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Il discorso tenuto il 29 settembre dal premier Netanyahu alla riunione annuale dei capi di Stato e di governo ha illustrato in maniera non ambigua le priorità della politica di sicurezza dello Stato ebraico. La minaccia principale per Israele è oggi rappresentata dalla possibilità che all’Iran vengano lasciate le centrifughe e l’acqua pesante necessarie per costruire un’arma nucleare. Gerusalemme teme che il presidente Obama, cacciatosi nel labirinto, che considera senza uscita, dei bombardamenti contro lo Stato Islamico (ISIS), per uscirne fuori in qualche modo, dovrà per disperazione, chiedere l’appoggio dell’Iran e che, per ottenerlo, sarà disponibile ad allentare la pressione e a fare concessioni in campo nucleare. Beninteso, gli USA non permetterebbero all’Iran di costruire la “bomba”, ma “chiuderebbero un occhio”. Permetterebbero agli Ayatollah di conservare le capacità di farlo in tempi brevi, di divenire cioè una potenza nucleare di soglia (threshold power). Netanyahu ha ricordato che il presidente Reagan, pur di ottenere l’appoggio del Pakistan per combattere l’URSS in Afghanistan, chiuse entrambi gli occhi sui programmi nucleari di Islamabad.

Israele basa la propria sicurezza sul monopolio nucleare che possiede in Medio Oriente. Non vuole vederlo compromesso. Le considera garanzia ultima della propria sopravvivenza. Teme anche che il possesso da parte dell’Iran di una “capacità di soglia” inneschi una proliferazione incontrollabile nella regione. Non crede all’offensiva del sorriso del nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani. Pensa anche che il rifiuto della “Guida Suprema”, Alì Khamenei di accettare la richiesta di collaborazione nella lotta contro l’ISIS – fatta dal Segretario di Stato USA, John Kerry – sia stato motivato dalla volontà di “alzare il prezzo” del supporto iraniano, in campo nucleare o per contenere la presenza di ministri sunniti nei posti-chiave (difesa e interni) del nuovo governo di Baghdad. Israele è preoccupato della ripresa dei “negoziati 5+1” sul nucleare iraniano, che dovrebbero concludersi il 24 novembre. Teme infine che la prosecuzione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran possa mettere a disposizione di qualche gruppo terroristico i materiali per la costruzione di bombe radiologiche (comunemente chiamate “bombe sporche”).

Tali valutazioni non spiegano da sole perché Israele non abbia sostenuto la coalizione anti-ISIS, a guida americana. Il motivo principale, come nella prima guerra del Golfo nel 1990-91, è che la sua partecipazione avrebbe delegittimato i governi arabi, che partecipano con gli USA all’intervento in Iraq e in Siria. Inusitatamente, però, Israele ha mantenuto un basso profilo. Non ha cercato di approfittare del caos. E’ intervenuto con i suoi aerei solo per evitare il trasferimento di armi “destabilizzanti” (sistemi contraerei e missili) dalla Siria agli Hezbollah libanesi, alleati di Assad contro gli insorti, di cui l’ISIS rappresenta il gruppo militarmente più forte. Si limita a interventi umanitari e al sostegno dei governi della Giordania e del Libano, di cui teme la destabilizzazione anche a causa delle centinaia di migliaia di rifugiati siriani (nel Libano anche iracheni). L’ideale per Gerusalemme sarebbe la continuazione dello stallo esistente in Siria. Anche una vittoria di Assad preoccupa lo Stato ebraico: aumenterebbe l’influenza iraniana in Siria e rafforzerebbe sia l’Hezbollah, sciita, sia Hamas, branca della Fratellanza Musulmana, appoggiata da Teheran. Nel suo discorso all’ONU, Netanyahu l’ha attaccato pesantemente il governo della Striscia di Gaza. Ha affermando: che Hamas è un’organizzazione terroristica; che ha causato gran parte delle vittime civili della recente guerra per Gaza, utilizzando donne e bambini come scudi umani; e che non esiste una differenza sostanziale fra l’ISIS e l’organizzazione palestinese, dato che entrambi perseguono l’obiettivo di creare uno Stato islamico, retto da un’interpretazione radicale della sharia.

Il premier israeliano ha poi stigmatizzato duramente nel suo intervento all’ONU il termine “genocidio” usato dal leader palestinese Abu Mazen, nei confronti dell’azione di Israele a Gaza, gelando anche l’intero uditorio con l’affermazione che, per colpa dei palestinesi, qualsiasi accordo è divenuto più difficile. Era certamente un messaggio “diretto a nuora perché suocera intenda”. La “suocera” era certamente Barack (Hussein) Obama, che aveva due giorni prima, sempre all’ONU, aveva detto che “lo status quo a Gaza e nella West Bank non è sostenibile”.

Insomma, il discorso di Netanyahu all’ONU è stato diretto soprattutto al presidente USA perché non si lasci trascinare dall’ansia di distruggere l’ISIS con l’aiuto iraniano, facendo concessioni a Teheran sul nucleare. Ha ricordato che l’Iran considera Israele un cancro nel Medio Oriente, da estirpare non appena possibile e che non si possono fare all’Iran aperture di credito, pensando alla possibilità di creare un sistema di dissuasione simile a quello esistente nella guerra fredda. Infatti, il governo iraniano potrebbe cadere da un momento all’altro nelle mani di fanatici religiosi, capaci di ogni iniziativa, poiché il loro radicalismo fa loro trascurare ogni preoccupazione sulla loro sopravvivenza, preoccupazione su cui si è basata la stabilità della dissuasione nel mondo bipolare.

Perché la strategia di Obama anti-Isis non piace troppo a Israele

Il discorso tenuto il 29 settembre dal premier Netanyahu alla riunione annuale dei capi di Stato e di governo ha illustrato in maniera non ambigua le priorità della politica di sicurezza dello Stato ebraico. La minaccia principale per Israele è oggi rappresentata dalla possibilità che all’Iran vengano lasciate le centrifughe e l’acqua pesante necessarie per costruire un’arma nucleare. Gerusalemme teme…

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