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C’è un’editoria che non è in crisi, non è costretta a rincorrere i millennials perché è già un punto di riferimento per quelle generazioni che in Italia consideriamo perse e, proprio per questo, continua a crescere, attirando investitori.

Vice media è un caso di scuola. Gruppo editoriale nato nel ’94 da una rivista di nicchia canadese, oggi è una piattaforma globale che presto coprirà più di cinquanta Paesi. Editore nativo digitale, a parte gli esordi come fanzine musicale, che oggi si permette il lusso di raddoppiare la redazione e fa acquisti nei vecchi media. Ad esempio quando ha creato Viceland, canale televisivo multinazionale nato da uno spin off di History Channel acquisito da Vice. Tecnologia tradizionale (siti internet, canali verticali, youtube, trasmissioni televisive), ma modi nuovi di fare giornalismo. Alberto Riva è managing editor a Vice News.

Innanzitutto, come è arrivato un italiano ai vertici di un digital media tra i più avanzati al mondo?

Due cose fondamentali: ho avuto la fortuna di parlare inglese fin da piccolo insieme all’italiano, e di avere l’età giusta per trovarmi nella prima ondata di professionisti che sono cresciuti su internet. Ho imparato il mestiere di giornalista a metà degli anni Novanta e quindi è stato del tutto naturale cominciare a farlo online.

La scelta di vivere negli Stati Uniti che ho fatto a trent’anni è stata poi decisiva. Se non avessi avuto la chance di trasferirmi ad Atlanta grazie alla CNN nel 2000, e poi a New York per Bloomberg News, probabilmente non mi sarei trovato al posto giusto nel momento giusto anni dopo, nel 2015, quando Vice News stava cercando un giornalista con le mie caratteristiche per guidare il sito.

Il passaggio di Vice da magazine di nicchia a media company come è avvenuto?

Esistiamo dal 1994, ma il nostro vero arrivo tra le media companies globali è relativamente recente. Per molti anni Vice è stato prima una fanzine abbastanza oscura di Montreal e poi appunto il magazine mensile, che ha inventato praticamente da solo una certa estetica hipster diffusa rapidamente dalla redazione di New York in giro per il mondo. All’epoca devo dire che li seguivo poco. Più che altro li associavo ai jeans a sigaretta e alle t-shirt ironiche che si vedevano in giro per Brooklyn, ma in realtà si stavano espandendo parecchio con l’apertura di canali digitali come Motherboard per la tecnologia e Noisey per la musica.

Credo che il salto di qualità agli occhi di investitori e osservatori dei media ci sia stato con l’arrivo nel 2013 sulla rete via cavo HBO di Vice, un settimanale d’informazione basato sul concetto di immersive journalism che non assomigliava, e tuttora non assomiglia, a nient’altro. Da quel momento sono arrivati investitori importanti come Disney e 20th Century Fox, ed è cominciata un’espansione nelle news online e in tv che continuerà con il lancio quest’autunno di una versione quotidiana di Vice su HBO.

Adesso quali media comprende?

Facciamo quasi prima a dire cosa non comprende! Il magazine resta ed è stato appena ridisegnato, ma si sono aggiunti appunto i programmi di informazione su HBO, numerosi canali digitali tra cui VICE News di cui sono managing editor, un canale tv via cavo nostro che si chiama Viceland, un’etichetta discografica, libri, e probabilmente mi sto dimenticando qualcosa.

Con quale criterio selezionate le notizie a Vice news?

L’assunto di base è che le notizie sono ormai una commodity, che tutti possono consumare all’istante. Per sapere tutto quello che succede in qualunque parte del mondo, ovunque uno sia e in qualunque momento, basta avere uno smartphone e Twitter. Combattere la battaglia delle breaking news ci interessa poco e comunque non la vinceremmo contro giganti come le agenzie di stampa globali. Quello che ci eccita invece è andare a caccia di storie che possiamo raccontare con il tono che ci contraddistingue e la capacità per cui siamo famosi di buttarsi dove spesso gli altri non vanno.

Per esempio: El Chapo scappa dal carcere di massima sicurezza? Mandiamo un inviato in Messico a percorrere con una telecamera il tunnel scavato dai suoi scagnozzi. Oppure passiamo settimane embedded dentro lo Stato Islamico, ritornando con un documento eccezionale. Mi viene in mente poi Selfie Soldiers, un documentario nel quale abbiamo ripercorso, seguendo i post di un soldato russo sui social media, l’itinerario di un’unità dell’esercito dalla Russia all’Ucraina. Dimostrando così che Putin mentiva quando assicurava che lì non c’erano soldati russi.

C’è spazio per un giornalismo globale, con competenze che vadano oltre i confini nazionali?

Non solo penso che ci sia spazio, ma penso che sia il futuro. Da un lato ci sono e ci saranno sempre le notizie locali, in qualunque modo vengano distribuite. Dall’altro c’erano una volta i tg e i quotidiani nazionali, che però sono in crisi quasi ovunque, anche perché di solito non parlano in maniera intelligente di una cosa molto importante: il fatto che tutto quello che ha un effetto oggi sulla vita del lettore medio è il frutto di un movimento di capitali, risorse e persone del tutto globalizzato. Questo ormai lo sanno anche i banchi, ma mi stupisce vedere che non sono molti i media che lo spiegano in modo non dozzinale e con un approccio che li distingue. Tra quelli che lo fanno bene penso all’Economist o Quartz.

Progetti futuri (crescita assunzioni)?

Oltre al programma quotidiano di notizie che partirà quest’anno abbiamo in cantiere altri verticals dedicati per esempio ai viaggi, alla salute, all’economia – in sostanza canali digitali che offrono contenuti in vari formati compreso il video. Assumeremo parecchi giornalisti con varie specializzazioni.

Come è l’Italia vista dalla redazione di Vice a Brooklyn?

Visti da una prospettiva oltreoceano i media italiani si distinguono per una cosa, purtroppo: sono fatti tecnicamente male. I siti dei giornali sono disorganizzati e zeppi di video degli autogol più buffi della Serie B slovacca o di altri clickbait terribili. I tg sono strillati e non c’è un solo servizio senza quella fastidiosa cadenza – in genere una pessima imitazione di Enrico Mentana – che imperversa da vent’anni. Insomma, per capire davvero quello che succede in Italia mi tocca leggere la Reuters, oppure Internazionale, che invece è un gran bel settimanale. E l’edizione di Vice News in italiano, che è piccola ma fa un lavoro lodevole, e con la quale siamo ovviamente in contatto costante.

Cosa deve fare un giovane italiano che volesse lavorare da voi?

Mi chiedevi prima delle competenze che vadano oltre i confini nazionali. Ecco, questo è importante: un giovane giornalista, da dovunque venga, dovrebbe avere gli strumenti per capire che i confini sono una cosa illusoria, a dispetto del revanscismo nazionalista che vediamo emergere quasi ovunque. La cultura – lo dico in senso lato – che ha fatto il successo di Vice prescinde completamente dai confini nazionali. Un documentario su Vice News dovrebbe risultare ugualmente comprensibile a un giovane cinese come a uno brasiliano.

Questo non vuol dire certo dimenticarsi della cultura in cui si è cresciuti per abbracciare invece un vago globalismo iper-capitalista. Vuol dire avere la preparazione e l’attitudine per capire e raccontare storie che hanno a che fare con posti molto diversi da quello dove sei nato.

Quanto ai giovani giornalisti italiani in particolare, gli direi di leggere molto i giornali di altre nazioni, guardare i programmi tv d’oltreconfine, abbonarsi alle riviste di altri paesi, fare Erasmus, insomma guardare moltissimo fuori perché ci sono un mucchio di cose molto più interessanti della classica zoomata su Palazzo Chigi e del classico pastone politico della Rai. E per fortuna molti giovani italiani questo lo fanno già, e lo fanno bene.

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