Il giovane segretario del Carroccio porta la Lega dal federalismo strategico al populismo 2.0. Ma senza identità ed alleanze il consenso è effimero.

Un’analisi di Elisabetta Gualmini sulla Stampa di qualche giorno fa ha certificato il modus operandi di quello che è ormai un vero e proprio protagonista del mood della politica italiana. L’ascesa di Matteo Salvini e quindi della Lega come attore politico in grado di attrarre massivamente i voti di protesta della “pancia” del Paese e posizionarsi così come front runner dell’opposizione anti governativa. L’orientamento della bussola politica della nuova Lega attualmente appare molto redditizio in quanto Salvini starebbe asciugando il bacino che nelle ultime elezioni era stato appannaggio del M5S di Grillo intaccandone il consenso. Questo tipo di analisi in effetti trova molte considerazioni a supporto.

Il segretario del Carroccio ha infatti tarato la sua linea di comunicazione a latitudini estreme della declaratoria demagogica e tuttavia, come in parte spiegato dalla Gualmini, egli su questa linea è anche riuscito a farsi percepire come “innovativo” scalzando Grillo e il Movimento dallo scranno di leader della protesta diffusa e massiva nella rete. Da antesignano e pioniere che era il sacro blog al cospetto del marketing politico virale di Salvini sembra già un prodotto scaduto.

Mentre il primo si limita ormai a divulgare un messaggio etero diretto e sempre meno partecipato, l’utilizzo dei media da parte del segretario leghista è invece estremamente interattivo e social, sino a creare un vero e proprio brand di “sharing Politics” che tra l’altro Salvini rende riconoscibile a tutti, anche all’elettore tradizionale, attraverso una presenza capillare in Tv in cui non di rado appare, volutamente, con l’Ipad in mano pronto a interagire real time con i suoi simpatizzanti digitali. Tale forma ostentatamente smart di comunicazione della politica tendente ad abbattere ogni forma di intermediazione tra leader e follower chiaramente Salvini l’ha mutuata da Renzi e proprio per questo, ponendosi sullo stessa frontiera di innovazione, egli punta a presentarsi come “icona pop” principale competitor. Non c’è da stupirsi quindi ad esempio se come riportato dalle cronache La Padania, storico house organ del Carroccio, sia prossimo a chiudere i battenti. Nella logica di Salvini questo corrisponde ad orpello vetusto, costoso ed inutile.

E si potrebbe partire proprio da questa considerazione per comprendere plasticamente il radicale cambio di paradigma messo in atto dal nuovo segretario nella gestione e nell’orizzonte politico della Lega. C’è sì il superamento del recinto della Padania e della vulgata secessionista. Ma c’è anche e innanzitutto l’abbandono, in termini di prevalenza, della storica mission federalista. E se ciò da un lato potrebbe essere letto persino in chiave costruttiva, permeare attraverso il collante del populismo “pop” spazi e territori storicamente preclusi al consenso del Carroccio, dall’altro questo approdo segna il definitivo tramonto dell’eccezionalità leghista e quindi del suo dna strategico.

Il federalismo, oltre che il fondamento istitutivo della Lega di Bossi, è stato da sempre il cemento, tanto in termini di pensiero che di azione, attraverso il quale la Lega si è legittimata come attore politico ed istituzionale, costruendo intorno a questo alleanze ed interlocuzioni con cui ritagliarsi un ruolo centrale nel sistema politico e quindi di governo. Centralità che negli anni ha permesso, nella sua fase propulsiva, al Movimento fondato da Bossi di attrarre un consenso maturo e radicato persino nei ceti e nelle realtà produttive del Nord del Paese.

Abbandonare consapevolmente questo patrimonio strategico in nome esclusivamente di un posizionamento antagonista tattico, seppure nelle modalità innovative sopra descritte, può certamente portare benefici alla leadership personale di Salvini nonché una cospicua dote di consenso nel breve periodo ma allo stesso modo, come specchio e fattore, rischia fatalmente di annacquare la storica identità leghista senza costruirne una altrettanto solida. Precludendo pertanto al Carroccio quella legittimazione a cui ogni tipo di attore politico deve tendere se vuole protrarsi nel tempo senza rischiare l’effimero. Quella di essere credibile alternativa di governo.

Filippo Salone, autore del saggio “Il fenomeno leghista, perché nasce, perché si afferma” (Rubbettino)

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