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Un gruppo di forze speciali americane è sbarcato in Libia all’alba del 14 dicembre: ma gli operatori appena scesi dall’aereo che li trasportava sono stati rispediti indietro dalle autorità locali. Sulla base di quanto riportato da alcuni osservatori, il motivo della ripartenza sarebbe il mancato coordinamento del loro arrivo con i libici. Notizie tutte da chiarire, che probabilmente non avranno una verifica ufficiale, visto il grigio in cui si muovono le missioni di certe unità speciali.

IL VOLO

Gli uomini sarebbero arrivati in Libia volando dalla Sicilia (Catania o Sigonella?) tramite un C 146, versione modificata militare del Dornier 328. Si tratta di velivoli che il Pentagono mette al sevizio del Socom (Special operations command) per missioni clandestine dietro alle linee nemiche. Alcuni esperti sostengono che il velivolo viaggi spesso dalla Sicilia su rotte che scendono dalla Germania verso il Nord Africa. In Germania, alle Kelly Barracks di Stoccarda, si trova la base di Africom, il comando operativo che gestisce le operazioni militari americane in Africa (ivi compresa la Libia, dunque). L’analista Alexander Mello della Horizon Access (compagnia privata che fa consulenza di sicurezza per grandi imprese che entrano in affari in Iraq), sostiene su Twitter che i colori del C 146 (sfondo bianco con righe celesti) sono quelli tipici di quel genere di velivolo usato dal comando africano del Pentagono: per questo sostiene che possa trattarsi dello stesso aereo che portò in agosto uomini del 524° Special operations squadron (gli “Hounds of heaven” sono un’unità speciale attiva anche sul teatro nordafricano) al confine Algeria/Tunisia.

GLI UOMINI

Quelli fotografati sono un gruppetto di non più di venti persone, ripresi davanti al velivolo che li ha trasportatati con armi in mano e abbigliamento casual alla moda. Daniele Raineri del Foglio, ha sottolineato, sempre su Twitter, come quello stile lumbersexual non sia il miglior modo per passare in incognito in Libia. Se per questo, nemmeno le armi in pugno, ragione che ha portato alcuni osservatori, come Cristiano Tinazzi, reporter esperto di aree di crisi e collaboratore esteri al Messaggero, a prendere in considerazione l’ipotesi che si tratti di contractors. Pmc, ossia Private military company, impegnati in missioni di scorta armata e close protection (Psd), spesso utilizzati dagli stessi governi al posto di inviare truppe in teatri complessi per garantire la sicurezza di attività di interesse.

Le ipotesi. Se da un lato le informazioni sul velivolo e la presenza in una delle foto di un Polaris MZR 4 (veicolo leggero utilizzato dalle Sof per compiere operazione rapide e spostamenti soft in aree operative dietro alle linee nemiche), possono far pensare che il gruppo appartenga effettivamente alle forze speciali americane; dall’altro l’atteggiamento sfrontato quasi in posa davanti all’obiettivo, l’abbigliamento vistoso, lo sfoggio di armi, può dar peso all’ipotesi dei contractors.

LA SITUAZIONE IN LIBIA

In Libia sono presenti molti Pmc (pare alcuni anche italiani) «soprattutto lungo la costa tripolitana», spiega Tinazzi a Formiche.net, principalmente con il compito di bodyguard a protezione di persone o gruppi (la Libia preserva, nonostante la guerra, molte attività di interesse economico). Allo stesso tempo, in un articolo ricco di informazioni uscito due settimane fa sul New York Times, ed in cui si parlava del rafforzamento dello Stato islamico libico, veniva annunciata la presenza di operatori di forze speciali americane inviate in Libia con il compito di raccogliere informazioni di intelligence.

La zona geografica. L’aereo delle foto è atterrato alla base aerea di al Watiyah, che si trova a sud ovest di Tripoli, in un’area prossima al confine tunisino dove l’influenza degli Emirati Arabi Uniti sui clan locali è forte. (Nota: come è possibile che un areo carico di uomini armati atterri in una base militare cercando di passare inosservato? Nella risposta a questa domanda potrebbe nascondersi parte della verità sulla missione delle Sof americane: forse sono arrivate con l’unico obiettivo di essere viste, individuate e far segnare la propria presenza? Pure speculazioni). La zona è molto calda, perché sono presenti alcune postazioni dell’IS: si tratta di campi di addestramento e ritrovi logistici, che forniscono supporto ai combattenti tunisini che vogliono unirsi al jihad califfale. È noto da molto tempo che i foreign fighters tunisini sono quelli più numerosi tra i combattenti stranieri del Califfato. L’area si trova nell’intorno geografico di Sabratha, città che qualche giorno fa è finita alle cronache italiane perché si diceva caduta in mano allo Stato islamico: in realtà non era così, soldati del Califfato hanno sfilato per alcune vie cittadine a bordo di pick up armati come dimostrazione di forza, dopo che un’altra milizia locale aveva rapito alcuni loro commilitoni.

Anche gli italiani? Come segnalato dal reportage di Raineri sul Foglio, che è stato in Libia un paio di settimane fa, nell’area il Califfato segue una strategia low profile, cerca di nascondersi dietro ad altri gruppi, difficilmente dà sfoggio di sé: la ragione è evitare di attirare troppe attenzioni per così mantenere in piedi il sistema logistico presente. Secondo fonti sentite da Raineri, nei pressi di Sabratha (che è molto vicina alle postazioni on-shore dell’italiana Eni), ci sono anche nuclei di forze speciali italiane con compiti analoghi a quelli citati dagli americani. Oggi il Times pubblicava uno scoop, secondo cui Londra sarebbe pronta a fornire 1000 Sas (Special Air Service) in supporto ad un contingente (di «seimila uomini», scrive il giornale inglese) guidato dall’Italia che andrà ad addestrare le forze di sicurezza locali per combattere l’espansione del Califfato.

 

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