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La guerra in Yemen registra una svolta: il presidente deposto Ali Abdullah Saleh cambia cavallo, scaricando i ribelli Houthi con cui aveva unito le forze contro i gruppi leali al presidente Abed Rabbo Mansour Hadi in cui soccorso è intervenuta nel 2015 la coalizione a trazione saudita, e si schiera con i suoi ex nemici dichiarando di voler aprire “una nuova pagina”.

Il cambio di casacca si consuma in diretta televisiva, con un discorso nel quale Saleh ha fatto “appello ai fratelli degli stati vicini e all’alleanza” guidata dall’Arabia Saudita “affinché fermino la loro aggressione, sospendano l’embargo, aprano gli aeroporti e permettano l’ingresso del cibo e di soccorrere i feriti”. In cambio, promette l’ex presidente, “noi apriremo una nuova pagina in nome della nostra virtuosa vicinanza”. “Ci accorderemo con loro in un modo positivo”, aggiunge, sottolineando che “ciò che è accaduto allo Yemen è troppo”.

La giravolta di Saleh è accolta con soddisfazione dal rivale Hadi, che sollecita, riecheggiando le parole dell’ex rivale, “l’apertura di una nuova pagina con tutte le parti politiche” al fine di “formare un’ampia coalizione nazionale che ponga le fondamenta di una nuova era e unifichi ognuno contro le milizie golpiste”.

Decisamente contrariati gli Houthi, con i quali Saleh aveva condiviso campi di battaglia e destino. La loro alleanza si era cementata prima con la cacciata di Hadi da Sana’a, capitale dello Yemen; poi, con la resistenza armata ai bombardamenti dell’aviazione dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Ma non ha resistito al blocco totale del paese imposto dalla coalizione dopo il missile lanciato il 4 novembre contro l’aeroporto internazionale di Riad. Un “atto di guerra”, secondo i sauditi, da parte dell’Iran, accusato di sostenere e armare gli Houthi. Un mese di embargo che ha aggravato ulteriormente la condizione disperata della popolazione e ha spinto infine Saleh a passare nel campo dell’avversario. Scelta che la coalizione saluta ora con evidente piacere, sottolineando come Saleh abbia deciso di “schierarsi con il popolo” e di “prendere la guida” della sollevazione contro le “milizie leali all’Iran”.

Di segno opposto, ovviamente, la reazione degli Houthi. Un cui portavoce bolla il discorso televisivo di Saleh come “un colpo di stato contro la nostra alleanza e partnership” che ha messo in luce “l’inganno di coloro che pretendono di respingere l’aggressione”. Durissime le parole del leader delle milizie ribelli, Abdul Malik al-Houthi, secondo il quale “Questo è un atto di tradimento. Vergogna. Questo è vergognoso”.

Inesorabili e immediate le conseguenze del cambiamento di campo di Saleh. Sana’a è diventato il teatro di scontri durissimi tra Houthi e seguaci dell’ex presidente. Intensi combattimenti si registrano nel distretto meridionale in cui si trova la residenza di Saleh. Gli aerei della coalizione frattanto bombardano le posizioni degli Houthi. Secondo personale medico, si conterebbero 75 tra morti e feriti. La città sarebbe ora divisa in due, con la parte settentrionale controllata dagli Houthi e quella meridionale dai miliziani di Saleh. In città ci sono checkpoint e cecchini, mentre gli accessi sono sigillati, con enorme disagio per il traffico. Ci sono resoconti contraddittori su chi controlli aeroporto, palazzo della tv e sede dell’agenzia di stampa ufficiale. Non manca la propaganda, con la tv saudita che ha diffuso immagini di manifestanti che strappano poster di propaganda degli Houthi e urlano slogan contro i ribelli.

È giallo intanto su un missile che, secondo l’emittente degli Houthi As-Masirah TV, sarebbe stato lanciato su una centrale nucleare in costruzione negli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi smentiscono seccamente, sostenendo che il paese dispone di dispositivi anti-missile in grado di intercettare qualsiasi tipo di vettore.

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