Perché il Nord Stream è stato messo in ghiaccio

Perché il Nord Stream è stato messo in ghiaccio
L'intervento di Gianni Bessi, consigliere regionale del Pd in Emilia-Romagna

La competizione internazionale per assicurarsi un approvvigionamento adeguato di gas che permetta di sostenere la competitività e lo sviluppo in vista delle sfide dei prossimi decenni si sta precisando sempre di più.

Nel dettaglio, il North Stream 2 (NS2), che prevede una joint Venture al 50 per cento tra Gazprom e cinque partner europei, in questo momento è al palo a causa di ostacoli politici che sono stati sottovalutati persino dalla sempre attenta e ambiziosa Germania. Nella speranza di assecondare i propri colossi del settore e allentare la pressione cui la lobby industriale ha sottoposto il suo governo, la cancelliera Merkel, con una secca inversione di tattica politica, ha avocato al suo Paese quanto, indignata, aveva negato quattro anni fa alla Bulgaria e ai Paesi dell’Europa sudorientale.

Che cosa ha deciso Berlino? Visto che Uniper (E.On) e Wintershall (Basf) avevano subito gravi ripercussioni dalla rinuncia di Berlino al nucleare, la ghiotta opportunità di accordi vantaggiosi offerti da NS2 è certamente la scorciatoia più praticabile per ridare loro quel ruolo da player energetici europei che la chiusura delle centrali atomiche aveva fortemente ridimensionato.

A fianco delle due società tedesche si sono schierate la francese Engie (GDF Suez), l’austriaca OMV e l’angloolandese Shell: si ricompone così il gruppo di Paesi europei interessati ad aggirare le sanzioni alla Russia a seguito della crisi ucraina ed a investirsi del ruolo di approvvigionatori dei paesi dell’est e sud Europa.

Proprio l’idea di non deludere le aspettative degli junker dell’energia, e qualche notizia (a tripla A), mi convinceva che ci fosse il giusto zeitgeist perché arrivassero importanti annunci a ridosso delle prossime elezioni tedesche del 23 settembre. Mi sbagliavo. Non si dovrebbe mai passare troppo tempo a far congetture. Il rischio è quello di distrarsi, dimenticando i fatti.

L’opposizione dei Paesi Baltici, di Bulgaria e Ungheria ha aperto il fronte dei Paesi contrari a questo progetto, ma la vera spallata per metterlo sotto ghiaccio è arrivata dalla Polonia che, per il tramite di un’obiezione formale a NS2 presentata dalla sua agenzia Antitrust, ha ricordato a tutti le norme comunitarie del terzo pacchetto energetico: divieto per i fornitori e/o i distributori di gas di risultare proprietari anche delle relative strutture vettoriali, cioè dei gasdotti.

Il progetto a NS2 è visto con sospetto anche dagli Stati Uniti che paventano venga grandemente compromessa la possibilità di esportare il proprio shale gas a prezzi competitivi verso i mercati europei. Tra gli oppositori di NS2, oltre ai fornitori a stelle e strisce di GNL (Gas naturale liquefatto) va ascritta, infine, la Norvegia, pronta a vendere il proprio gas in virtù della sua asserita appartenenza, sebbene spesso “di comodo”, alla Ue.

Le “5 sorelle” della JV, obtorto collo, si sono viste pertanto costrette a comunicare la propria rinuncia al progetto NS2, pur con la speranza che, in sede comunitaria, i rispettivi rappresentanti possano trovare un escamotage per aggirare il divieto. Gazprom, laddove fosse unico azionista della sealine, incorrerebbe nella stessa proibizione che ha causato l’annullamento del progetto South Stream: pertanto si vede costretta ad assumere una posizione attendista e a non procedere da sola.

Qualora la Germania riuscisse a imporre un’interpretazione “pro domo sua” dei regolamenti europei, dovrebbe poi negoziare con Mosca un regime giuridico speciale per NS2 che necessita l’ok dei 2/3 dei 28 Stati membri dell’Unione. Se ciò avvenisse Gazprom diverrebbe il fornitore privilegiato dei mercati europei mentre la Germania diventerebbe il principale centro (megahub) per il transito, lo stoccaggio e la distribuzione del gas russo nel cuore dell’Ue. E così facendo siritaglierebbe una posizione dominante nella distribuzione dei flussi energetici per i prossimi decenni.

NS2 era previsto avere la stessa capacità di “throughput” (per seguire l’english style) dell’esistente North Stream1 (NS1) al fine di raddoppiare la capacità di esportazione di gas verso l’Europa centrale. NS1 è attualmente utilizzato al 40% della propria potenzialità e quindi per le esigenze dell’industria tedesca esisterebbe già la possibilità di avere un flusso di gas adeguato a coprire le necessità energetiche dei prossimi anni.

Il problema è rappresentato dal costo dei contratti che fissano i prezzi a lungo termine di quanto viene trasportato attraverso queste condotte. Laddove fosse realizzato NS2 la Germania potrebbe trattare prezzi decisamente più favorevoli e immettere grandi flussi di gas nelle reti europee a prezzi maggiorati.
In estrema sintesi, NS2 sarebbe un successo per la Germania sotto il profilo economico e politico, ma porterebbe un peggioramento dei conti degli altri paesi europei, che vedrebbero aumentare la propria bolletta energetica. La forzatura che verrebbe compiuta ai danni dei paesi dell’Europa centro-orientale porterebbe al risultato di allontanarli dalla lotta contro il cambiamento climatico, compromettendo allo stesso tempo la cooperazione in materia energetica Ue.

Mentre si discute tanto di NS2 intanto, quasi in silenzio, si sta procedendo nell’operazione di posa del TurkStream, un progetto che, dopo l’abbandono del South Stream ( e ruolo Saipem, anche questa già trattata su Formiche) e a causa degli impedimenti burocratici dell’UE, rappresenta il vero cavallo di Troia del Cremlino per candidarsi ad attore protagonista della rotta verso i mercati serviti dai gasdotti del SGC (South Gas Corridor). Il processo di comune transizione energetica europea è perseguibile solo rispettando gli interessi di tutti i Paesi.

Un numero maggiore di infrastrutture a nord (NS2) e a sud (TS) laddove supportate da una rete efficace di interconnector in grado di servire i punti di consegna (Deal Swap) aiuterà a gestire una politica comunitaria in favore dello sviluppo di tutti gli stati membri? Questo scenario aiuterebbe a ridurre il gap tra le posizioni dominanti dei colossi energetici dell’Europa Occidentale e la necessità di sviluppo dei Paesi dell’Unione meno sviluppati, soprattutto riducendo il divario attuale nel prezzo del gas, che rischia di dividere una Europa già in difficoltà, anziché sostenerla in uno sforzo comune.

Il North Stream II intanto è “sotto ghiaccio”. Se la Merkel raggiungesse lo storico quarto mandato da cancelliera non mollerà un progetto in cui crede. E la Merkiavelli, usando il sillogismo di Ulrick Beck, sa aspettare i tempi giusti. Come non desisterà Matthias Warnig, l’uomo del NS2, nel suo lavoro di tessitura di alleanze. Ci saranno novità da raccontare, e la nostra serie “House of gas” continuerà a seguire la sete di energia dell’economia germanica

ultima modifica: 2017-08-13T08:01:02+00:00 da Gianni Bessi

 

 

 

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