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Si sente spesso ripetere che bisogna creare le condizioni in Italia perché possa nascere una Apple. È la tipica frase di chiusura di convegni. Recitata da parte di moderatori, un po’ tuttologi cui bisognerebbe rispondere che il vero motivo per cui in Italia non nasce una Apple è che in Italia gli affitti dei garage sono molto alti.
Si sente il bisogno di innovazione e impresa. Certo, ma la cosa più sbagliata è pensare di creare artificiosamente qualcosa che è per sua natura germoglio di nuovo. Frutto dell’incontro del seme della creatività con un mercato favorevole in cui il nuovo prodotto si attacca come il feto alla placenta.
 
L’innovazione di prodotto non ha caratteristiche specifiche da seguire. Non ha un fenotipo cui somigliare. È il frutto della mente di colui che ha visto il futuro. È quindi là, dove non c’è nulla di condizionante, che avviene questo big bang.
E non è necessariamente qualcosa di tecnologico quello che può rendere ricco un Paese come l’Italia. Anzi le idee vincenti, qualunque ambito esse appartengano, devono essere semplici. Facili da realizzare e capaci di intercettare un bisogno esistente o da indurre nei consumatori, ma che sia univocamente determinato.
Un altro discorso è invece l’imprenditorialità, intesa come propensione allo svolgere un’attività che ha come scopo il profitto autonomamente senza obbligo alcuno di subordinazione. È tema urgente, specie in un periodo in cui, in particolare per i giovani, trovare lavoro non è facile.
 
Le politiche del mercato del lavoro non favoriscono l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e le imprese si sentono più garantite dal mantenere una persona con molti anni di esperienza piuttosto che rischiare investendo sulle abilità e sull’entusiasmo di un giovane.
Sotto queste condizioni al contorno, un’ottima alternativa per i giovani è quella di mettersi in proprio. Creare una nuova impresa. Per molti però “mettersi in proprio” è visto con molta diffidenza ed è percepito come un qualcosa di complicato e molto rischioso. Qualcosa d’impossibile. Il primo termine che viene in mente quando si parla di creare una nuova impresa è fallimento. Come l’innamorato che, quando pensa alla sua amata, teme di non essere corrisposto.
 
Ammettiamo che un gruppo di giovani, con un’idea tra le mani, decida di compiere il passo di costituirsi in società e affacciarsi al mondo del business, cosa li aspetta? Quali sono le prime difficoltà? Se si tratta di attività che si basano su tecnologie, occorrono investimenti.
Dopo che sei stato dal notaio, pensate che il costo del notaio è pari all’importo minimo dei decimi che occorre versare per aprire una società a responsabilità limitata, hai finalmente costituito la tua giovane start-up tecnologica sotto forma di Srl. La società ha un nome, una sede, un numero Rea, una partita Iva e un Iban. Il primo bonifico è come il primo dente da latte.
 
Sei riuscito a far coagulare attorno ad un factotum, che sei tu, e che pomposamente definisci business development manager, un po’ di risorse finanziarie, un paio di docenti universitari smart, e un paio di dottorandi in gamba che avevano la valigia pronta per andarsene all’estero. Ecco che inizi a scontrarti con il mal d’Italia.
Creare qualcosa di nuovo richiede investimenti, quindi denaro a debito. Le banche, in genere, in particolare in Italia, non scommettono su progetti o business plan, ma prestano tanto denaro quanto ne è garantito.
Se però ti affidi al commercialista giusto, smuovi qualche amico, beh allora si può trovare qualche soluzione. Oppure, se sei fortunato, puoi insediare la tua iniziativa all’interno di un incubatore di imprese ed allora puoi sfruttare qualche canale privilegiato per l’accesso a forme di finanziamento. In ogni caso, nella migliore delle ipotesi, si tratta di tagli di finanziamento che non superano mai i 100 mila euro. A tassi non inferiori all’11, 12 %. Meglio di niente.
 
La tua idea richiede più fondi? Hai sentito parlare di business angels? Di venture capital? Scordateli !
Il panorama di venture capital in Italia è molto carente. Mancanza di cultura del rischio. Alcuni fondi che coagulano buone uscite di alti dirigenti o di giovani rampolli dall’aria crepuscolare appartenenti a vecchie e gloriose famiglie di un capitalismo in cui gli avi avevano saputo e potuto accumulare, si limitano ad operazioni di piccolo cabotaggio. Nessun round d’investimento consistente, se non in casi molto particolari. Preferiscono investimenti più sicuri come un bar in centro o una pizzeria. Male che va c’è sempre il mattone altro che nanotecnologie. Alternative?
 
Un’alternativa è quella di ricercare partner industriali. Specie se l’idea è ad alto tasso di innovazione e richiede, pertanto, molta prototipazione.
Occorre fare attenzione. Se ci si propone troppo presto, quando ancora non si ha almeno un prototipo della propria idea, un partner industriale serio riterrà il rischio tecnologico ancora troppo elevato e difficilmente affronterà l’investimento. Se un partner industriale si dimostra disponibile all’investimento anche quando il vostro progetto è a uno stadio molto embrionale, è molto probabile che l’operazione rivesta connotati finanziari più che industriali.
La verità è che quando si cercano partner industriali, lo si fa perché si ha bisogno di altre risorse finanziarie ed è facile che cavalieri neri appaiano bianchi.
Se si ha la fortuna di aver raccolto tutte le risorse finanziarie necessarie ci si può finalmente concentrare nella propria iniziativa.
 
La vita da neo-imprenditore ha però un fascino inconfessabile. Sei libero. La libertà di impresa, di fare, di alzarsi ogni mattina pensando a cosa inventarsi di nuovo sia esso un nuovo marchio, un nuovo canale distributivo, un nuovo claim, un nuovo servizio da affiancare al sistema di Crm che si è appena messo a punto, non ha contropartite. Ed anche quando non si dorme la notte perché bisogna trovare compromessi contabili per far sposare l’utile prima delle tasse con il circolante dei primi mesi dell’anno che verrà, ci si sente vivi, fecondi.
Così come quando arriva la telefonata del Direttore di Banca che con il suo tono grigio, dentro il suo rigato grigio, a segnalare l’ennesimo sforamento del limite mensile minacciando il peggio, vi sentirete dei leoni e ruggirete convertendo tutto il vostro sdegno in proclami di smisurato ottimismo delle imminenti vendite.
Fare impresa, non importa la dimensione, è la cosa più bella che può capitare.
 
Michele Fronterrè, siciliano, laureato in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Torino 10 anni fa. Nel 2007, ha co-fondato presso I3P, l’acceleratore d’imprese del Politecnico di Torino, Ingenia, una start-up che opera nel mercato dell’uso razionale dell’energia. Dalla fine dello stesso anno si occupa anche dello sviluppo commerciale di Cantene, società sempre all’interno di I3P che si occupa di servizi di ingegneria quali l’analisi, mediante l´utilizzo di simulazioni numeriche, di fenomeni d´incendi in spazi confinati.
Ha scritto “Imprenditori d´Italia, storie di successo dall´Unità a oggi” (Edizioni della Sera, 2010)

Confessioni di uno start-upper

Si sente spesso ripetere che bisogna creare le condizioni in Italia perché possa nascere una Apple. È la tipica frase di chiusura di convegni. Recitata da parte di moderatori, un po’ tuttologi cui bisognerebbe rispondere che il vero motivo per cui in Italia non nasce una Apple è che in Italia gli affitti dei garage sono molto alti. Si sente…

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