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I recenti avvenimenti in Tunisia e in Egitto, che si stanno espandendo a tutta la regione, sollecita una riflessione sulla situazione attuale e sui possibili scenari futuri dell’area mediorientale e mediterranea.
I mutamenti in atto, conseguenti soprattutto all’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, in particolare dei prodotti alimentari, si sono caratterizzati per una sorprendente rapidità evolutiva, imputabile principalmente ai mezzi di comunicazione, che ne ha reso difficile la gestione sia dal punto di vista politico che istituzionale.
Considerando che il processo di trasformazione è solo all’inizio, si rende necessario rivedere la nostra concezione sulla struttura e sulla dinamica politica e sociale di questi Paesi in vista delle azioni da intraprendere.
Il punto di partenza è la strategicità per l’Europa della scelta mediterranea, diventata ancor più centrale nello scenario successivo alla fine della Guerra fredda. Il passaggio dal contesto della Guerra fredda al nuovo assetto ha, infatti, comportato un cambiamento della situazione mondiale. In quel periodo il mantenimento dello status quo vigente poteva funzionare e, di fatto, ha poi funzionato. La fine di questo contesto ha però portato ad un capovolgimento e la strada dello status quo potrebbe rivelarsi l’opzione peggiore, anche se poi, nella realtà, si è seguita la regola “keeping the status quo”, soprattutto da parte dell’amministrazione degli Stati Uniti, in particolare riguardo alle posizioni nei confronti del conflitto israeliano-palestinese.
 
La politica americana, colta di sorpresa l’11 settembre 2001 dall’azione di al-Qaeda che, comunque, va ricordato, rappresenta solo una minoranza limitatissima nel mondo islamico, non ha permesso di capire fino in fondo quali fossero le nuove regole del gioco. Lo testimonia l’analisi che ha portato il presidente Obama all’inizio del suo mandato a giudicare giusta la guerra in Afghanistan e fallimentare quella in Iraq e, l’evoluzione democratica nel mondo arabo, rende utile un ripensamento sulla politica estera di Bush.
Il problema è capire come reagire e quali azioni intraprendere per aiutare l’evoluzione di questi Paesi verso una maggiore democrazia, come creare le condizioni per una convergenza, evitando i rischi di una divergenza e di una conflittualità.
 
Sicuramente la scelta mediterranea è la scelta prima dell’Europa e dell’Italia, necessaria per un ruolo non marginale nella nuova configurazione politica ed economica dello scenario internazionale. A partire, poi, da una riflessione per comprendere le ragioni del fallimento sia del processo di Barcellona che dell’Unione per il Mediterraneo, l’Europa, che si è limitata ad un comunicato ufficiale molto debole sulle auspicabili iniziative da intraprendere, deve accettare il rischio del cambiamento in atto nel Mediterraneo e creare, per quanto possibile, dall’esterno, le condizioni che permettano alle dinamiche politiche di manifestarsi e tenendo ben presenti le conseguenze, prima fra tutte quella di uno scontro molto forte con la leadership israeliana attuale, soprattutto da parte dei Paesi tradizionalmente ad essa “amici”.
Concretamente l’Europa dovrebbe rinegoziare l’Unione per il Mediterraneo, capirne il limite nella sua unilateralità seguendo la strada di un negoziato formale e paritario con i Paesi della sponda sud.
Una Cscm per il Mediterraneo che, sulla base dello stesso schema seguito in Europa dalla Csce, dia avvio ad un negoziato, in cui ogni attore ponga le proprie istanze, una conferenza con i capi di governo in cui si affrontino i problemi politici, economici e della sicurezza. Un contributo può essere inoltre reso con aiuti alimentari, tangibili ed immediati, per controllare un’esplosione sociale che potrebbe rivelarsi terreno fertile per l’islamismo radicale.
 
L’altra sfida da cogliere è quella dell’occupazione: 30 milioni di posti di lavoro da creare in Paesi con una forte crescita demografica e una mancanza di mobilità sociale. Si tratta di una questione di governance strategica che accomuna, con le dovute differenze, entrambe le sponde del Mediterraneo.
L’Europa deve poi superare la paura del terrorismo che nella scena politica araba rappresenta al massimo l’1% e supportare la presenza di partiti politici organizzati, base per la definizione di un modello democratico.
Al contrario, il rischio è di essere sopraffatti da forze che porteranno l’evoluzione di queste trasformazioni verso il conflitto. Ciò implica il superamento delle tradizionali politiche dei singoli Paesi europei affinché tutti si sentano più Mediterranei, a partire dalla Germania. Una tale posizione europea può trovare un’intesa con l’Amministrazione Obama e, soprattutto, rappresenta l’unica opzione possibile per il nostro Paese.
 
La crisi attuale può dunque rivelarsi un’opportunità soprattutto per il contesto Euro-Mediterraneo ma occorre individuare il modo di regolare il processo e contribuire a fissarne le linee guida, consapevoli dei prezzi che siamo disposti a pagare: cooperazione economica; creazione di un framework di sicurezza in cui inserire la questione di Israele; spinta decisiva ed irreversibile verso una soluzione del conflitto israeliano-palestinese, facendo leva anche sulla disponibilità di larga parte degli israeliani.
Se saremo portatori di questo “dare”, potremo pretendere un “avere” da parte dei Paesi arabi nell’accettazione di un supporto verso una transizione. In questo senso il governo italiano dovrà premere in sede europea.
Se il negoziato non sarà percepito come paritario, l’alternativa sarà inevitabilmente quella che io definisco del “rattrappimento baltico” e l’evoluzione di queste trasformazioni prenderà la via sbagliata del conflitto anziché quella del compromesso.

Come evitare un 'rattrappimento baltico'

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