Un caccia americano ha abbattuto un bombardiere siriano per auto-difesa

Un caccia americano ha abbattuto un bombardiere siriano per auto-difesa

Domenica 18 giugno, intorno alle 4:30 del pomeriggio (ora locale) le forze del regime di Bashar el Assad hanno attaccato e ferito molti miliziani delle Sdf a sud di Tabqa, una città che si trova pochi chilometri a ovest di Raqqa. Le Sdf, Syrian Democratic Forces, sono una milizia curdo-araba che la Coalizione internazionale a guida americana sta usando per liberare la capitale siriana dello Stato islamico.

IL PRIMO ATTACCO SIRIANO

Secondo il comunicato dell’Operation Inherent Resolve, come gli Stati Uniti chiamano la missione militare anti-IS in Iraq e Siria, appena dopo l’attacco dei governativi gli aerei della Coalizione hanno condotto uno “show of forces“, ossia un passaggio a bassa quota senza attaccare, ottenendo lo stop delle ostilità. Poi il comando militare americano ha contattato la controparte russa, che ha giurisdizione sulle forze siriane, per rafforzare il cessate  il fuoco. Russi e americani hanno stabilito dei canali di comunicazione sicura che erano stati simbolicamente interrotti da Mosca dopo che una salva di missili da crociera statunitensi aveva colpito una base siriana per rappresaglia all’attacco chimico di aprile. Ora la linea funziona perfettamente, e ha come obiettivo quello di evitare che le cose prendano derive incontrollabili. Nella zona di Tabqa, come intorno Raqqa, c’è un accordo di non-belligeranza perché là la milizia sostenuta dagli americani e dalla Coalizione internazionale sta combattendo soltanto il Califfato, e non hanno (almeno per il momento) interessi formali nei confronti del regime di Damasco. I fatti sono avvenuti nella piccola città di Ja’Din, che si trova appena un chilometro fuori dalla linea di de-conflicting, ma gli americani avevano già reso chiaro che le loro azioni protettive non si sarebbero limitati ai confini disegnati per queste zone. E infatti.

IL DUELLO AEREO

Alle 6:43, nonostante l’apparente stop e nonostante le richieste fatte dagli americani ai russi (che: o non hanno tutto il controllo della situazione che dicono di avere, oppure hanno avallato la scelta siriana), un Su-22 siriano ha sganciato “diverse bombe” sulle Sdf. Al che è stato “immediatamente” – dice il comunicato – abbattuto da un F/A 18 americano. Se non si contestualizza non si comprende la gravità di quanto accaduto. Ufficialmente mai nessun aereo americano aveva compiuto attività di superiorità aerea con attacchi diretti contro un’aviazione nemica da quando un F-16 aveva abbattuto un Mig-29 serbo nel 1999. Negli ultimi sette giorni è successo due volte, la prima contro un drone iraniano che stava bombardando un altro gruppo combattente che gli americani appoggiano contro l’IS nel sud della Siria, e poi domenica. Dall’inizio del conflitto siriano, mai gli americani avevano deliberatamente attaccato le forze del regime: dai missili da crociera di aprile ad oggi, è successo quattro volte – in due occasioni in quell’area meridionale intorno a un avamposto tattico anti-baghdadisti che si chiama Al Tanf, poi domenica a Raqqa.

LA REAZIONE DI DAMASCO (E WASHINGTON)

Tutte attività che Washington definisce di protezione e difesa, messe come possibilità tra le regole di ingaggio: e anche nel comunicato del Pentagono c’è una sottolineatura sul ruolo della Coalizione, che, si dice, è lì per combattere il Califfato e non il regime di Assad. Damasco sostiene invece che il Su-22 stava bombardando l’IS, e alza la propaganda dichiarando che l’azione americana è una testimonianza di “un complotto sionista” (piacerà ai fan cospirazionisti in giro per il mondo), che sfrutta il Califfato per invadere la Siria. A parte le panzane del regime, indubbiamente si tratta di un’escalation: e non è chiaro quanto gradita al presidente Donald Trump, che durante la campagna elettorale aveva definito Assad come una specie pillola amara da ingoiare per il bene della lotta al terrorismo, mentre pensava ad aperture collaborative sullo stesso fronte con la Russia, e ora vede i suoi comandanti (a cui ha lasciato maggiore possibilità di azione) agire contro le unità militari siriane. Il generale a capo del CentCom, che coordina le operazioni, ha detto che gli americani comunque hanno cercato di contattare via radio il Su-22 (probabilmente via Russia), ma non ci sono riusciti, e dunque lui ha ordinato l’azione al Super Hornet, che era già in volo per controllare la situazione dopo essere decollato dalla portaerei “Georg Bush”.

IL CONFRONTO CON L’IRAN

La pericolosa escalation del conflitto, porta la proxy war tra Iran, principale sostenitore militare del governo siriano (anche tramite le diverse di milizie sciite mobilitate) e Stati Uniti a sollevarsi. In un episodio separato, Teheran, poche ore prima dell’abbattimento del jet siriano, aveva spedito contro i comandi militari dello Stato islamico a Deir Ezzor (più a sud di Raqqa, sulla stessa direttiva verso l’Iraq) sei missili da crociera in rappresaglia per l’attentato subito il 7 giugno, segnando, anche in questo caso, un passaggio decennale: la Repubblica islamica non usava questo tipo di armamenti dal conflitto con l’Iraq, ed è evidente che si sia trattato di una dimostrazione di forza anche nei confronti degli altri rivali del Golfo (anche se pare che dei missili solo uno ha centrato l’obiettivo, uno ha colpito un’area vicina, quattro sono precipitati). Gli iraniani non hanno comunicato al comando americano l’attacco.

L’INTERESSE DI TEHERAN

Mentre ancora Raqqa non è stata liberata – lo sarà fra non molto, con ogni probabilità – le tensioni tra i gruppi amici degli americani e quelli governativi sostenuti dall’Iran stanno crescendo sulla base di chi sarà a controllare la città una volta riconquistata. Inoltre ci sono le altre tensioni nel quadrante meridionale, perché mentre le forze del regime (che sono un mix di ciò che resta dell’esercito regolare, milizie sciite, consulenti dei Guardiani iraniani e advisor russi) combattono l’IS soltanto a Deir Ezzor perché è un’area petrolifera, più a sud, nell’area di Al Tanf, l’Iran ha intenzione di stabilire una linea di comunicazione Baghdad-Damasco che porti fino a Teheran – solo che l’avamposto americano di Al Tanf è un intralcio su questa strada.

ultima modifica: 2017-06-19T11:41:41+00:00 da Emanuele Rossi
Click on a tab to select how you'd like to leave your comment

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>