Giornalisti pronti alla ribellione contro le bizzarrie della formazione obbligatoria?

Giornalisti pronti alla ribellione contro le bizzarrie della formazione obbligatoria?
Aumentano tra i giornalisti le voci critiche contro i corsi di aggiornamento professionale previsti dall’Ordine. E nel Lazio si parla di un caso Cgil...

L’attuazione dell’obbligo di formazione e aggiornamento previsto a partire dal 2014 per tutti i giornalisti italiani, professionisti e pubblicisti, sta alimentando polemiche e malcontento crescenti.

Non solo per i sacrifici di energie e tempo che vanno a incidere sull’attività e le opportunità lavorative. Ma soprattutto per il numero di corsi gratuiti promossi dagli ordini regionali, spesso inadeguato alla grande quantità di persone coinvolte. E che pertanto spinge molti colleghi a frequentare lezioni e seminari a pagamento per ottenere i crediti richiesti e non incorrere in pesanti sanzioni disciplinari.

Nessun obbligo formativo per i giornalisti privi di tutele

Malumori e dissensi finora confinati nelle conversazioni private sembrano trovare risonanza mediatica. E potrebbero conoscere un salto di qualità se l’appello lanciato dalla blogger e pubblicista Simona Bonfante riscuoterà adesione.

La giornalista riconosce a un’azienda editoriale la facoltà di obbligare i propri dipendenti a realizzare un impegno formativo. Ragionamento analogo, scrive, vale per l’Istituto nazionale previdenziale – l’INPGI – che può costringere i colleghi disoccupati beneficiari del sussidio a frequentare corsi di aggiornamento e riqualificazione orientati al reinserimento professionale.

Ma a suo giudizio tale obbligo non può sussistere per un giornalista pubblicista che svolge la professione senza reti, tutele e addirittura compenso: “Tanto più a proprie spese, per l’unico obiettivo di restare iscritto a un albo che già ora non garantisce alcuna redditività professionale né sbocchi nel mercato editoriale”. Al contrario, rimarca la blogger, di quanto accade per ogni libera associazione che è in grado di discernere tra lavoratori anziani e giovani, a cottimo e a contratto, digitali e tradizionali.

Ribellatevi!

Ed ecco l’affondo. Bonfante preannuncia un’iniziativa di “disobbedienza civile-professionale”, rendendo noto che non frequenterà i corsi obbligatori. È certa che non sarà l’unica a farlo.

E richiama i colleghi più famosi e autorevoli come Beppe Servergnini “ad auto-denunciarsi a tutela dei tanti giovani e freelance cui non mancano mai di rivolgere un pensiero nei loro puntuali interventi quotidiani”.

Il rischio della beffa per l’Ordine

Proposta che trova attenzione e una risposta critica nella riflessione dell’economista Mario Seminerio. Il quale nel suo blog Phastidio.net parla di vicenda curiosa che mette in luce le contraddizioni dell’Ordine, delle sue regolamentazioni, della professione giornalistica. Ed evoca le conseguenze destabilizzanti che potrebbe avere la scelta degli 80mila giornalisti pubblicisti di non frequentare i corsi per mancanza di tempo e risorse.

Al termine del triennio 2014-2016, spiega lo studioso, essi verranno sanzionati. Attraverso provvedimenti disciplinari che potrebbero giungere alla radiazione. Il che comporterebbe la perdita di enormi risorse finanziarie da parte dell’Ordine, sotto forma di quote associative e contributi previdenziali.

Un approccio realistico

“Un collasso visto di buon occhio da tutti i liberali che detestano le forme di irregimentazione professionale”. Per tale ragione l’economista esorta Bonfante a richiedere la cancellazione dall’albo anziché intraprendere una rischiosa disobbedienza civile.

Radicale dissenso è invece espresso da Seminerio riguardo l’inadeguatezza della formazione a supportare il reinserimento e la crescita professionale del giornalista: “Il catalogo dei corsi è molto vasto, alcuni appaiono interessanti e preziosi per la cultura generale e la conoscenza di realtà come la trattazione delle analisi statistiche. È sufficiente ritagliarsi un po’ di tempo per partecipare, cosa che avvantaggia chi non ha un lavoro stabile”.

I corsi della CGIL

Entrambi concordano sulla critica a un elemento singolare riscontrato nella lettura dei corsi di formazione organizzati nel Lazio. A Roma, infatti, la CGIL svolge un ruolo rilevante nel promuovere giornate di approfondimento rivolte ai giornalisti.

Si tratta di 4 appuntamenti già programmati nel calendario. Il primo è stato dedicato alla riforma della Pubblica amministrazione presentata dal governo Renzi e aspramente contestata proprio dalla confederazione guidata da Susanna Camusso. A rivestire i panni del docente era il segretario confederale del sindacato di Corso d’Italia e responsabile del comparto scuola Gianna Fracassi.

Il secondo seminario è incentrato sulla legge di stabilità e i suoi effetti nel breve e lungo periodo – anch’esso tema caldo dal punto di vista politico – e sarà tenuto dall’altro segretario confederale Danilo Barbi. La terza lezione sarà finalizzata a illustrare i servizi del sindacato e verrà promossa da Mauro Soldini, presidente del Consorzio nazionale dei Centri di assistenza fiscale CGIL. Il convegno “Sindacati ed Europa” coordinato da Fausto Durante, Giulia Barbucci e Monica Ceremigna, concluderà il ciclo di incontri.

Una contraddizione in termini

Nel corso dei quali è altamente probabile che gli operatori dell’informazione verranno a conoscenza di una visione parziale, univoca e opinabile dei temi affrontati.

È arduo considerare tutto ciò formazione giornalistica, fondata per sua natura sul confronto continuo e dialogico tra una pluralità di letture e valutazioni conflittuali. E nessun’altra realtà sindacale o politica è stata coinvolta nell’organizzazione dei corsi.

E i corsi svolti all’estero?

Ultima anomalia attinente alla formazione professionale obbligatoria è stata messa in luce dalla giornalista di Panorama Anna Maria Angelone.

A cui “l’Ordine non vuole riconoscere i crediti acquisiti nel corso di data journalism svolto per 5 mesi all’estero in lingua inglese. La motivazione del rifiuto? La scuola che promuoveva le lezioni non è accreditata presso l’OdG”.

La giornalista del settimanale Mondadori punta il dito contro “la restrizione illegittima della concorrenza”. E a riprova della scarsa logica del rifiuto ricorda che il modulo con il quale le scuole estere dovrebbero richiedere la convenzione accreditarsi è scritto soltanto in italiano.

ultima modifica: 2014-10-16T09:20:24+00:00 da Edoardo Petti

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