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È il trofeo di politica estera che serviva a questo Papato nonché l’eredità più pesante che Francesco lascerà alla Chiesa. L’accordo tra Santa Sede e Cina in merito alla nomina dei vescovi è realtà, avviando così all’epilogo un “non rapporto” che dura dal 1951 quando Mao cacciò gli ultimi missionari dal territorio continentale.

A dichiararlo il cardinale arcivescovo di Hong Kong John Tong, che ha affermato in una lettera del 25 gennaio scorso e pubblicata il 9 febbraio in un articolo pubblicato di Asianews, la coraggiosa agenzia dei padri missionari Pime (Pontificio istituto missioni estere): “Dopo alcune sessioni di dialogo, è stato raggiunto un consenso preliminare, che porterà ad un accordo sulla nomina dei vescovi”.

In quali termini? Il Papa passerà da “Capo di Stato straniero” a soggetto: “Con un ruolo nella nomina e ordinazione dei vescovi cinesi. Pechino inoltre riconoscerà il diritto di veto papale e che il Papa è la più alta e finale autorità a decidere sui candidati vescovo in Cina”.

In questo modo l’Associazione Patriottica, la “chiesa” ufficiale creata dalla Cina nel 1957 e che non riconosce l’autorità papale diverrà: “Un’organizzazione volontaria, non profit, patriottica e amante della Chiesa composta di sacerdoti e fedeli da tutto il Paese”.

Secondo Tong: “Si dice che il problema principale del governo sia se i candidati siano patriottici e non se amino e siano leali alla Chiesa. Pertanto, sarebbe corretto dire che l’accordo non supererà l’attuale pratica effettiva”. Nomine concordate, dunque, con la terna gradita al Governo ma proposta dalle Chiese locali e il Papa che dice sì o no. Più o meno è lo schema adottato in Vietnam (si veda box qui di fianco) e porta chiaramente la firma di Pietro Parolin, il Segretario di Stato di Jorge Mario Bergoglio.

Certo, non è che tutto si sistemerà dalla sera al mattino. Tre i problemi successivi: l’Associazione Patriottica (ma buona parte dei suoi vescovi sono stati ordinati in accordo con la Santa Sede); i vescovi ufficiali nominati e consacrati in violazione delle norme canoniche, i 30 clandestini non riconosciuti dal governo.

Per il porporato: “Le comunità ufficiali e clandestine della Chiesa cinese stanno attivamente cercando ed esprimendo completa comunione e unità con la Chiesa universale”. Quindi i 7 vescovi ufficiali scomunicati: “Parleranno col Papa e chiederanno il suo perdono”. I clandestini dovrebbero essere riconosciuti dal Governo, che chiederà loro di dichiarare la loro fedeltà alla Costituzione cinese.

“D’ora in poi”, scrive il cardinale “non ci sarà mai più una crisi di divisione tra comunità ufficiali e clandestine della Chiesa cinese. Al contrario, si riconcilieranno e ritroveranno la comunione sui temi della legge, la cura pastorale e le relazioni”. La Chiesa cinese sarà istituzione non politica e che non vuole entrare nella vita politica del Paese.

La domanda successiva è: quando Francesco sarà a Pechino, come abbiamo anticipato su ItaliaOggi?

(Articolo pubblicato su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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