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Sarebbe sbagliato ridurre la vita del cardinale Carlo Caffarra, morto improvvisamente ieri mattina nella sua abitazione di Bologna, alla battaglia contro l’esortazione Amoris laetitia, il prodotto del biennio sinodale sulla famiglia. Sì, aveva firmato la lettera con i dubia inviata al Papa, ma inorridiva e protestava in modo fermo ogni qualvolta leggeva articoli o dichiarazioni in cui lui veniva dipinto come un oppositore del Papa. In un’intervista televisiva aveva anche definito “calunnioso” dire ciò, aggiungendo che essendo nato papista sarebbe morto da papista. E’ andata così. Francesco lo avrebbe rivisto a ottobre, durante la visita a Bologna. Ma a certificare l’amicizia c’è anche l’abbraccio risalente allo scorso inverno, quando il Papa si recò in visita a Carpi. Caffarra è stato molto di più che uno dei quattro dei dubia.

UN GRANDE TEOLOGO

E’ stato soprattutto uno dei più grandi teologi contemporanei, primo preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, ascoltatissimo consigliere di Karol Wojtyla su tutto ciò che aveva a che fare con la teologia morale. Fu quest’ultimo a farlo vescovo, nel 1995. Prima a Ferrara, quindi nel 2004 a Bologna, mandato a raccogliere la pesante eredità di Giacomo Biffi. Caffarra non era “contro” nessuno. Semplicemente, da massimo esperto di vangelo della famiglia, ci teneva (a volte pure puntigliosamente) a ricordare che certi princìpi sono assoluti, e quindi non trattabili. E in un mondo dominato dal politicamente corretto, questo spesso infastidiva.

“MAI CONTRO IL PAPA”

Non si era pentito di aver sottoscritto la lettera inviata al Papa con i dubia, ma non si capacitava di come quest’atto di critica (nel senso più alto del termine) potesse essere ridotto a contestazione del Papa. Le sue osservazioni erano documentate, e ogni volta che lo si intervistava bisognava premunirsi di registratori funzionanti, visto che le sue parole erano corroborate da citazioni prese da libri pieni di sottolineature fittissime e appunti a lato.

GIOVANI, FAMIGLIA, PRETI

Ma, come ha ricordato anche il suo successore, mons. Matteo Zuppi, Caffarra era prima di tutto un grande innamorato della chiesa. Tre erano le sue preoccupazioni: i giovani, la famiglia e i sacerdoti. E forse, almeno così ha percepito chi anche di recente aveva avuto l’opportunità di scambiare qualche parola con lui, questo era il tema che più lo assillava. La formazione dei preti, il loro andare in un mondo sempre più caotico e pericoloso. L’Europa, la secolarizzazione, il crollo di tutte le evidenze erano altre questioni di cui era uno specialista. In una delle sue ultime omelie da arcivescovo di Bologna, parlò del sonno della ragione. “Molti vogliono farci pensare che la luce della fede in realtà fosse il frutto del sonno della ragione. Ma ora che questa– molti pensano – è stata risvegliata dalla scienza, la luce della fede è diventata inutile o comunque una mera convinzione soggettiva. E si è visto a quale mondo il celebrato trionfo della ragione ci ha portato: a un mondo dal quale la speranza è esiliata, e l’uomo sottoposto a ogni sorta di manipolazioni”.

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