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Ohibò, non ci si può distrarre un attimo che un’iniziativa bella e trasversale, poco partitica e molto tecnica, e pure accademica, rischia di trasformarsi in un’operazione politica, anzi quasi sindacal-partitica, con tanto di bandiere rosse.

Solo un caso o una volontà precisa dei promotori dei 4 referendum anti austerità, o meglio contro le leggi nazionali che recepiscono i vincoli del Fiscal compact? Lo chiederemo presto al comitato di 16 intellettuali coordinato dall’economista Gustavo Piga.

Certo, la composizione del comitato poteva lascia prevedere quanto disvelato ieri – come descritto con la consueta dovizia di particolari dal collega Edoardo Petti in questo articolo – quando la vendoliana Sel (ma anche i non più vendoliani come Gennaro Migliore), molti esponenti non troppo renziani del Pd (come Gianni Cuperlo, Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre e con tutta probabilità pure Pippo Civati) per non parlare della CGIL (seppure senza pubbliche dichiarazioni) hanno detto, sottolineato o fatto solo capire che appoggiano, sostengono e quasi brandiscono i 4 referendum anti austerità.

Forse c’era poco da meravigliarsi, come si diceva, per lo smottamento a sinistra del movimento referendario. D’altronde – oltre ad economisti di impostazione liberale come Piga e Mario Baldassarri – del comitato promotore fanno parte quel vulcanico e ultra keynesiano Riccardo Realfonzo, docente di economia all’università del Sannio, una economista dall’altrettanta sicura fede progressista con esperienze parlamentari e governative nei Ds, come Laura Pennacchi, un giurista come Cesare Salvi, già ministro del Lavoro per il Pds-Ds, e un esponente della segreteria della CGIL come Danilo Barbi, che si occupa di politiche macroeconomiche al vertice della confederazione guidata da Susanna Camusso.

Beninteso, la macchina della Cgil e il movimentismo dei vendoliani ovviamente non possono non essere utili per la raccolta delle firme che parte il 3 luglio; opera non proprio adatta per accademici: non è sufficiente una robusta passione civile e politica per organizzare tavoli e tavolini per mobilitare persone e raccogliere le firme necessarie per la presentazione dei referendum. Quindi troppi sbigottimenti sono eccessivi.

Piuttosto ci si chiede, e lo chiederemo presto ai promotori, se e come sono stati sondati, contattati e informati dell’iniziativa referendaria altre associazioni, altri movimenti politici o singoli esponenti di partiti che, anche senza essere paladini dell’uscita dell’Italia dell’euro – idea e proposta che i promotori contestano – magari potrebbero appoggiare un’iniziativa che è nata in maniera trasversale, se avevamo ben compreso. E proprio per questo Formiche.net l‘ha seguita con interesse e passione finora.

Gli interrogativi riguardano anche la credibilità di quei movimenti e di quei leader e leaderini dei partiti che militano nel centrodestra. I referendum anti Fiscal compact possono servire anche per verificare se alle tonitruanti parole contro l’austerità seguono anche i fatti, come un sostegno chiaro e appassionato a referendum anti austerità (nonostante i dubbi giuridici sulla costituzionalità su cui qui e qui si soffermano sia il giurista Giulio Salerno che un economista eclettico e poliedrico come Giuseppe Pennisi).

Ne riparleremo, spero, magari quando ci arriveranno risposte e, perché no, rassicurazioni.

Cari prof, che colore hanno i referendum anti Fiscal Compact?

Ohibò, non ci si può distrarre un attimo che un'iniziativa bella e trasversale, poco partitica e molto tecnica, e pure accademica, rischia di trasformarsi in un'operazione politica, anzi quasi sindacal-partitica, con tanto di bandiere rosse. Solo un caso o una volontà precisa dei promotori dei 4 referendum anti austerità, o meglio contro le leggi nazionali che recepiscono i vincoli del…

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