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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo l’analisi di Tino Oldani apparsa su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi.

Il blocco delle forniture di gas russo all’Ucraina avrà conseguenze immediate anche sull’Italia, a cominciare dall’agenda del premier Matteo Renzi, costretto suo malgrado a porre le forniture di gas al primo posto tra le questioni più calde con cui dovrà fare i conti il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea. Una brutta gatta da pelare, in quanto gli interessi dell’Italia in materia non coincidono con quelli sostenuti dalla Commissione europea a Bruxelles, tantomeno con quelli degli Stati Uniti, che su questo tema non hanno mai visto di buon occhio le forti relazioni commerciali tra l’Eni (ente per l’energia controllato dal governo italiano) e la Russia di Vladimir Putin. Ma andiamo con ordine.

SOUTH STREAM BLOCCATO

Pochi giorni fa, il primo ministro della Bulgaria, Plemen Oressarski, ha ordinato l’arresto di tutte le attività per la costruzione del gasdotto South Stream, progettato per portare il gas russo in Italia senza passare per l’Ucraina, ma attraverso i paesi a Sud di quest’ultima. In questa iniziativa l’Eni ha avuto fin dall’inizio un ruolo di primo piano, con forti investimenti. Un gasdotto analogo, il North Stream, era stato progettato per portare il gas russo in Germania lungo una linea a nord dell’Ucraina ed è già in funzione. A spingere il premier bulgaro a ordinare il blocco immediato dei lavori sono state due «consigli» perentori, del tipo che non si possono rifiutare .

Il primo l’ha inviato la Commissione europea di Bruxelles, che considera il South Stream non in linea con la normativa comunitaria.

L’OPPOSIZIONE DEGLI USA

Un pretesto formale, che in realtà nasconde gli interessi delle aziende europee che fanno parte di un consorzio per la costruzione del Tap, un gasdotto concorrente a quello dell’Eni, che dovrebbe portare il gas centro-asiatico e mediorientale nell’Europa del Sud, passando per la Turchia e la Grecia fino alla Puglia. Il secondo consiglio è arrivato dagli Stati Uniti, da sempre contrari alla costruzione del South Stream, in quanto a giudizio dell’amministrazione di Barack Obama questo gasdotto renderebbe il nostro Paese ancora più dipendente da Putin, con il rischio – secondo l’ex ambasciatore Usa, Ronald Spogli – di «trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca». Contrarietà che i senatori americani John McCain, Chris Murphy e Ron Johnson hanno ribadito in un incontro a Sofia con il premier bulgaro poche ore prima che quest’ultimo decidesse il blocco della pipeline. Con l’aggiunta di alcune minacce da non sottovalutare: l’ambasciatore Usa in Bulgaria, Marcie Ris, ha fatto sapere che le aziende bulgare che partecipano alla costruzione del South Stream potrebbero andare incontro a sanzioni economiche, in quanto associate nei lavori alla russa Strojtransgas, capofila del consorzio, nonché di proprietà di un oligarca russo già colpito dalle sanzioni economiche per i fatti ucraini.

UNA QUESTIONE ENORME

Alcune cifre aiutano a capire la dimensione della questione. Se completato, il South Stream (costo: 24 miliardi di euro) potrebbe trasportare a regime circa 70 miliardi di metri cubi di gas l’anno, quantità di poco superiore a quella (63 miliardi di metri cubi) che arriva in Europa attraverso la rete dell’Ucraina, il che renderebbe quest’ultima ininfluente, o quasi. Uno scenario ben visto da Putin, che ha appena troncato i rapporti di fornitura a Kiev per il mancato pagamento di due miliardi di dollari di gas (su 5 in totale). Ma anche una prospettiva positiva per l’Italia, che – almeno finora – ha sostenuto il vertice dell’Eni in una partita assai delicata sul piano politico, e strategica sul piano economico. Non è tuttavia un mistero che l’ex presidente dell’Eni, Paolo Scaroni, proprio per i buoni rapporti con Putin, fosse particolarmente inviso all’amministrazione Obama, tanto che alcuni avrebbero visto lo zampino americano nella sua rimozione da parte di Renzi.

LA LETTERA DI RENZI

Vero o no che sia quest’ultima ipotesi, che cosa intende fare ora il premier italiano, dopo che l’Ue ha imposto ai bulgari il blocco del South Stream? La prima mossa, resa nota dal sito EurActiv.com con sede a Bruxelles, è una lettera che Renzi ha scritto ai premier dei Paesi Ue interessati al South Stream (Bulgaria, Serbia, Ungheria, Grecia, Slovenia, Croazia, Austria), con l’invito a firmare un documento comune che spinga l’Unione europea a risolvere le diatribe sul futuro del gasdotto. Come difesa degli investimenti dell’Eni non sembra il massimo, ma ci può stare se il premier non vuole inimicarsi Bruxelles proprio alla vigilia della presidenza italiana. Dalle risposte alla lettera di Renzi, si capirà qualcosa di più.

I LAVORI DEL TAP

È invece fin troppo chiaro l’invito che il commissario all’energia di Bruxelles, Gunther Ottinger, ha rivolto al premier italiano perché acceleri i lavori del Tap nell’incontro che il 14 luglio avrà con il padre-padrone dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, il cui gas – partendo dal Mar Caspio – dovrebbe sostituirsi in parte a quello russo del South Stream. Quando? Se tutto andrà bene, a partire dal 2019. Campa cavallo. La sostituzione del gas russo che passa da Kiev è urgente, non può attendere altri 5 anni. Oggi il 39% del gas consumato in Europa viene dalla Russia. È tanto? Sì, lo è. Ma lo era già quando l’Eni è stato autorizzato a impegnarsi nel South Stream. E buttare al vento gli investimenti fatti perché ce lo ordina l’Ue, che vuole il Tap e non il South Stream, come si giustifica? Piaccia o no, è di questa colossale grana politico-economica-diplomatica che Renzi si dovrà occupare nei prossimi sei mesi, a partire dal vertice Ue del 26-27 giugno, in cui la dipendenza energetica dell’Ue sarà per forza di cose il maggiore problema sul tavolo. Sarà quello il vero banco di prova della sua leadership, che in Europa è ancora tutta da dimostrare.

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