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In attesa dei risultati dei ballottaggi comunali, e del ritorno alla politica nazionale del sindaco uscente di Milano, Giuliano Pisapia, che pur appoggiando il candidato renziano Giuseppe Sala alla sua successione si è proposto come “ponte fra le sinistre” critiche di Matteo Renzi, mi prendo il lusso di approfondire una vicenda soffocata dalle cronache della campagna elettorale. E’ la testimonianza resa nei giorni scorsi dall’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, ora giudice costituzionale, alla Corte d’Assise di Palermo, venuta appositamente a Roma per sentirlo nel processo in corso da tre anni sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia stragista.

I giudici, in verità, avrebbero voluto ascoltare anche Carlo Azeglio Ciampi, succeduto ad Amato alla guida del governo nel 1993: un altro anno, come il 1992, contrassegnato da attentati e minacce mafiose. Alle quali, secondo i magistrati d’accusa, pezzi dello Stato avrebbero cercato di porre riparo non intensificando la lotta alla criminalità organizzata ma facendo ad essa concessioni, in particolare allentando il trattamento dei detenuti sottoposti ad uno speciale regime di severità e isolamento.

Ma Ciampi, che in una notte d’estate aveva temuto, con l’interruzione delle linee telefoniche di Palazzo Chigi, persino un colpo di Stato, non ha potuto, o voluto, testimoniare per ragioni di salute di cui, regolarmente certificate, i giudici hanno dovuto prendere atto. Sono d’altronde le stesse ragioni per le quali l’ex presidente della Repubblica, e non solo del Consiglio, che ha compiuto la bellezza di 95 anni il 9 dicembre scorso, frequenta di rado anche il Senato. E concede, ogni tanto, in occasione di grandi eventi, qualche breve articolo o intervista, evidentemente meno faticosi di una deposizione giudiziaria, per quanto importante possa essere ritenuta dai giudici, e soprattutto dai magistrati d’accusa decisi a incalzare i testimoni. Com’è accaduto appunto al settantottenne Amato, di cui le cronache hanno riferito anche una certa insofferenza verso i tentativi del pubblico ministero Nino Di Matteo di spremergli la memoria.

Notoriamente soprannominato da tempo “dottor Sottile”, sin dagli anni in cui era sottosegretario di Bettino Craxi alla Presidenza del Consiglio, Amato di sottile, appunto, inteso in ogni senso, ha tutto. Anche la memoria, specie quando ritiene, a torto o a ragione, che qualcuno voglia manometterla. più che spremerla.

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In particolare, anche a costo di sembrare “lo smemorato di Collegno”, come lui stesso ha ironicamente detto ai giudici, Amato non ha avallato interviste e testimonianze del democristiano Enzo Scotti e del socialista Claudio Martelli, convinti di avere, rispettivamente, perduto il Ministero dell’Interno e rischiato di perdere nel 1992 il Ministero della Giustizia, nella formazione del suo primo governo, a causa della loro intransigenza nella lotta alla mafia. E quindi della loro indisponibilità a permettere trattative per evitare altre stragi, dopo quella compiuta il 23 maggio a Capaci per uccidere Giovanni Falcone. Strage alla quale seguì il 19 luglio quella in via D’Amelio, a Palermo, per ammazzare un altro magistrato famoso e impegnato nell’azione di contrasto alla mafia: Paolo Borsellino.

I rapporti personali di amicizia con Scotti sono stati evocati da Amato per spiegare ai giudici che l’esponente democristiano non avrebbe esitato ad esprimergli le sue preoccupazioni o il suo disappunto se veramente ne avesse avuto quando da ministro dell’Interno dell’ultimo governo di Giulio Andreotti divenne ministro degli Esteri del suo primo governo. Uno spostamento deciso su richiesta e per “dinamiche interne” alla Democrazia Cristiana. E che fu vanificato dalla successiva rinuncia di Scotti alla Farnesina a causa dell’incompatibilità decisa dalla Dc fra cariche di governo e mandato parlamentare, con relativa immunità.

Dell’avviso che Martelli ha più volte detto di avere avuto da lui di non potere essere confermato ministro della Giustizia, Amato ha detto semplicemente di non ricordare.

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Per quello che vale la memoria di un giornalista, ma anche le cronache politiche dell’epoca, che i magistrati avrebbero potuto rileggere già nella lunga fase delle loro indagini preliminari, Scotti e Martelli si trovarono in difficoltà politiche nel 1992 non per il loro indubbio impegno contro la mafia, ma perché avevano ricevuto dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro quello che lo stesso Martelli, evocando una telefonata fattagli allora da Marco Pannella, ha definito nella sua testimonianza ai giudici “uno scherzo da prete”.

Accadde, in particolare, che Scalfaro ricevendoli entrambi per adempienze di governo, essendo in preparazione un decreto legge proprio sulla lotta alla mafia, intrattenesse Scotti e Martelli su tutt’altro argomento: la formazione del nuovo governo e il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi, secondo intese raggiunte già prima delle elezioni di quell’anno fra i segretari della Dc, Arnaldo Forlani, e del Psi.

Scalfaro, pur amico personale di Craxi, di cui era stato ministro dell’Interno una decina d’anni prima, non aveva alcuna voglia di rimandarlo a Palazzo Chigi, temendone un coinvolgimento nell’inchiesta giudiziaria milanese su Tangentopoli, secondo notizie verificate direttamente, e inusualmente, anche col capo della locale Procura della Repubblica.

Più che offrirsi, furono quindi Martelli e Scotti a sentirsi offrire da Scalfaro più o meno esplicitamente di fare, indifferentemente, il presidente e il vice presidente del Consiglio nel nuovo governo. Informati di questo, ma come di una iniziativa presa dai due ministri, né il segretario della Dc né quello del Psi gradirono. E s’impuntarono. Per cui Scotti fu promosso ministro degli Esteri per essere rimosso da ministro dell’Interno e Martelli rischiò effettivamente di cambiare destinazione pure lui. Egli però riuscì ugualmente a restare al Ministero della Giustizia, rimanendovi sino a quando, nel 1993, non fu costretto a dimettersi perché coinvolto nelle indagini milanesi per via di un conto svizzero.

A salvare Martelli come guardasigilli, secondo quanto mi disse poi Craxi, fu una sua telefonata al segretario socialista per chiedere di essere lasciato al suo posto, in modo da “completare l’azione cominciata al Ministero con Giovanni Falcone”, così tragicamente caduto nella lotta alla mafia. Cosa che Craxi, come mi precisò, ritenne “giusta e ragionevole”. Altro che complotto politico, o qualcosa di simile, come sostengono praticamente i cultori della trattativa fra Stato e mafia, per ammorbidire l’azione di contrasto a Cosa Nostra.

Cosa successe davvero nel '92 fra Amato, Craxi, Martelli, Scalfaro e Scotti

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