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La sveglia per l’Europa continua a suonare a un ritmo sempre più insistente e continuativo.
La vittoria di Brexit e l’uscita del Regno Unito può avere due letture. Può segnare la fase finale della caduta dell’Ue, come molto probabilmente avverrà per il Regno Unito. Oppure, può essere l’avvio del risveglio dal torpore che ha contraddistinto l’Europa negli ultimi anni, quindi generare un nuovo inizio.

La Gran Bretagna può rappresentare un esempio pericoloso per l’Europa. Infatti il Regno Unito, in crisi da tempo, è arrivato forse alla fine di un declino che ne può causare la disintegrazione totale, o comunque la presa di coscienza definitiva del suo declino. Al di fuori, può accelerare, in molti paesi, l’avanzata delle forze che ritengono l’Europa responsabile di tutti i mali (per alcuni aspetti non sono molto lontani dalla realtà) e/o con la richiesta di altre “uscite” dal sistema dell’Ue. La cosa di cui nessuno parla è che la Gran Bretagna e l’Europa si somigliano molto: entrambe in declino da tempo, senza rendersene conto; entrambe piene di paure di ogni tipo, come i fatti degli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato; entrambe con lo sguardo rivolto al passato; entrambe senza un’idea, senza un progetto, senza un’indicazione per il futuro, senza la capacità di (capire?) risolvere i problemi quotidiani delle persone più bisognose e dei giovani, lasciati al loro destino; anzi, le persone sono uscite dall’agenda delle autorità inglesi ed europee. Prevalgono gli interessi dei poteri forti della finanza, di cui la politica è prigioniera, e gli interessi immediati dei politici, dediti principalmente a seguire i sondaggi giornalieri della gente. Se i governi europei, visto che le istituzioni dell’Ue fanno solo da spettatrici, ormai da lungo tempo, continuano così, a lasciare i problemi e le preoccupazioni dei cittadini irrisolti. Il destino dell’Europa è segnato; seguirà quello inglese.

Come evitare allora questo destino? Semplice, forse troppo semplice per essere capito ed evitato. Quello che deve cambiare per primo è lo “stato d’animo” e la rassegnazione che ha contraddistinto gli europei sinora.

Primo: i governi europei, o almeno quelli che lo vogliono, devono prendere seriamente atto delle conseguenze e dei disastri causati dalla crisi economica, ancora in corso, con una recessione che dura ormai da quasi dieci anni e, quindi, cambiare registro il prima possibile, mettendo la solidarietà e l’inclusione al centro della loro azione, modificando radicalmente l’impianto su cui si regge l’Eurozona.

Secondo: deve prendere atto, inoltre, della domanda di sicurezza delle persone, delle loro paure – derivanti dagli attacchi terroristici di matrice islamica e da un’immigrazione lasciata a se stessa, in mano alla malavita e/o agli scafisti senza scrupolo – ponendovi rimedio, naturalmente, riempiendo uno spazio rimasto pericolosamente vuoto.

Terzo: prendere atto dei grandi mutamenti avvenuti nello scacchiere internazionale, sia dal punto di vista finanziario ed economico, che dei nuovi equilibri strategici che si vanno profilando, al centro dei quali non c’è più l’Europa che abbiamo conosciuto, nemmeno per quanto riguarda il pensiero e i principi su cui è basata, messi in discussione o sotto attacco.

Quarto: prendere atto del referendum britannico e agire con determinazione per fissare una tabella di marcia che cambi radicalmente il suo assetto istituzionale e il suo processo decisionale che deve essere basato sulla trasparenza, sulla democrazia e sulla politica, con una sovranità condivisa su materie concordate, senza porre limiti.

Quinto: prendere atto che per respingere gli attacchi degli euroscettici e invertire la disastrosa rotta attuale, l’unico modo è quello di dare risposte concrete sulle politiche, con la politica. Dare avvio a un nuovo inizio, che veda coinvolti i paesi che condividono gli obiettivi di un’Europa federale, facendo un’operazione verità su quanto è avvenuto sinora, attraverso un processo che metta le persone al centro delle scelte, facendole sentire protagoniste di un progetto di futuro, condiviso e inclusivo.

Regno Unito ed Europa: stesso destino?

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