Conversazione di Formiche.net con il costituzionalista Augusto Barbera, già membro Commissione dei 35 saggi creata dall’esecutivo Letta con la regìa dell’allora ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello e coadiuvato da Luciano Volante

Fra strappi laceranti, ultimatum, accuse infuocate di volontà autoritaria e conservatorismo oligarchico, preannuncio di fiducia e richieste di voto segreto, la riforma elettorale fortemente voluta da Matteo Renzi approda nell’Aula di Montecitorio per un rush finale ricco di incognite.

Alla vigilia di uno dei passaggi cruciali della legislatura. Formiche.net ha interpellato il costituzionalista Augusto Barbera, che attorno alle nuove regole di voto ha ingaggiato un vivace confronto con la minoranza del Partito democratico.

Professore, il primo punto criticato dalla minoranza del Pd riguarda i capilista bloccati.

Ricordo che nella prima Repubblica, dove i voti di preferenza contavano, i capilista erano regolarmente eletti. Ciò accadeva perché quei candidati venivano collocati dal proprio partito – e pertanto “nominati” – in una posizione di visibilità e preminenza. A designarli erano in genere i leader delle correnti, che grazie ai voti di preferenza misuravano la consistenza del loro gruppo.

Non sarebbe meglio consentire ai cittadini di scegliere tramite le preferenze tutti i parlamentari?

Vantaggi e svantaggi di tale meccanismo sono arcinoti. Rilevo tuttavia il rischio che l’allargamento delle preferenze possa favorire i fenomeni di voto di scambio e clientelismo elettorale. E che la competizione provocata all’interno delle forze politiche per la ricerca del consenso possa dare un colpo definitivo a partiti già indeboliti. A vantaggio di “fondazioni” e “comitati” dai contorni nebulosi.

L’altra obiezione avanzata dalla sinistra del Nazareno concerne l’attribuzione del premio di governabilità alla singola lista anziché alla coalizione.

È una buona soluzione, che tiene conto di una critica martellante rivolta alle leggi tendenzialmente maggioritarie adottate in Italia: provocare la costituzione di alleanze raccogliticce e frammentate, in grado di vincere ma non di governare. Furono queste argomentazioni – ricordo le sferzanti analisi di Giovanni Sartori sul Mattarellum – a stimolare nel 2007 l’iniziativa referendaria messa a punto dal costituzionalista Giovanni Guzzetta. Consultazione che nella cornice della legge Calderoli puntava ad assegnare il bonus di maggioranza al partito più votato e non più alla coalizione.

Referendum fallito per mancanza del quorum.

È vero. Ma l’elemento politicamente rilevante emerge leggendo i nomi dei firmatari dell’iniziativa. Una lista in cui è facile ritrovare Rosy Bindi, Renato Brunetta. Tutti fieri avversari delle regole messe in campo da Matteo Renzi.

Enrico Letta ha contestato l’assenza di una larga adesione dei gruppi parlamentari attorno al progetto di riforma elettorale.

Posso capire e rispettare il ragionamento dell’ex premier, visto che il suo governo si reggeva su un’ampia maggioranza di forze. Tuttavia le linee-guida del nuovo meccanismo di voto ricalcano la formula concepita con largo consenso dalla Commissione dei 35 saggi creata dall’esecutivo Letta con la regìa dell’allora ministro per le Riforme istituzionali Gaetano Quagliariello coadiuvato da Luciano Volante. Organismo di cui io stesso facevo parte.

Cosa prevedeva quel progetto?

Il conferimento del premio di governabilità con il 40 per cento dei suffragi, il ballottaggio fra le prime due forze o coalizioni (questa è l’unica differenza), liste bloccate corte in alternativa a possibili voti di preferenza. Sa cosa ritengo poco decorosa?

Che cosa?

La critica portata avanti dalla minoranza del Partito democratico contro la maggioranza risicata che va profilandosi per l’approvazione della riforma. Sono gli stessi che pochi mesi fa tuonavano contro l’intesa contenuta nel Patto del Nazareno. Accordo che Forza Italia e Silvio Berlusconi avevano accettato e votato in tutti i dettagli. Salvo revocare l’appoggio per il mancato accoglimento del veto sull’elezione del nuovo Capo dello Stato. Ma non può essere questa una ragione plausibile per cedere all’immobilismo.

Il Corriere della Sera ha denunciato con Angelo Panebianco e Antonio Polito il pericolo dell’egemonia della formazione vincente rispetto a una galassia frammentata di partiti minoritari, marginali e irrilevanti per il governo.

Mi rendo conto che una clausola di sbarramento superiore rispetto al 3 per cento avrebbe potuto riequilibrare i rapporti di forze, magari favorendo la costituzione di una robusta aggregazione alternativa al partito vincente. Ma il testo aveva bisogno di una base parlamentare. E la richiesta di ridurre la soglia di accesso in Parlamento era giunta da gruppi fondamentali per la tenuta dell’esecutivo, a partire dal Nuovo Centro-destra e dalla stessa minoranza del Pd. Senza dimenticare, al di fuori del perimetro di maggioranza, Sinistra e Libertà.

Il centro-destra rischia di venire polverizzato dall’applicazione del Renzellum.

Il problema è politico, non tecnico. Le forze conservatrici e moderate potranno rimediare trovando una leadership e una strategia all’altezza.

Non sarebbe preferibile consentire l’apparentamento tra formazioni differenti nell’eventuale ballottaggio?

Permettere la possibilità di dar vita a coalizioni tra il primo e il secondo turno sarebbe una soluzione peggiore del male. Esalterebbe le rendite di posizione e il potere di condizionamento di partiti che attendono di vedere chi può essere il partner più forte per l’alleanza più conveniente.

Tale facoltà è prevista nella legge elettorale dei comuni più grandi.

Ma viene bilanciata dalla legittimazione popolare diretta del primo cittadino, e dal principio per cui il governo e l’assemblea cittadina nascono e cadono nello stesso momento.

L’attribuzione del premio di maggioranza al singolo partito potrebbe favorire la creazione di “listoni arcobaleno” contenenti tutto e il contrario di tutto.

Il rischio esiste. Tuttavia una regola del genere vincolerebbe più rigorosamente i componenti della lista unitaria a un unico leader e a un programma condiviso. È chiaro in ogni caso che a comporla devono essere gruppi politicamente omogenei.

Gli avversari della riforma paventano il possibile strapotere di un premier fortemente legittimato e privo di contrappesi adeguati.

Nel Regno Unito, patria del governo parlamentare, il primo ministro stabilisce l’ordine del giorno della Camera dei Comuni per i tre quarti del tempo e può porre il veto su emendamenti al bilancio che aumentino la spesa o diminuiscano le entrate. Il capo dello Stato, a differenza dell’Italia, ha un ruolo simbolico e la Camera dei Lord presenta poteri molto limitati. Non esiste una Corte costituzionale e i magistrati sono funzionari del governo. Non vi è il referendum di tipo abrogativo. Nel nostro paese, invece, il problema non è tanto costituito dai contrappesi quanto dalla mancanza dei “pesi”.

Le riforme elettorali e costituzionali, rimarca Pier Luigi Bersani, non rappresentano “un affare del governo.

Le sue parole non corrispondono alla verità storica. La legge del 1953, considerata “maggioritaria” o “truffaldina” secondo le convenienze, fu promossa dal governo guidato da Alcide De Gasperi. L’allineamento del mandato del Senato a quello della Camera venne realizzato nel 1963 grazie a un progetto di revisione costituzionale governativo. Nel 1988 l’esecutivo capitanato da Ciriaco De Mita favorì con il cambiamento dei regolamenti parlamentari il superamento del ricorso generalizzato al voto segreto. Vi è un’unica eccezione.

Quale?

La legge Mattarella, approvata nell’estate del 1993, fu realizzata per iniziativa delle forze parlamentari sull’onda della vittoria referendaria che ad aprile aveva sancito l’abbandono del meccanismo proporzionale di lista a favore dei collegi maggioritari. Al punto che l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro esortò le Camere a “legiferare sotto dettatura della volontà popolare”.

Il governo Renzi appare intenzionato a porre la fiducia sulle nuove regole. Scelta che il capogruppo dimissionario del Pd a Montecitorio Roberto Speranza bolla come “violenza nei confronti del Parlamento”.

Mi sorprende che Speranza utilizzi toni così eccessivi. L’ipotesi all’esame del premier rappresenterebbe certo una forzatura. Più che verso il Parlamento, lo sarebbe nei confronti della minoranza del Partito democratico. E costituirebbe la conseguenza delle forzature attuate dalla stessa minoranza.

I rappresentanti della minoranza Pd hanno ricordato che nel 1923 a porre la fiducia sulla legge elettorale Acerbo fu il governo di Benito Mussolini.

Evocare un simile precedente non fa onore a chi vuole utilizzare argomentazioni critiche verso l’Italicum. Si tratta di ragionamenti fondati sullo spettro della “democratura” e del “regime plebiscitario alle porte”. Sono in gioco due diverse concezioni della legge elettorale, non certo della democrazia.

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