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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Leggo sul Giornale di mercoledì 10 settembre che sia il quotidiano diretto con l’abituale intelligenza ed energia da Alessandro Sallusti sia una dirigente autorevole e capace di Forza Italia come Mariastella Gelmini stanno in parte rivedendo un certo atteggiamento scettico verso l’uso delle primarie nella scelta dei candidati per elezioni amministrative, atteggiamento che era stato assunto nei giorni scorsi. Ciò anche perché più passa il tempo più appare con evidenza come questo sia l’unico modo per rianimare una coalizione di centrodestra che al momento è in oggettiva sofferenza come d’altra parte non poteva non avvenire.

Assistere alla liquidazione del governo scelto dal voto nel 2008 attraverso manovre di settori di corpi dello stato, a intrighi internazionali denunciati persino dal segretario del Tesoro obamiano Timothy Geithner, alla instaurazione di governi commissariati dall’estero con il compito di tassare in modo indecente gli italiani (per di più creando situazioni tali per cui Forza Italia non poteva esercitare neanche una piena opposizione), espellere dal senato il leader del centrodestra e approfittare dell’occasione per spaccare il suo partito: tutto ciò non poteva non creare sconquassi politici gravissimi, gonfiare la bolla di una protesta giustificata ma senza prospettive come quella grillina, spingere settori di elettorato moderato verso scelte astensionistiche non facilmente superabili.

Ricostruire un’offerta politica capace di combinare posizioni “popolari” con quelle “liberali” e con quelle più nettamente conservatrici alla fine diventa dunque assai complicato anche a livello locale e territoriale anche perché a livello nazionale un pezzo dello schieramento storico del centrodestra è attestato su una dura (e non priva di ragioni) opposizione, un altro su un’opposizione responsabile istituzionalmente (e anche in questo caso con buoni motivi sia dal lato della “pacificazione” sia da quello della riforma dello stato e oggi anche per questioni di politica estera), un altro ancora che si trova scomodamente al governo certamente anche per sue scelte coraggiose ma assai poco popolari nel proprio elettorato di riferimento.

Rimettere in piedi un processo aggregante dunque non è affatto semplice e diventa ancora più complicato se si pensa di farlo essenzialmente “dall’alto” perché così si rinuncia di fatto quasi sicuramente a recuperare l’elettorato che si sta astenendo e a maggior ragione quelli che hanno scelto i grillini. Ecco perché la scelta delle primarie per ridare peso ai cittadini e quella di liste civiche che completino e rilancino l’offerta politica di centrodestra diventano decisive.

Non mi nascondo naturalmente i problemi che avviarsi su questo terreno implica: i pasticci che si sono visti anche in un centrosinistra ben più organizzato del centrodestra sono ben evidenti, il rischio di derive demagogiche non manca, il pericolo che prevalgano spinte disgreganti invece che unitarie è reale. Il problema è affrontare a occhi aperti questi rischi e pericoli: definire un arco di ispirazioni politico-programmatiche – certo più un minimo comun denominatore piuttosto che una tavola solidissima di principi – accettate da tutti i candidati, elenchi di votanti precisi e controllati collegialmente, impegni “sacri” ad accettare i risultati e a valorizzare pure i “perdenti”.

Forse si potrebbe pensare anche a un patto tra le forze organizzatrici (Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia, Lega Nord, e indispensabili liste civiche) a far sì che ogni organizzazione “promotrice” possa presentare un solo candidato (o un candidato frutto di convergenze con altri) a correre per le primarie di coalizioni, contenendo così gli effetti disgregativi. Certo così poi ci sarebbe un problema democratico dentro le singole liste ma si conterrebbe l’effetto dei candidati allo “sbando”: chi vuole partecipare dovrebbe essere espressione di un partito o di una nuova lista dotata di certi criteri (e risorse). In parte diminuirebbe così il tasso general-generico di democraticità ma, d’altro verso, si aiuterebbe quel processo di aggregazione che mancando un partito unitario (come è il Pd per il centrosinistra) va considerato propedeutico a scelte più libere e partecipate.

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