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La scelta nucleare è una scelta di politica energetica importante che, se perseguita, avrà bisogno di un arco temporale non breve, di costanza e di un forte coordinamento fra tutti gli attori pubblici e privati. Con tre chiare tesi di fondo. Primo: dal punto di vista della sicurezza il nucleare presenta un vantaggio rispetto al ciclo dei fossili e persino rispetto alla fonte rinnovabile più importante, l’idroelettrico; secondo: le politiche energetiche di oggi e domani devono incorporare le priorità ambientali; terzo: il nucleare può contribuire a mitigare la dipendenza italiana dai fossili e da zone geografiche a rischio geopolitico.
I dubbi riguardano tre questioni: i costi, le alternative possibili, le ricadute di politica industriale.
Partiamo dai costi: la convenienza di una fonte non può che essere valutata in modo comparativo. E quindi la convenienza dell’energia nucleare dipende in primo luogo dal costo dei combustibili fossili e dal costo delle fonti rinnovabili.
Ma qual è il costo stimabile in un orizzonte di qualche decennio, dei principali competitori dell’uranio, vale a dire gas e carbone? Non lo sappiamo, ma possiamo guardare al passato, per farci un’idea.
 
La volatilità è altissima. Il prezzo varia anche di 10 volte in pochi anni. Come andrà nei prossimi 30-50 anni? Ce la sentiamo di scommettere su un costante prezzo basso e competitivo? La storia ci insegna che esiste solo una relativa relazione fra disponibilità fisica e prezzo della materia prima. Il picco dei 150 dollari al barile il petrolio lo ha raggiunto prima della crisi finanziaria del 2008 per ragioni slegate dalla penuria. Oggi siamo in fase depressiva, principalmente a causa del ciclo economico, ma cosa potrebbe succedere se l’economia tornasse a tirare?
Aggiungo che sorprende un po’ trovare in molte argomentazioni ambientaliste l’argomento della disponibilità e del basso prezzo dei fossili usata contro il nucleare. Ma come? Non eravamo ormai entrati nella fase del superamento del picco nella disponibilità dei fossili? E non abbiamo un problema ambientale (inquinamento più effetto serra) che rappresenta una priorità drammatica? Fra l’altro, proprio le tecniche di estrazione del gas non convenzionale sono contestatissime dal punto di vista ambientale.
 
Scegliere di investire nell´energia nucleare, per la particolare struttura dei costi dell´elettricità prodotta, assai poco sensibile al variare dei costi del combustibile,se posso usare un paragone fuori contesto, è un po´ come decidere di assumere un mutuo a tasso fisso. In alcuni momenti potrà risultare meno conveniente di un tasso variabile, ma ci saremo comprati la protezione contro rialzi inattesi e devastanti.
Aggiungo che anche un argomento sempre presente nel dibattito sul nucleare, vale a dire l’importanza di un’ulteriore diversificazione materiale e geografica dei combustibili utilizzati – la geografia dell’uranio è assai diversa da quella di gas e carbone in termini di sicurezza e flessibilità – non mi sembra né superato né poco influente. Un completo mercato europeo dell’energia purtroppo è lontano dall’essere realizzato, non solo perché molti Stati continuano a ragionare in termini nazionali, ma anche perché esso dovrebbe passare attraverso un forte rafforzamento di tutte le reti di interconnessione europee, che oggi limitano fortemente la liquidità del mercato elettrico.
Nel 1997 i combustibili fossili contribuivano per il 63,1%, nel 2009 questa percentuale è salita fino al 66,1. Dodici anni in cui il dibattito è stato dominato dalle tematiche ambientali. Ma il risultato è esattamente opposto a quello atteso. Il carbone continua a fare la parte del leone con una quota che passa dal 38,4% al 40,6%. Nel frattempo la produzione totale di energia elettrica è passata da 13.867 TWh a 19.706 TWh. Il 50% in più. L’idroelettrico condivide lo stesso destino del nucleare. Pur aumentando in termini assoluti diminuisce percentualmente. Le altre rinnovabili salgono dall’1,4 al 3,3. Una crescita molto forte, ma uguale a quella conosciuta dal carbone e marginale nel contrastare il dominio dei fossili.
 
Se vogliamo esaminare i dati in un’altra prospettiva possiamo vedere come, nel periodo esaminato, le fonti libere da CO2 (nucleare, idro, rinnovabili) siano passate dal 36,9 % al 33,9 %. Una disfatta, rispetto agli obiettivi annunciati.
La ragione è per me molto chiara. La produzione massiva e continua di energia elettrica si può fare solo con carbone, gas o nucleare. Sia per ragioni di potenza, sia per ragioni di continuità la quota delle rinnovabili non potrà salire oltre una certa soglia. Soprattutto in Italia, Paese dalla ventosità limitata e dai problemi paesaggistici a tutti noti. Senza considerare il peso che gli incentivi hanno avuto fino a oggi nello spingere avanti le fonti rinnovabili, la cui sostenibilità economica in termini di impatto sulle bollette è in corso di rimeditazione in tutto il mondo.
Ma l’ostilità preconcetta nei confronti del nucleare porta a proporre come valida alternativa persino il carbone con la cattura della CO2. Con costi oggi altissimi e con il rendimento delle centrali che scende di diversi punti, a causa del costo energetico di questa operazione.
Nucleare e rinnovabili dovrebbero essere alleate nel tentativo di contenere il predominio dei fossili, destinato a perpetuarsi se non ci saranno interventi radicali. Ma è bene anche ricordare che l’Agenzia internazionale dell’energia valuta che per raggiungere una quota del 20% nella produzione di elettricità con eolico e solare siano necessari, dal 2010 al 2035, 2500 miliardi di dollari (!) al ritmo medio di 100 miliardi di dollari all’anno.
 
Infine. Ha senso dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e della politica industriale un ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare? Il cuore tecnologico dei reattori è oggi dominato da alcuni player, Francia e Usa in primo luogo, con Epr e Ap 1000. Ma esso rappresenta solo il 30% circa del costo complessivo. L’altro 70% implica la messa in campo di altrettante forniture specializzate. E sono alcune centinaia le imprese italiane che intendono qualificarsi come potenziali fornitori.
Inoltre anche per la cooperazione tecnologica e le successive operazioni di gestione e manutenzione, si tratta di ricorrere a decine di migliaia di professionalità qualificate, compreso l’indotto.
Il contributo tecnologico che è venuto all’Italia dalle fonti rinnovabili, nonostante l’alto costo degli incentivi, è quasi trascurabile. Le componenti fondamentali sono quasi tutte acquistate all’estero e la qualità del lavoro associato si limita a lavori civili assai semplici, montaggi e manutenzione. Casomai è nel settore dell’efficienza energetica che alcune filiere industriali italiane (edilizia, riscaldamento, ecc) mostrano reattività e capacità innovativa.
Il futuro del mondo sarà nella fusione e nelle rinnovabili? Me lo auguro, ma per arrivarci c’è molto lavoro da fare. Come per la quarta generazione dei reattori a fissione.
Tutti i Paesi del G8, eccetto l’Italia, ma anche tutti i Bric, hanno tecnologie e programmi nucleari. Possiamo perdere questa ulteriore occasione?

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