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Il grave ritardo che l’Italia ha accumulato sul fronte dell’innovazione non può essere recuperato nel breve periodo. È innanzitutto un educational gap a tutti i livelli della catena della produzione e del valore. Se pensiamo all’Italia degli anni ’70 la ricordiamo leader nella ricerca applicata al servizio dell’industria. Catene di montaggio, automazione, investimenti sui processi di produzione, capitale umano (operaio e universitario) erano il fiore all’occhiello dell’industria italiana. Giganti come Eni, Montedison, Fiat, Zoppas, Banca commerciale italiana, Ferrari davano infrastruttura e sostegno alla miriade di piccole e medie imprese fornitrici di prodotti e nuove tecnologie. Alla fine degli anni ’80 la capitalizzazione di Borsa era per oltre il 90% in mano a cinque grandi gruppi di cui quattro di Stato che davano infrastruttura e sostegno alla miriade di piccole e medie imprese fornitrici di prodotti e nuove tecnologie. L’Italia deteneva il quinto Pil al mondo arrivando a sfiorare il quarto posto. Gli anni Novanta sono stati un’occasione sprecata. L’inchiesta su tangentopoli aveva messo in ginocchio il sistema dei partiti e con sé l’intreccio di relazioni tra affari e politica. L’Italia era tra i Paesi dell’Ocse che attraeva il maggior numero di investimenti esteri. Il cambio lira-dollaro favoriva esportazioni e rendeva competitivo il nostro Paese. Il sodalizio con le potenze mondiali solido e mai in discussione. Insomma tutti i driver al loro posto per poter essere pronti al decollo di un’economia lanciatissima tra le prime quattro in Europa e le prime otto nel mondo. E poi? E poi si sono verificati due cambiamenti ineluttabili alle quali il nostro Paese non ha saputo rispondere, reagire, con le quali non ha voluto confrontarsi. Due eventi che hanno mutato lo scenario degli equilibri internazionali e hanno rimescolato tutte le carte in gioco.

L’EUROPA E LA GLOBALIZZAZIONE

Negli anni ’90 l’Europa comincia a entrare a regime con il Trattato di Maastricht, mette il turbo e in 10 anni introduce un’enorme quantità di regole. Concorrenza, mercati finanziari, politica agricola comune, tutela ambientale e dei consumatori, welfare, accordi di Schengen. Regole introdotte sull’altare dell’armonizzazione. Principio che aveva in sé tutta l’utopia di una Europa tecnocratica, pervasa da burocrati e figlia di un solo dio. Il Pil. In questo scenario l’Italia perde, non riesce ad affermare una leadership, non è preparata né tecnicamente né culturalmente. La politica italiana tratta l’Europa come una sorta di prepensionamento del candidato di turno. Vengono scelti uomini al declino o comunque senza un reale interesse alla costruzione di un’Europa politica. Troppo distratti dalle vicende interne, dal consenso di palazzo e dalle alchimie dei propri partiti. L’Italia subisce l’avanzata regolamentare prima della Francia e del Regno Unito poi, più avanti nel tempo, la forza d’urto del pacchetto di mischia tedesco, sostenuto dai Paesi scandinavi e mitteleuropei.

VISTOSAMENTE ARRETRA

Le leggi sui mercati finanziari sono scritte da Londra, quelle agricole da Parigi, quelle fiscali, dai paradisi in giro per il mondo. L’altro fattore di arretramento è  la globalizzazione. La produzione viene ridisegnata su scala mondiale. Il sud del mondo diventa l’opificio del pianeta. Cina e India entrano nel processo di industrializzazione, fornendo un esercito di manodopera a costi da schiavitù. L’Europa è appesantita dalle regole mentre Regno Unito e Stati Uniti si smarcano. In Europa si apre la stagione della banca universale (con i suoi conflitti di interesse). Le banche d’affari inglesi e americane collocano prodotti finanziari strutturati dai più remoti e suggestivi paradisi fiscali. La liberalizzazione dei mercati finanziari viene subita da tutti i Paesi e accentua i fenomeni di propagazione, contagio e interdipendenza delle crisi. Ciò che colpisce è la numerosità di default finanziari negli ultimi vent’anni. E nulla avrebbero comunque potuto le autorità di controllo. Accusarle oggi sarebbe come puntare il dito sui ministri dell’Interno per non aver fermato l’ondata migratoria. Alla fine degli anni Novanta i giochi sono fatti. L’Italia ha visto la partita, dagli spalti, senza toccare palla. A quel punto è l’inizio della crisi. Dal 2000 comincia l’inarrestabile crollo del Pil e degli altri parametri finanziari. La Spagna cresce quasi a doppia cifra, noi arretriamo, crollando di posizioni fino al baratro del 2010. In Europa, la Germania, dopo aver risolto il processo di riunificazione, trasforma una debolezza nella sua più grande opportunità. Diviene la locomotiva d’Europa e il driver politico più credibile agli occhi del mondo. Usa l’Europa per le proprie crisi bancarie e chiude i cordoni della borsa quando sa di poterselo permettere. La gestione Merkel (candidata al quarto mandato) definisce un Paese stabile, solido, credibile, efficiente. Questo il quadro generale fino alla storia più recente che presenta sfide diverse e un quadro di equilibri mondiali tutto da ridefinire.

E L’ITALIA? COSA HA COMBINATO IN QUESTO VENTENNIO?

L’Italia ha sbagliato a investire. Alla fine degli anni Ottanta aveva una straordinaria quantità di risorse finanziarie, capacità di indebitamento, infrastruttura industriale moderna, forte capitale umano. Ma non l’ha sfruttato. Anzi, lo ha depauperato nel tempo. I Paesi che hanno retto alla globalizzazione industriale e finanziaria (e con fatica) sono soltanto quattro: Stati Uniti, Canada, Germania e Inghilterra (e non il Regno Unito, solo l’Inghilterra). E perché? Elementare, perché hanno investito in innovazione. Innovazione di prodotto e di processo, innovazione finanziaria e commerciale, innovazione tecnologica e scientifica. Un esercito di studenti ha cominciato a migrare verso le “universities” e un ingente quantitativo di risorse usato per creare ecosistemi interconnessi tra domanda e offerta. In qualche modo si è combattuta la globalizzazione industriale con la localizzazione delle competenze. E poi se i risultati sono strettamente connessi a un uso selettivo e di lungo periodo di incentivi e strumenti finanziari. È su questo che il nostro Paese ha perso. Ha perso sulla qualità degli investimenti. Ha perso sulla capacità di usare le risorse verso ecosistemi produttivi locali che guardassero all’Europa e alla globalizzazione in modo ragionato, sfruttando le nostre eccellenze.

Nell’ultimo ventennio l’Italia si è ammalata di esterofilia, lasciando il campo della creatività, della produzione, del capitale tecnologico, radici di un passato di benessere e prosperità. L’Italia non ha avuto la forza di analizzare se stessa e di puntare sulle sue eccellenze. A scelto la via del finanziamento a pioggia, del conflitto di interessi, del baronato accademico che ha usato la ricerca per una pubblicazione da Nobel. Insomma, l’Italia sbaglia, commette un grave errore di valutazione, non immagina neanche lontanamente che i processi di globalizzazione e liberalizzazione possano condurla verso la Serie B del mondo. E oggi. Ora come allora si agisce senza strategia. L’Italia deve ripartire da ciò che ha e non ha valorizzato. La nostra capacità inventiva. I brevetti, le invenzioni, i modelli di utilità, tenuti nei cassetti delle università. Il capitale creativo del Paese.

Nell’ultimo anno, sono stati investiti più di 10 miliardi di euro in start up innovative europee, di cui la metà in Germania e nel Regno Unito. E questa crescita è costante ormai da oltre 10 anni. In questo modo, la Germania ha innovato la propria industria e l’Inghilterra ha ridato forza alla sua economia finanziaria. Quanto all’Italia i dati raccolti mostrano un trend in crescita con circa 80 milioni di investimenti in start up e una serie di nuove misure fiscali e finanziarie a supporto dell’innovazione. Numeri che restano però lontanissimi da quelli degli altri Paesi europei. Per recuperare terreno  dobbiamo quindi puntare su modelli di open innovation e trasferimento tecnologico. Modelli che premino la via acquisitiva di start up da parte delle aziende italiane e la via dell’equity financing degli spin off di ricerca. Settori come health-care, nuovi materiali, robotica, meccatronica, intelligenza artificiale, nanotecnologie, sono eccellenze radicate nel Dna italiano. È lì il tesoro del Paese. È nella nostra Università – quella con la “U” maiuscola – che si trova il capitale umano e tecnologico per ridare lustro alle imprese medie, piccole o grandi che siano. Detta cosi sembrerebbe agevole. Due parole e via al programma.

MA DOVE SI NASCONDE IL BAG DEL SISTEMA?

A nostro parere molto è nel ritardo del ricambio generazionale delle posizioni di vertice delle aziende italiane. Dalle multinazionali alle cosiddette “closely held companies”. Laddove si ritenga che un senior oggi abbia più capacità di uno junior. Laddove si pensi che un figlio non debba assumere la responsabilità di un padre. Laddove si immagini che un capo dipartimento, un ceo, un borrower non possa avere i capelli “tutti” neri. C’è poi un altro aspetto rilevante ed è quello del mercato, ad iniziare da quello comune in Europa. Senza exit strategy non ci sarà innovazione. Senza consapevolezza che il fallimento è una fase fisiologica non si potrà trarre vantaggio dai propri errori, senza continuità e perseveranza non si raggiungeranno risultati apprezzabili. È in questa volubilità, in questa incertezza, in questa instabilità psicologica e comportamentale tutta italiana che risiede il limite più grande a una seria politica espansiva sull’innovazione. Dopo aver perso la guerra delle regole, siamo a caccia di qualche amico che ci aiuti ad interpretarle. A condizione che non si sbagli di nuovo ad investire.

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