Intellettuali a confronto sul legame tra leadership, vocazione elettorale delle forze politiche, consultazioni popolari per le candidature alle cariche pubbliche. Ecco tesi e proposte di Stefano Ceccanti, Sergio Fabbrini, Antonio Funiciello, Andrea Romano e Lucia Bonfreschi

La trasformazione delle realtà politiche in “partiti elettorali” che mettono in gioco ruolo e identità nella sfida per il governo impone l’apertura costante all’opinione pubblica. E lo strumento ideale per favorire tale processo è costituito da consultazioni primarie rigorose e regolamentate per legge, capaci di coinvolgere i cittadini al di là degli steccati culturali.

È l’idea forza emersa nel convegno “Leadership, partiti, primarie. Come cambiano in Italia, Europa, Usa”, promosso ieri dal Partito democratico nella sede nazionale del Nazareno a Roma.

Leader fondamentali per i partiti contemporanei

Un’iniziativa tanto più preziosa alla luce del processo registrato in tutte le democrazie politiche e messo in luce dal politologo Sergio Fabbrini: “Al declino dei partiti di massa protagonisti dell’industrializzazione nazionale fa da contraltare l’ascesa della leadership. Ritenuta fondamentale per prendere le decisioni nell’arena pubblica, conferire identità a una comunità civile, promuovere il rinnovamento”.

Fattore che assume una forma istituzionale in Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Usa. Democrazie governanti e competitive al contrario di Paesi liberi ma percorsi da fratture religiose, etniche, ideologiche come Belgio, Olanda, Italia della prima Repubblica.

La metamorfosi dei partiti

Le elezioni primarie, rileva il docente della Luiss, rappresentano lo strumento per aprire le forze politiche all’opinione pubblica. “Un’istituto creato negli Stati Uniti dell’Ottocento ha permesso nel nostro Paese di celebrare consultazioni aperte a tutti i cittadini, rendendo le realtà politiche più ‘estroverse’ e creando un rapporto ‘orizzontale’ con la società”.

Alla guida di gruppi che non costituiscono più le “avanguardie” intellettuali e le classi dirigenti dell’opinione pubblica, i leader di partito divenuti “antenne del rinnovamento” riescono a plasmare i gruppi un tempo dominati da élite oligarchiche tese a conservare se stesse.

A fronte del protagonismo di partiti pragmatici e non ideologici, elettorali e non statici, “è necessario un Parlamento organo autorevole di verifica dell’operato del leader ed è essenziale una rete di confini ben precisi all’invadenza della politica nell’economia e nella società”. È questa, per il politologo, la sfida di una sinistra liberale che crede nell’equità come frutto dell’apertura e non della chiusura.

Un rapporto travagliato con le leadership

Il tema della leadership, spiega il parlamentare del Pd e storico Andrea Romano, è stato vissuto per lunghi anni dal mondo progressista al di fuori di una cornice istituzionale. Tra gli anni Settanta e Ottanta la sinistra comunista aveva associato alla figura di Bettino Craxi un alone di autoritarismo, conferendo invece a Enrico Berlinguer una sacralità intoccabile.

Nei due decenni successivi, prosegue l’ex esponente di Scelta civica, il ceto dirigente del Pci aveva fatto leva sul ruolo dei leader in un’ottica quasi magica per evitare di affrontare alla radice il passaggio dall’euro-comunismo al post-comunismo: “Ne sono esempio le esperienze di Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Sergio Cofferati”.

Il Partito democratico, rimarca Romano, è uscito da quella stagione rivendicando il proprio essere contendibile: “Lo stesso Matteo Renzi con l’efficacia della sua leadership è frutto della scelta lungimirante e coraggiosa di primarie genuine adottata nell’ultimo biennio”.

Il requisito per primarie rigorose

Concepite per per rompere il “patto di sindacato inter-generazionale” che predominava la maggiore forza progressista del nostro Paese, aggiunge il direttore di QdrMagazine e dell’associazione Libertà eguale Antonio Funiciello, stretto collaboratore del sottosegretario Luca Lotti, le consultazioni primarie hanno consentito di realizzare la “vocazione maggioritaria” prospettata da Veltroni al Lingotto e mai portata fino in fondo.

“E grazie all’identificazione tra partito e governo hanno messo al centro della contesa ideale il cittadino-elettore rispetto ai blocchi sociali egemoni”.

Ma per evitare che “l’istituto fomenti le più ataviche pulsioni populiste e si traduca in una caricatura delle primarie nordamericane” è necessario a suo giudizio celebrarle esclusivamente per le candidature alle funzioni pubbliche. Per tale ragione, conclude, esse dovrebbero essere riservate esclusivamente a chi è cittadino italiano.

La vicenda emblematica del socialismo d’Oltralpe

A evidenziare il carattere cruciale di una guida politica autorevole e incisiva favorita da un contesto istituzionale-elettorale è la storica Lucia Bonfreschi. La quale richiama l’esperienza di Francois Mitterrand, capace di trasformare il Partito socialista francese grazie a un rapporto intelligente con la V Repubblica creata da Charles De Gaulle. E con l’investitura popolare del Presidente della Repubblica, introdotta nel 1962 tra le roventi polemiche dell’intera gauche che tuonava contro “l’affermazione di un potere personale fuori controllo”.

Mitterrand, ricorda la studiosa, seppe capire a partire dal 1965 che tale cambiamento avrebbe costituito un punto di non ritorno e un’opportunità da cogliere per vincere. “Ne accettò la logica bipolare, rinnovando culturalmente il Ps ancorato all’ortodossia marxista nell’accettazione della regola dell’alternanza al potere, e plasmandolo nella ricerca del leader per l’appuntamento cruciale delle elezioni presidenziali”.

Fu in tale orizzonte – osserva – che il “politico florentin” costruì un’alleanza con il Partito comunista su un programma anti-capitalista, realizzò all’indomani della storica vittoria del 1981 un programma di nazionalizzazioni fondato sulla pianificazione pubblica dell’economia e del lavoro, cambiò radicalmente strategia nel 1983 a favore di politiche più riformiste e integrate con i processi produttivi europei.

Uno scenario inedito per la Spagna

Una lunga esperienza di democrazia competitiva imperniata sull’alternanza bipartitica tra socialisti e popolari è stata vissuta in Spagna a partire dagli anni Ottanta. Favorendo, rileva il costituzionalista Stefano Ceccanti, l’emergere di leadership che hanno marcato intere stagioni.

Adesso il quadro partitico fotografato dai sondaggi appare molto più frammentato. E presenta analogie notevoli con l’Italia del febbraio 2013: Pp, Psoe e Podemos sono accreditati di un 25 per cento dei voti, mentre la formazione centrista Ciudadanos è stimata poco oltre il 10.

Il Partito socialista capeggiato da Pedro Sanchez Castejon, che potrebbe allearsi con chiunque nell’eventualità nessuna forza riesca a raggiungere la maggioranza dei seggi parlamentari, è il gruppo in maggiore difficoltà. Tuttavia, precisa l’ex senatore del Pd, potrebbe cogliere preziose opportunità dalle consultazioni primarie aperte per la scelta del candidato a capo del governo.

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