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Sta passando quasi sotto silenzio, ma quest’anno ricorre il centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Con una mirabile eccezione: un saggio fresco di stampa di Vittorio Strada, insigne studioso della  letteratura e della cultura russa (Impero e rivoluzione, il Mulino). Un libro “non accademico”, dallo stile limpido e straordinariamente rigoroso nella sua riflessione critica su un avvenimento che ha cambiato la storia del Novecento.

Sullo sfondo, il plurisecolare passato zarista e il risveglio di un nazionalismo mai sopito. Strada valorizza da par suo gli scritti di Nikolaj Berdjaev, forse il primo a cogliere l’essenza del bolscevismo. Prima che Oswald Spengler pubblicasse Il tramonto dell’Occidente (1918), il filosofo nato a Kiev aveva pronosticato “la fine dell’Europa come monopolista della cultura, come chiusa provincia del globo che pretende di essere universale (La fine dell”Europa, 1915).

Due anni più tardi Berdjaev dava alle stampe un articolo intitolato La caduta del sacro regno russo. Anticipando ciò che Raymond Aron definirà “religione secolare”, egli scrive: “Il bolscevismo russo è un fenomeno d’ordine religioso […], in questo sta la sua assolutezza, la sua falsa, spettrale pienezza […]. Il bolscevismo è uno stato dello spirito […]. Il bolscevismo pretende di prendere tutto l’uomo, tutte le sue forze, vuole rispondere a tutte le esigenze dell’uomo, a tutti i tormenti umani […]. Come dottrina fanatica, esso non tollera nulla accanto a sé, non vuole dividere nulla con alcuno, vuole essere tutto e in tutto. Il bolscevismo è il socialismo portato a una tensione religiosa e a un esclusivismo religioso”.

Con questa chiave di lettura Strada ricostruisce la tragedia di un “ordine” ferreo, dominato dalla violenza dei suoi demiurghi. Un ordine perché andava al di là degli “interessi di classe” che dichiarava di difendere per assumere un ruolo storico-filosofico universale, facendo del proletariato non una entità empirico-sociologica, ma una categoria etico-metafisica, di cui pretendeva di essere l’incarnazione secondo una rigida scala gerarchica: la massa, la classe, l’avanguardia, il vertice del partito depositario della scienza e coscienza.

Il libro si chiude con una illuminante osservazione di carattere storico, ma aperta sul presente. Alla radice della “ideologia russa” c’è una formula triadica, elaborata per la prima volta nel 1832 dal ministro dell’Istruzione Sergej Uvarov: Trono (lo Stato autocratico), Altare (la Chiesa ortodossa), Popolo (lo Spirito nazionale).

Dopo l’ottobre ne seguì un’altra: Marxismo-leninismo, Partito comunista, Popolo sovietico. Attualmente il posto per una nuova triade è vacante, né può occuparlo il terzetto “autoritarismo, nazionalismo, militarismo”, con cui si è soliti designare il regime di Vladimir Putin.

Infatti oggi l’impero è nudo. L’unico vestito “è il retaggio glorioso degli imperi zarista e comunista, da Ivan il Terribile e Pietro il Grande a Stalin, che portò la potenza russa al suo apogeo in senso territoriale e ideale, e la cui opera va continuata rimediando al disastro provocato da riformatori come Chrusciov e Gorbaciov (e, peggio ancora, Eltsin)”.

A foggiare il nuovo abito dell’imperatore sul modello dell’antico -conclude Strada- provvede attualmente un atelier di intellettuali che godono del monopolio dei mezzi d’informazione e dell’appoggio della Chiesa ortodossa, che tende a fare del cristianesimo orientale una religione nazionale di Stato. La veste è però fatta di un tessuto trasparente che “vela a stento la nudità, a differenza dei paludamenti dei grandi imperi del passato. Che cosa riservi l’avvenire non c’è profeta o futurologo che possa predirlo”. Come non dargli ragione?

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