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I dati forniti dal ministero della Difesa taiwanese descrivono uno scenario allarmante: nella giornata del 30 dicembre sono stati rilevati 130 aerei militari cinesi, 14 navi da guerra e 8 imbarcazioni della guardia costiera in pattugliamento intorno all’isola. Di questi velivoli, ben 90 hanno penetrato la zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan, segnando il numero più alto di incursioni aeree registrato in un singolo giorno dal 15 ottobre 2024.

L’Esercito Popolare di Liberazione ha schierato forze terrestri, navali, aeree e missilistiche in cinque zone marittime e aeree attorno allo Stretto di Taiwan, con esercitazioni a fuoco vivo programmate dalle 8:00 alle 18:00. Il Comando del Teatro Orientale ha dichiarato che le operazioni mirano a testare la prontezza al combattimento congiunto, simulando il blocco dei porti chiave dell’isola e attacchi a obiettivi strategici sia marittimi che terrestri. L’obiettivo esplicito, secondo i media di stato cinesi, è isolare completamente Keelung, il polmone portuale del nord, e Kaohsiung, il gigante industriale del sud.

Le conseguenze per il traffico civile sono state immediate e drammatiche: secondo l’Amministrazione dell’Aviazione Civile taiwanese, oltre 941 voli internazionali e domestici sono stati cancellati o deviati, con più di 100mila passeggeri colpiti dai disagi. Giornalisti presenti sull’isola di Pingtan, il punto cinese più vicino a Taiwan, hanno assistito al lancio di razzi che esplodevano in aria lasciando scie di fumo bianco, un’immagine che ha immediatamente fatto il giro del mondo.

Il precedente delle esercitazioni passate

L’esercitazione “Justice Mission 2025” rappresenta la sesta grande tornata di esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan dal 2022 e la prima negli ultimi otto mesi. La tendenza è chiara: Pechino sta progressivamente normalizzando la presenza militare attorno all’isola, trasformando quelle che una volta erano risposte eccezionali in uno strumento strutturale di coercizione.

L’escalation ha avuto inizio nell’agosto 2022, quando l’allora presidente della Camera dei Rappresentanti Usa Nancy Pelosi visitò Taipei, provocando una reazione furiosa di Pechino. Quelle esercitazioni durarono diversi giorni e coinvolsero lanci di missili e operazioni su vasta scala. Nel 2023 seguì l’operazione “Joint Sword”, che vide oltre 90 aerei e numerose navi da guerra simulare attacchi di precisione e tattiche di accerchiamento. Nell’aprile 2025, nuove manovre testarono la capacità di colpire porti chiave e infrastrutture energetiche, accompagnate da una campagna propagandistica che ritraeva il presidente taiwanese Lai Ching-te come un “parassita”.

Ogni esercitazione ha mostrato una progressiva estensione geografica e un aumento della complessità operativa. I media statali cinesi hanno recentemente pubblicato una mappa comparativa che riunisce tutte le principali esercitazioni dal 2022 a oggi, evidenziando come le zone interessate si siano espanse e come le operazioni siano diventate sempre più sofisticate. La sequenza rivela una strategia chiara: violare sistematicamente lo status quo, normalizzare la presenza militare e ridurre progressivamente lo spazio di manovra di Taipei.

Il fattore giapponese: Tokyo entra nell’equazione

Una delle novità più significative di “Justice Mission 2025” è l’esplicito riferimento alla “deterrenza esterna” nei comunicati del Comando del Teatro Orientale. Per la prima volta, Pechino indica chiaramente che uno degli obiettivi dell’esercitazione è impedire l’intervento di potenze straniere, in particolare Stati Uniti e Giappone, in caso di conflitto reale.

Questo linguaggio segna un’evoluzione strategica importante e trova la sua origine nelle recenti tensioni tra Cina e Giappone. A novembre 2025, la premier giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato in Parlamento che un eventuale attacco cinese contro Taiwan potrebbe costituire una “minaccia esistenziale” per il Giappone, aprendo la strada a una risposta militare in legittima difesa collettiva. Le parole di Takaichi hanno scatenato una reazione durissima da parte di Pechino: proteste diplomatiche, avvertimenti ai cittadini cinesi di evitare viaggi in Giappone e un’intensificazione delle pattuglie della guardia costiera intorno alle isole Senkaku, territorio conteso tra i due paesi.

All’inizio di dicembre, la tensione è ulteriormente aumentata quando caccia cinesi hanno puntato i radar contro velivoli giapponesi durante un’esercitazione di addestramento, provocando formali proteste da Tokyo. Le esercitazioni in corso mostrano che Pechino ha deciso di includere il “fattore giapponese” nel proprio calcolo strategico, testando capacità operative che potrebbero essere impiegate per scoraggiare o contrastare un eventuale intervento di Tokyo a sostegno di Taipei.

Un messaggio agli Stati Uniti.

L’esercitazione “Justice Mission 2025” arriva appena undici giorni dopo l’annuncio da parte di Washington della più grande vendita di armi mai autorizzata a Taiwan: un pacchetto da 11,1 miliardi di dollari che include sistemi avanzati con capacità offensive e difensive. Pechino ha reagito con sanzioni contro venti aziende americane del settore della difesa e dieci dirigenti, definendo le forniture militari una violazione delle intese sino-statunitensi e un incentivo all’indipendentismo taiwanese.

Gli analisti interpretano le manovre anche come un test per l’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca con un approccio ancora da decifrare sulla questione taiwanese. Il presidente americano ha dichiarato di non essere preoccupato per la situazione, sottolineando il suo “ottimo rapporto” con Xi Jinping e minimizzando le esercitazioni come “attività navali che vanno avanti da vent’anni”. Tuttavia, la risposta cinese suggerisce che Pechino stia sondando la determinazione di Washington a mantenere il proprio impegno di sicurezza verso Taiwan.

A rendere ancora più inquietante la situazione è l’impiego di tecnologie futuristiche mai mostrate prima: i video diffusi dai media di stato cinesi mostrano cani robotici armati, microdroni e robot umanoidi automatizzati in azione, segnalando un salto nella dottrina militare cinese verso la guerra senza contatto. Se da un lato questi filmati, generati anche con intelligenza artificiale, hanno un evidente scopo propagandistico, dall’altro indicano l’ambizione di Pechino di ridefinire i parametri del conflitto moderno.

La risposta di Tapei e il rischio di escalation

Taiwan ha reagito mettendo le proprie Forze armate in massimo stato di allerta. Il ministero della Difesa ha dispiegato sistemi missilistici, tra cui i lanciarazzi multipli Himars di fabbricazione americana con una gittata di circa 300 chilometri, capaci di colpire obiettivi costieri nella provincia cinese del Fujian. La fregata taiwanese Pan Chao ha puntato il proprio radar di controllo del fuoco contro il cacciatorpediniere cinese Type 052D Urumqi, un gesto altamente simbolico che ha elevato ulteriormente la tensione.

Il presidente Lai Ching-te ha assicurato che Taipei “agirà responsabilmente, senza aggravare il conflitto o provocare controversie”, ma ha anche ribadito l’impegno dell’isola a difendere ‘i valori della democrazia e della libertà’. Joseph Wu, segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ha definito le esercitazioni “un atto di escalation che minaccia la pace regionale e viola i principi della Carta delle Nazioni Unite”.

Gli analisti avvertono che il confine tra esercitazione e operazione bellica reale si sta assottigliando pericolosamente. La strategia cinese sembra puntare a normalizzare una presenza militare sempre più invasiva, rendendo difficile per Taiwan e i suoi alleati distinguere tra una routine di addestramento e i preparativi per un’invasione vera e propria. In un’area che produce oltre il 60% dei semiconduttori mondiali, il rischio di un errore di calcolo potrebbe avere conseguenze devastanti per l’economia globale.

Mentre il mondo rimane distratto da altre crisi, lo Stretto di Taiwan potrebbe essere il luogo dove si deciderà l’equilibrio di potere del XXI secolo. E le esercitazioni di questi giorni sono un chiaro segnale che Pechino non ha alcuna intenzione di rinunciare a quella che considera la “riunificazione” dell’isola, anche se questo dovesse significare ricorrere alla forza.

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