Vi spiego le mire della Francia sul petrolio della Libia

Vi spiego le mire della Francia sul petrolio della Libia
Pubblichiamo un estratto del libro "Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso", edito da FrancoAngeli, scritto dall'analista Michela Mercuri che sarà presentato a Roma il 12 ottobre

La missione della Nato in Libia, non è certo una novità, è stata voluta dal governo francese dell’allora presidente Nicolas Sarkozy che, pochi giorni dopo lo scoppio delle rivolte, chiese una riunione urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per prendere adeguate misure nei confronti della repressione delle insurrezioni da parte del regime di Muammar Gheddafi. Una solerzia, per molti, riconducibile a motivazioni dettate da meri calcoli interni piuttosto che da reale volontà di porre fine alla sanguinaria azione messa in atto dal rais. Le elezioni imminenti e la popolarità in drastico calo del presidente, la necessità di allargare la fetta petrolifera d’oltralpe e la volontà di porre fine al “fastidioso” trattato di amicizia e cooperazione italo-libico del 2008 sono solo alcune delle mire che hanno spinto la Francia ad agire in Libia. Giova fare un passo indietro. Le tensioni tra il colonnello e Parigi sono di lunga data, basti ricordare i contrasti nella lunga guerra del Ciad, proseguiti per tutti gli anni ottanta e culminati nell’attentato del 1989 contro il Dc 10 della compagnia francese Uta, esploso nei cieli del Niger uccidendo 170 persone.

L’arrivo di Sarkozy all’Eliseo sembrava preludere a una fase di nuove aperture con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e anche con la Libia. Emblematico il ruolo svolto dal presidente francese, e dall’allora moglie Cecilia, per il rilascio delle cinque infermiere bulgare condannate prima a morte e poi all’ergastolo con l’accusa di avere infettato 400 bambini con il virus dell’Hiv all’ospedale El-Fathi di Bengasi. Le infermiere, dopo otto anni di prigionia, furono rilasciate nel luglio 2007 anche grazie alla mediazione della coppia dell’Eliseo che si era più volte recata in Libia per parlare con Gheddafi e con la sua adorata figlia Aisha. La partita fu vinta dalla Francia contro Romano Prodi che si era speso per cercare una soluzione diplomatica “all’incidente”. Qualche mese dopo Gheddafi aveva piantato, fra mille polemiche, la sua tenda berbera davanti all’Eliseo, firmando contratti per oltre 10 miliardi di dollari che avrebbero permesso alla Francia di vendergli un’intera flotta aerea da combattimento, confezionata dal colosso dell’aeronautica francese Dassault e un mega investimento per costruire centrali nucleari a Tripoli e dintorni. Sulla scia dei ricuciti rapporti tra la Francia e Gheddafi, Paribas aveva acquisito, alla fine del 2010, il 19% della Sahara Bank libica, con un aumento del capitale della filiale francese Bnp Paribas in Libia pari al 146% dei precedenti fondi a disposizione e a garanzia delle operazioni. D’altra parte, c’è poco di cui stupirsi. La Francia vende armi a Gheddafi fin dagli anni settanta, come peraltro molti altri Paesi, tra cui l’Italia.

Nel gennaio del 1970 Parigi stipulò un contratto con il governo di Tripoli per la fornitura di un jet mirage. Fu l’inizio di un proficuo rapporto che, tra alti e bassi, è andato avanti per molti anni. Tuttavia le frizioni permanevano. La Libia non rinunciava a intervenire nelle dispute africane, spesso in chiave anti-francese, dal conflitto in Sierra Leone fino agli interventi di conciliazione in Darfour, Kenya, Niger e Mali. Nonostante gli sforzi diplomatici, il rais si era rifiutato di entrare nel grande progetto francese dell’Unione per il Mediterraneo, ritenuto una forma di nuovo colonialismo. Non solo, il leader libico non aveva mai onorato gli accordi del 2007 preferendo rispettare il Trattato italo-libico, grazie al quale intascava assegni annuali per 250 milioni di dollari da spendere in opere infrastrutturali, a tutto beneficio delle imprese italiane.

Eppure Sarkozy le aveva provate tutte, coinvolgendo finanche gli Emirati, disposti ad addestrare piloti libici per gli aerei francesi Rafale e a cofinanziare l’operazione rinnovando la propria flotta con la già ricordata Dassault.

Ci sarebbe, poi, la questione della moneta panafricana. In una delle mail inviate a Hillary Clinton, e pubblicate dal dipartimento di Stato americano il 31 dicembre del 2015, il funzionario Sidney Blumenthal rivelò, tra le altre cose, che Gheddafi voleva sostituire il franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana un’iniziativa che avrebbe rischiato di creare l’indipendenza economica del Nord Africa con la nuova valuta. Un altro possibile motivo dell’interventismo francese emerge anni dopo la morte del rais. Il 6 marzo del 2015 l’ex ministro dell’interno, Claude Gueant, uno dei più stretti collaboratori di Nicolas Sarkozy, è stato posto in stato di fermo nel quadro delle indagini sui presunti finanziamenti di Gheddafi alla campagna presidenziale che portò “Sarkò” all’Eliseo nel 2007. Forse anche per questo il colonnello, sentitosi pugnalato alle spalle, in un’intervista rilasciata a Fausto Biloslavo ne Il Giornale qualche mese prima di essere ucciso, dichiarò: “Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo”. Infine, ad aver dato ulteriore stimolo all’intervento francese in Libia è stata probabilmente anche la volontà della Francia di rinsaldare la propria influenza politica nella regione, promuovendo l’immagine di un Paese non più colluso con i vecchi autocrati, ma pronto a investire sulle richieste di libertà e democrazia delle popolazioni “della sponda sud”.

D’altra parte Parigi aveva perso in poco tempo Egitto e Tunisia, le architravi della propria strategia diplomatica. Quale migliore occasione della Libia per recuperare credito in quel Mediterraneo in ebollizione? Forse è bene non avventurarsi troppo in altre congetture ma, in ogni caso, gli esempi potrebbero continuare. Tanto basta, però, per capire le motivazioni francesi. Prova ne sia che già il 13 aprile del 2011 (dunque prima della morte di Gheddafi) Sarkozy aveva ricevuto in gran segreto il generale del Cnt, Fatah Younis – ucciso a Bengasi in circostanze ancora poco chiare nel luglio 2011 – probabilmente per discutere di garanzie per le future commesse energetiche. Conti alla mano risulta tutto più semplice: prima dell’inizio delle ostilità la produzione di petrolio della Libia ammontava a quasi a un milione e 600.000 barili al giorno, circa il 2% della produzione mondiale. Di questi circa il 52% era in mano a 35 aziende internazionali, capeggiate dall’italiana Eni, che nel 2010 aveva primeggiato, con i suoi 267.000 barili al giorno, sulla tedesca Wintershall e sulla francese Total, ferme, rispettivamente, a 79.000 e a 55.000 barili al giorno. Non stupisce che Nicolas Sarkozy, dopo avere sostenuto strenuamente il Cnt nella guerra di “liberazione” libica, si sia ben presto presentato a chiedere il conto sotto l’occhio vigile dell’amministratore delegato del gruppo Total, Christophe de Margerie. Allora il quotidiano francese Libération parlò addirittura di un accordo siglato dal portavoce del Cnt, Mahmoud Shammam, pronto a concedere alla Francia il 35% dei nuovi contratti petroliferi libici. Notizia poi smentita dalle parti, ma che per lo meno insinuò un dubbio.

Il resto è storia recente. Dopo anni di colpevole attesa anche la Francia di Hollande decide di aderire al piano Onu per il Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Anche in questo caso, però, è difficile rinvenire nell’intervento dell’Eliseo una qualche coerenza, a meno che non lo si voglia interpretare in una mera ottica di interesse nazionale. La Francia, con il classico, innato equilibrismo, in sede Onu si era detta pronta a sostenere il Gna, ma nel frattempo ha continuato a supportare Haftar e i suoi sponsor regionali.

È il quotidiano Le Monde a svelare l’arcano nel febbraio del 2015, rivelando l’esistenza di forze speciali francesi di stanza nella base di Benina, nei pressi di Bengasi, a supporto del generale della Cirenaica in azioni contro lo Stato islamico e altre milizie islamiste fedeli a Tripoli. D’altra parte la rapida avanzata dell’esercito di Haftar verso Bengasi non avrebbe avuto luogo se non con ingenti aiuti esterni dei francesi (e degli inglesi), ma anche dell’Egitto di al-Sisi e per lo meno dei sauditi e degli emiratini che, oltre a fornire armi, hanno funto da garanti sui pagamenti egiziani. Si delineava così sempre più chiaramente il ruolo francese nell’asse est del conflitto libico: le armi d’oltralpe, il pivot egiziano, le milizie di Haftar e le garanzie del Golfo. Potremmo dire “chapeau” se questi fiorenti affari non fossero nati sulle ceneri degli accordi unitari dell’Onu che la Francia aveva avallato.

Resta ora da chiedersi i motivi di tanta solerzia. Ancora una volta basta seguire la rotta del petrolio. L’obiettivo dei francesi è quello di accedere alle riserve petrolifere della Cirenaica, riprendendo le attività estrattive, allargando il raggio di quelle esplorative avviate nel 2011 dopo la caduta del rais, magari guardando anche un po’ più in là verso il bacino della Sirte che abbonda di risorse. È qui che, nel silenzio del deserto e lontano da occhi indiscreti, compagnie francesi, nonché americane, inglesi, tedesche e spagnole stanno investendo somme notevoli in attività esplorative nelle aree di Brega, nel Golfo della Sirte, dove sarebbero presenti molte compagnie inglesi, di Zillah, che vede una forte attività francese, così come a Beida e Kufra nella Cirenaica, solo per fare alcuni esempi. A volte le cose sono molto più semplici di quanto non si pensi.

ultima modifica: 2017-10-10T10:52:26+00:00 da Redazione

 

 

 

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