo non lo sono state dal fattore psicologico “terrore”. È alla luce dei recenti sviluppi che sembra opportuno discutere questi due fenomeni, strettamente correlati, del terrorismo e del terrore.
 
Gli anarchici del XIX secolo promuovevano ciò che essi definivano “propaganda armata”, ovvero il ricorso alla violenza come gesto simbolico e portatore di un messaggio più ampio, per esempio spingere le masse ad intraprendere un percorso rivoluzionario. Alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta le organizzazioni terroristiche moderne avviarono azioni concepite in modo teatrale, aiutate – e non poco – dall’avvento e dalla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa. Esempi di operazioni finalizzate a catturare l’attenzione dei media internazionali furono il sequestro e l’uccisione di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e il raid contro il quartier generale dell’Opec del dicembre 1975. Subito seguirono i dirottamenti di aerei, inizialmente rapidi, poi lunghi, estenuanti e drammatici eventi televisivi, spesso sceneggiati su più continenti. Oggi il proliferare di canali di news 24 ore su 24 e di Internet consentono ai media di trasmettere in diretta e nella loro interezza tali accadimenti.
 
Gruppi come Al Qaida riconoscono chiaramente la differenza tra attacchi terroristici e terrore. Lo si può vedere non solo dall’uso di vuote minacce per seminare paura, ma anche nel modo in cui i gruppi rivendicano il successo anche per attacchi falliti. A novembre dopo il fallito attentato ad un aereo cargo, Al Qaida nella Penisola Arabica (Aqap) rivendicò di aver trionfato, citando la paura, i danni e i costi indotti da quell’azione. Secondo Aqap, sia il piano per far saltare l’aereo cargo che quello del giorno di Natale erano parte di quella che essa definiva “Operazione Emorragia”, un tentativo di causare danni economici e paura e non necessariamente uccidere un gran numero di persone. Abbiamo già messo in evidenza che gli operatori del terrorismo perdono molte delle loro capacità se le persone che stanno cercando di spaventare adottano un’appropriata forma mentis.
 
Una delle criticità qui è quella di porre il terrorismo in prospettiva. Gli attacchi terroristici non finiranno, perché c’è una grande varietà di gruppi militanti e di singoli individui che ricorrono alla violenza come mezzo per influenzare i governi, propri od altrui.
 
Ci sono state numerose ondate terroristiche nello scorso secolo, ma il fenomeno ha assunto un carattere relativamente costante, specie negli ultimi decenni. Le coloriture del terrore sono state varie – dal marxismo al nazionalismo all’islamismo sciita allo jihadismo – ma è certo che anche se Al Qaida e la sua covata fondamentalista dovessero magicamente sparire domani, il problema del terrorismo resterebbe. Gli attentati sono relativamente facili da condurre, specialmente se chi li compie non è preoccupato dalla necessità di dileguarsi dopo. Come l’Aqap ha messo in evidenza sulla sua rivista Inspire, un individuo determinato può condurre attacchi con un gran numero di semplici armi: un pickup, un coltello, un ascia, un fucile. E se anche le autorità di Usa ed altri Paesi sono state abbastanza abili nello sventare piani terroristici negli ultimi due anni, ci sono numerosi obiettivi vulnerabili nelle società aperte dell’Occidente, e i governi occidentali semplicemente non hanno le risorse per proteggerli tutti – nemmeno gli Stati polizieschi autoritari vi riescono. Ciò significa che, invariabilmente, alcuni attacchi terroristici avranno successo.
 
Il modo in cui media, governi e popolazioni reagiranno a queste evenienze determinerà il modo in cui i terroristi valuteranno il loro successo. Chiaramente l’11 settembre, che ha spinto gli Usa ad invadere l’Afghanistan (e possibilmente l’Iraq) ha dato molti più frutti di quanto bin Laden & Co potessero mai sperare. Le bombe nella metro di Londra del 7 luglio 2005, cui i britannici risposero tornando al lavoro come se niente fosse dal giorno dopo, furono giudicate assai meno proficue.
 
In ultima analisi il mondo è un posto pericoloso. Tutti si deve morire, e qualcuno certamente è destinato a farlo in modo più violento o doloroso. Nel 2001 oltre 42mila persone sono perite in incidenti stradali negli Stati Uniti e centinaia di migliaia sono morti per disturbi cardiaci o malattie tumorali. Gli attacchi dell’11 settembre sono stati certamente i più sanguinosi attentati della storia, eppure anche nella loro dimensione senza precedenti hanno provocato la morte di meno di 3mila persone, un numero di vittime irrisorio in confronto a quelle causate da altre fonti. Questo non è in alcun modo un tentativo di sminuire quelle morti, o le perdite subite dalle famiglie l’11 settembre, ma solo per sottolineare che molte persone muoiono ogni giorno, e che anche le famiglie di queste persone sono colpite.
 
Come gli alqaidisti, anche il pubblico può riuscire a separare terrorismo e terrore. Riconoscere che gli attacchi terroristici, come gli incidenti automobilistici, il cancro e i disastri naturali sono parte della condizione umana consente ai singoli e alle famiglie di far pratica di consapevolezza situazionale, e di prendere le misure per tali eventi senza diventare vittime vicarie. Questa separazione contribuirà a negare agli operatori del terrorismo e del terrore la possibilità di amplificare la portata e la potenza dei loro gesti.
 
Stratfor. Traduzione di Marco Andrea Ciaccia – Formiche febbraio 2011
 

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