Perché Trump non farà campagna per Moore in Alabama?

Perché Trump non farà campagna per Moore in Alabama?
L'articolo di Emanuele Rossi

Il presidente americano Donald Trump non farà campagna per il candidato del suo partito in Alabama, Roy Moore: lo ha rivelato lunedì alla Associated Press una fonte interna alla Casa Bianca. Moore concorre per le elezioni suppletive per il seggio lasciato libero da Jeff Sessions, che Trump ha voluto alla Giustizia; si voterà il 12 dicembre.

UN CASO DI STUDIO

La corsa elettorale in Alabama è diventata una specie di caso di studio per diverse ragioni. Per esempio, quando Moore ha vinto le primarie del Partito Repubblicano lo ha fatto senza il consenso diretto della Casa Bianca, che si era schierata con l’altro contender, un esperto uomo di partito, che detto alla Trump è: uno dell’establishment. Moore era arrivato alla vittoria finale spinto da un piano studiato dall’ex consigliere politico di Trump, Steve Bannon, e sostenuto dai soldi del super finanziatore repubblicano Bob Mercer. Quel piano prevedeva di far vincere le elezioni a canditati outsider, estremisti e soprattutto anti-establishment, che potessero portare vento alle vele del presidente, in continua crisi col partito e con la sua leadership. Ma ora il progetto s’è sfasciato, perché Bannon e Mercer si sono mollati. Trump era rimasto dietro le quinte, perché ai tempi di quelle primarie al Senato si sarebbe votato uno dei vari tentativi per far passare la riforma sanitaria (pure quello finito in un fiasco) e dunque non voleva inimicarsi troppo il partito, però era chiaro che lui, istintivamente, si trovava più a suo agio sulla linea Moore che su quella del suo avversario/uomo-del-partito.

IL MOMENTO

In questo momento potremmo trovarci in una condizione simile. Trump alla fine, come dicono i giornali americani, ha “de facto” avallato la candidatura di Moore (lo ha fatto anche esplicitamente, ma magari potevamo già pensare che internamente il suo pensiero era quello di appoggiarlo da sempre): lo ha fatto chiedendo di non votare per il suo avversario, il democratico Doug Jones. Questo appoggio più esplicito è arrivato la scorsa settimana, quando il partito invece aveva deciso di tagliare i fondi a Moore. Il motivo per cui il Gop si era svincolato era legato a uno scoop del Washington Post, che aveva raccolto molte informazioni corroborate secondo le quali, anni fa, il candidato repubblicano aveva avuto rapporti sessuali con minorenni, anche con un ragazzina di 14 anni. Mitch McConnell, il capo dei repubblicani al Senato e il personaggio più potente del partito, aveva detto di credere alle denunce delle donne contattate dalla super inchiesta del WaPo, e per questo Moore avrebbe fatto bene a rinunciare alla corsa elettorale.

COSA PENSA TRUMP

Passaggio finale della vicenda: lunedì, con l’allineamento informale di Trump verso le posizioni del partito: non fare campagna non è proprio uguale a dire che dovrebbe rinunciare alla candidatura, ma è comunque molto distante da un endorsement, però val la pena ricordare che la scorsa settimana il presidente sosteneva che bisognava votare Moore perché lui “negava totalmente” le accuse uscite sul WaPo. E allora non si può non pensare che – come già successo quando Trump dovette scegliere di appoggiare l’avversario di Moore per ottenere un feedback positivo sulla riforma sanitaria – in questo momento siamo in una situazione analoga, perché a breve andrà al Senato la riforma fiscale (è già passato alla Camera, dove la maggioranza è ben più ampia). Si tratta di un grande piano molto sponsorizzato dalla Casa Bianca, su cui ci sono almeno tre senatori che si oppongono al vito e altri tre che sono molto molto combattuti; e la maggioranza è di soli due seggi. I legislatori repubblicani dicono – nelle loro confidenze anonime ai giornalisti politici americani, esempio Jonathan Swan – che se non passa nemmeno il tax plan il partito potrebbe arrivare molto indebolito alle mid term del prossimo novembre. Ma allo stesso tempo il partito non ha nemmeno intenzione di mettersi completamente in mano a Trump, che contemporaneamente non vuole staccarsi troppo dal partito (e da McConnell, che normalmente critica) in vista del futuro voto alla riforma e delle elezioni di metà mandato, che sono una grande, mediatica, cartina tornasole dei primi due anni della sua presidenza.

ultima modifica: 2017-11-28T12:12:07+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

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