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Grazie all’autorizzazione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo l’articolo di Alessandra Ricciardi comparso sul quotidiano Italia Oggi del gruppo Class Editori.

Alla fine anche Matteo Renzi non ha saputo resistere al fascino del «patto educativo» che negli ultimi dieci anni ha conquistato sindacalisti e ministri, da Beppe Fioroni a Mariastella Gelmini. Anticipando i contenuti delle Linee guida sulla scuola, da oggi sul sito passodopopasso, ieri il premier ha precisato: ««Noi non facciamo l’ennesima riforma della scuola. Noi proponiamo un nuovo patto educativo». Un patto con scuola e società civile che prevede tra l’altro aumenti per i nuovi docenti assunti non più legati all’anzianità di servizio ma al merito.

IL CONSENSO POPOLARE

Una riforma epocale, che non è riuscita ai governi di centrodestra e su cui Renzi si gioca la carta del consenso popolare: se la misura raccoglierà favori nella società civile, come i report fatti per palazzo Chigi sembrano indicare, sarà un’arma potente contro i sindacati che sulla carriera degli insegnanti hanno finora frenato. In verità l’apertura c’è stata ma chiedendo risorse aggiuntive, quelle risorse che invece sono carenti e che il premier conta di recuperare proprio dagli scatti di anzianità. Quasi un miliardo. Gli scatti sono progressioni economiche automatiche, che l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti aveva congelato per il pubblico impiego nel 2009, salvo che per la scuola. Finora, proprio grazie al pressing dei sindacati, gli scatti sono stati sempre pagati, anche a costo di sacrifici dello stesso settore.

LA PROPOSTA DI RENZI

Quello che propone Renzi è un capovolgimento di prospettiva: rinunciare alla sicurezza di aumenti minimi ma certi per passare a un sistema meritocratico. Dovrebbe riguardare i docenti che proprio grazie al patto saranno immessi in ruolo a partire dal 2015 (i vecchi potranno aderire su base volontaria): 120 mila e più precari, quelli che lavorano sui posti vacanti e disponibili dell’organico di diritto, con l’obiettivo di arrivare a coprire stabilmente tutte le supplenze, sotto lo slogan renziano di «basta supplentite». Una stabilizzazione del corpo docente che dovrebbe, insieme a una didattica rafforzata su alcune discipline, alla valutazione del rendimento del sistema e all’apertura al mondo del lavoro attraverso stage e apprendistato, costruire la «buona scuola» necessaria a uscire dalla crisi.

IL RUOLO DEI SINDACATI

Avendo stretti vincoli di bilancio da un alto e un sindacato già sulle barricate, il governo però ha bisogno di incassare un ampio consenso dalla consultazione on line aperta fino al 15 novembre. Quel consenso che il premier si è speso per esempio quando si è tratto di tagliare i distacchi sindacali, «c’è stata una richiesta sociale», spiegò il ministro della pa, Marianna Madia. «Carriera e assunzioni? Siamo pronti a discutere», aprono Francesco Scrima e Massimo Di Menna, segretari di Cisl e Uil scuola, «ma no a ricatti sugli scatti di anzianità, che esistono in tutta Europa». Per la Flc-Cgil di Mimmo Pantaleo nessun dubbio: «Così non ci stiamo». L’inverno sarà impegnativo.

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