Tutte le turbolenze in Arabia Saudita fra purghe, petrolio e Iran

Tutte le turbolenze in Arabia Saudita fra purghe, petrolio e Iran
L'approfondimento di Emanuele Rossi

Il prezzo del petrolio è schizzato ai massimi dal 2015 – abbondantemente sopra i 62 dollari al barile – dopo che nel fine settimana dal Golfo sono arrivate diverse notizie che hanno preoccupato gli investitori. A cominciare dalle purghe saudite, gli arresti condotti da un comitato anticorruzione creato dal principe Mohammed bin Salman – probabilmente un altro strumento di consolidamento del potere che l’erede al trono sta usando per combattere le opposizioni interne –, per continuare con lo scossone creato dalle dimissioni del primo ministro libanese, Saad Hariri, considerato un guaio geopolitico a potenziale ricaduta regionale e ancora con le minacce andata e ritorno tra Riad e Teheran.

IL PAESE A UN BIVIO

“Il regno è a un bivio” ha spiegato al Washington Post Bruce Riedl, esperto di Golfo della Brookings Insitution: “La sua economia è vincolata dal basso prezzo del petrolio; la guerra in Yemen è un brivido; il blocco col Qatar è un fallimento; l’influenza iraniana è rampante in Libano, in Siria e in Iraq; e la successione è un punto interrogativo. È il periodo più volatile della storia saudita in oltre mezzo secolo”. Bin Salman, l’erede molto operativo, sta già cercando di trasformare il suo paese, a cominciare dal progetto di creare un piano di diversificazione dal petrolio dell’economia saudita che passa sotto il nome di “Vision 2030″.

LA QUOTAZIONE DI ARAMCO

Una questione chiave del piano e per il paese è la quotazione del gigante petrolifero statale Saudi Aramco. Sabato scorso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è entrato senza troppo protocollo nella questione: su Twitter ha invitato direttamente Riad a quotare la compagnia al New York Stock Exchange, mettendosi in mezzo nella disputa tra i giganti delle negoziazioni finanziarie; Londra, Hong Kong, Tokyo sono in lizza, in una competizione che vede in corsa anche l’americano Nasdaq. “Importante per gli Stati Uniti!” l’ha definito Trump, e questo significa che la Casa Bianca ha indicato la cosa come un priorità americana, un’evidente pressione sui Saud. Sul piatto c’è un 5 per cento della Aramco che secondo gli investitori potrebbe avere un valore intorno ai 100 miliardi di dollari, rendendola l’offerta pubblica d’ingresso più grande della storia.

LA SPINTA AMERICANA

L’erede al trono saudita è un ottimi rapporti con l’amministrazione: il consigliere speciale di Trump, Jared Kushner (marito della figlia più potente del presidente, genero-in-chief, con qualche quotazione in ribasso perché impelagato nel Russiagate) è stato in Arabia Saudita anche due settimane fa; pare che Kushner abbia sostenuto e spronato MbS (i due se la intendono anche per ragioni anagrafiche) sul fare il passo forte delle purghe, pezzo che ha portato definitivamente a galla il piano del nuovo re, avallato anche dall’attuale sovrano.

LE PURGHE E IL PETROLIO

L’ondata di arresti contro pezzi dell’establishment ha colpito anche il settore economico e finanziario: nelle celle dorate allestite al Ritz-Carlton di Riad (il trattamento speciale riservato alle persone restate nella rete dei provvedimenti di MbS prevede per il momento il fermo in una sistemazione a cinque stelle) sono finiti anche pesci grossi della Aramco. E questo potrebbe significare che bin Salman ha intenzione di liberarsi di chi voleva bloccare il suo piano di differenziazione e parziale privatizzazione del settore petrolifero.

L’OUTLOOK DELL’OPEC

Sullo sfondo della nuova fase dorata dei rapporti tra sauditi e americani, c’è comunque il petrolio. Secondo l’ultimo World Oil Outlook rilasciato (oggi) dall’Opec, il futuro del mercato del bene sarà ancora segnato dal confronto tra lo shale oil americano e il greggio estratto dai reservoir classici. La prospettiva per il gruppo di paesi produttori, che è informalmente guidato e condizionato dall’Arabia Saudita, è che comunque entro il 2022 la produzione dagli scisti bituminosi americani (o argentini e canadesi) diminuirà, perché sarà stato sfruttato tutto il bene a basso costo. Però la domanda di petrolio Opec nel breve termine aumenterà meno di quanto previsto nel report dello scorso anno (un punto a favore di chi a Riad spinge per una rapida differenziazione): poi ripartirà.

ultima modifica: 2017-11-07T17:00:56+00:00 da Emanuele Rossi

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