Fake news, come riconoscerle e perché non dobbiamo temerle. Parla William Dutton

Fake news, come riconoscerle e perché non dobbiamo temerle. Parla William Dutton

“You are fake news!” gridava, nella sua prima conferenza stampa da presidente, Donald Trump a un giornalista della CNN che chiedeva disperatamente di fare una domanda. Un termine a cui il nuovo inquilino della Casa Bianca si è affezionato nei mesi successivi, ma che non hanno mancato di usare contro di lui i suoi avversari, accusandolo di diffondere informazioni distorte su temi come il cambiamento climatico o la riforma dell’Obamacare. Abbiamo chiesto a William Dutton, esperto internazionale di media e politiche di informazione e professore della Michigan State University, di spiegarci cosa sono le fake news, come riconoscerle, quanto influenzano il dibattito politico. Dutton ha di recente lavorato, insieme ai ricercatori del Quello Institute e dell’Oxford Internet Institute, a un paper sull’impatto degli algoritmi di ricerca web sulle preferenze degli utenti. Di seguito la sua conversazione con Formiche.net.

Professor Dutton, da quando si è candidato alle elezioni il presidente Trump ha accusato i media di fake news, come sul caso Obamacare. Ci spiega meglio cosa sono e come riconoscerle?

Credo che il termine “fake news” sia usato in modo sempre più espansivo, e comunque non penso che abbiano giocato un ruolo fondamentale nelle elezioni presidenziali. Le fake news sono notizie fabbricate per generare clicks e per far guadagnare soldi alle persone con la pubblicità. Il vuoto di informazioni sull’Obamacare non c’entra con le fake news. Molte persone a loro volta hanno accusato Donald Trump di diffondere fake news su Twitter, ma non sono fake news, sono solo parole.

Quindi le fake news hanno a che vedere con la pubblicità?

Si, ma il termine è oggi usato per indicare qualsiasi cosa su cui siamo in disaccordo.

Lei crede che l’accessibilità alle notizie sul web rischia di esporre gli utenti alle fake news?

A dire il vero la mia ricerca dimostra che le persone oggi sono sempre più capaci di controllare da sole la validità delle notizie sul web, anche per la politica. Lo stesso Macron in parte è stato eletto grazie al suo uso di internet e dei social media. Per questo tutti i politici più importanti dovrebbero prendere molto seriamente le strategie per l’uso dei social.

Le generazioni più anziane sono più esposte alle fake news di quelle giovani?

Abbiamo rilevato statisticamente che i fattori demografici non incidono. Dunque l’età, il sesso o l’educazione non spiegano né l’interesse per la politica né la capacità di cercare notizie. Forse alcune persone più anziane non hanno la capacità di cercare sul web le notizie e questo può svantaggiarli, ma generalmente l’età non è correlata al problema delle fake news. Quel che dobbiamo fare è garantire che i giovani e i più vecchi abbiano una formazione sull’uso dei social media.

Cosa pensa delle paventate fake news di Trump sui cambiamenti climatici?

Io su questo tema non sono d’accordo con Trump, ma credo che su quest’argomento le notizie siano state gestite male. Trump e molti altri repubblicani semplicemente credono che regolamentare non sia la soluzione, che le aziende produrranno servizi e prodotti migliori semplicemente seguendo il mercato. Questa loro posizione non è stata comunicata bene.

Secondo lei i tweets di Donald Trump sono parte di una strategia comunicativa concordata o vengono digitati a caldo dal presidente in persona?

Io credo che spesso Trump twitti di persona. Molti pensano che sia qualcosa di inusuale e che non dovrebbe, ma lui continua a farlo. Durante la sua campagna elettorale i suoi tweets hanno avuto una copertura mediatica molto più ampia di quelli di Hillary Clinton. Ora che è il presidente ovviamente questi tweets non sembrano molto “presidenziali”. Penso che Trump veda in twitter la possibilità di parlare in modo diretto alle persone senza passare per i media. Adesso perfino il presidente di Taiwan ha iniziato a usare Twitter, perché pensa di raggiungere così un’audience internazionale.

In Italia spesso i giornali, anche se non portano profitto, sono usati dagli editori come mezzo di pressione sulla politica. Non è un rischio per l’informazione? In America come funziona?

Probabilmente su questo mi ritrovo in minoranza, ma le mie ricerche suggeriscono che la proprietà di un giornale non ne determina davvero il contenuto, gli editori vogliono solo che i loro giornali siano commerciali, che vendano e siano popolari, e di conseguenza che prestino attenzione all’audience. È vero, l’industria delle notizie sta perdendo soldi: qualcuno potrebbe pensare che per questo l’imperativo commerciale vada a scomparire, e invece diventerà ancora più urgente. Una parte del problema dell’informazione negli USA risiede in un format particolare di dibattiti e di interviste di giornalisti ad altri giornalisti pensato per attirare l’audience: è come un match di wrestling.

Certo, talvolta le esigenze commerciali comportano notizie di bassa qualità…

Si, è quel che succede in America: una pila di voci su voci, giornalisti che intervistano altri giornalisti piuttosto che rivolgersi ai politici o ai veri attori della vicenda in questione.

Quanto incidono i social media sull’opinione politica degli utenti?

La maggior parte delle persone non organizza la propria vita o le proprie amicizie intorno alla politica, si preoccupano piuttosto del posto in cui crescono, la scuola che frequentano, la famiglia, il lavoro. Grazie ai social la probabilità che tutti abbiano la stessa opinione politica è bassa. La maggior parte delle persone trova nei social network una diversità di opinioni molto più di quanto trovino nella loro vita reale. Quando ero professore ad Oxford mi sembrava di vivere in una bolla, ma sui social media trovavo versioni molto più differenziate di quel che le persone pensano.

Oggi che le agenzie e il web forniscono in tempo reale la maggior parte delle notizie, qual è il ruolo dei giornalisti?

Credo ci sia un problema reale, solo pochissimi servizi globali di informazione, come Al-Jaazera, possono permettersi di avere inviati sul posto a raccontare le storie. I giornalisti dipenderanno sempre di più dai social media, dai blogs, da twitter nel trasmettere notizie, raccontare una storia, riportare un incidente automobilistico. Il lavoro dei giornalisti sarà sempre più orientato intorno all’autenticazione, l’aggregazione e l’interpretazione di quel che possono trovare online.
Ci saranno sempre meno boots on the ground, ma in un certo senso ce ne saranno molti di più grazie ai cellulari, a twitter, ai social media. I giornalisti saranno la prima forma di protezione per le persone che cercano informazioni sul web.

ultima modifica: 2017-07-13T08:37:44+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

 

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