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Tanto rumore per nulla, dunque, su Telecom Italia? Una bozza dei tecnici di Palazzo Chigi, da venerdì scorso, ha mandato in bestia i vertici di Telecom Italia che, senza esporsi pubblicamente, hanno fatto trapelare una feroce irritazione verso l’odor di dirigismo nella bozza di decreto predisposta dal vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, Raffaele Tiscar, che ieri il Corriere della Sera ha bollato addirittura come “talebano”. Peccato che nessuno fiatò quando lo stesso “talebano” disse una piccola grande verità: “Non è vero – ha detto Tiscar a dicembre – che non c’è alternativa alla concorrenza infrastrutturale. Le risorse possono essere ottimizzate realizzando un’unica infrastruttura. Non mi si dica che non c’è una logica economica nel creare più infrastrutture in un Paese che non può permettersi un tale spreco di risorse. E’ interesse del Paese dotarsi di una infrastruttura e non esaudire le strategie arzigogolate del singolo operatore che cerca di sopravvivere alle scelte intervenute nel passato”.

Ma perché i vertici di Telecom hanno sbraitato tanto per interposta persona nel fine settimana? È presto detto. La bozza di Palazzo Chigi stabiliva entro il 2030 lo switch off tra la vecchia rete in rame e la più veloce e moderna rete in fibra ottica di nuova generazione. Una norma che avrebbe costretto il gruppo presieduto da Giuseppe Recchi e capitanato dall’ad Marco Patuano una svalutazione delle rete fissa da 1,1 miliardi di euro all’anno. Una catastrofe per i conti e pure per i dividendi dell’ex monopolista, secondo il Sole 24 Ore. Tanto più che l’asset rete è a garanzia dello stock di debiti di Telecom Italia, hanno sottolineato diversi analisti. E se si rottama la rete, i rischi per il debito aumentano.

A rassicurare il gruppo telefonico è giunta sabato sera una nota del sottosegretario allo Sviluppo economico, Antonello Giacomelli, che ha garantito: nessuna data e nessuna tempistica sarà indicata dal decreto, ha detto in sostanza Giacomelli. Tutti contenti? Mica tanto. Telecom è comunque preoccupata della volontà del governo di voler agevolare anche economicamente lo sviluppo della rete di nuova generazione, utilizzando circa 2 miliardi di fondi europei anche per incentivare la domanda. Una delle ipotesi è che il governo decida di prendere tempo analizzando domani solo il piano per incentivare la banda ultralarga da 6 miliardi di euro, comunque molto importante e senza il quale gli obiettivi 2020 sono fin da ora impossibili da raggiungere.

Magari alla fine si troverà la quadra, tra la posizione di Tiscar e quella considerata più morbida verso Telecom del consigliere personale di Renzi, Andrea Guerra, ma il governo è davvero intenzionato a dare un’accelerata sulla banda ultra larga. D’altronde le classifiche di tutte le fogge indicano unanimemente che l’Italia arranca nello sviluppo digitale: i ritardi sull’agenda 2020 dell’Unione europea sono noti e per il rilevatore Ookla, navighiamo in media a 9,18 megabit al secondo, in Europa siamo dunque come Grecia, Turchia e Balcani. E pure il piano di investimenti approvato dal consiglio di amministrazione di Telecom Italia di certo non ha entusiasmato tecnici e consiglieri di Palazzo Chigi: nel piano dell’ex monopolista, dei circa 3 miliardi di euro previsti per la fibra, solo 500 milioni andranno per la tecnologia Ftth (Fiber to the home), quella che arriva direttamente nelle case. Numeri che hanno deluso anche la Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini e guidata dall’ad, Giovanni Gorno Tempini.

Che c’entra la Cdp? La Cassa è uno dei due perni attuali di Metroweb, la società milanese che ha steso la fibra ottica e che si candida a replicare il modello in altre città. Per questo la Cdp puntava a farne un campione nazionale in questo settore per sviluppare la rete di nuova generazione con i principali operatori del settore con una governance equilibrata. Ma, al dunque, Telecom ha chiesto di avere il 51 per cento della ipotizzata nuova società. Una prospettiva avversata dagli altri grandi operatori, non condivisa dal governo e che di sicuro avrebbe comportato rischi antitrust secondo diversi settori politici e parlamentari. La decisione di Telecom di sfilarsi dal progetto sistemico ha fatto irritare esecutivo e Cdp. Per queste ragioni c’è chi ha ipotizzato che la bozza di Palazzo Chigi che ha preoccupato l’ex monopolista fosse stata un sorta di ritorsione. Ma visto che, come detto dal sottosegretario Giacomelli, non ci saranno vincoli stringenti alla rottamazione della rete fissa in rame nel decreto che dovrebbe essere approvato domani in consiglio dei ministri, le interpretazioni e gli strepitii che si sono letti a iosa devono lasciare il posto ai fatti. E ai numeri che indicano l’arretratezza dell’Italia.

Telecom Italia, perché Renzi sbuffa

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