La ripresa dei lavori per la realizzazione del gasdotto South Stream mette le ali al titolo di Saipem, che questa mattina a Piazza Affari è salito di circa il 4%. Il contratto col consorzio della russa Gazprom vale da solo 2,4 miliardi di euro e rappresenta un’iniezione di fiducia (e di valore) per la controllata di Eni, crollata in Borsa dopo la notizia della sospensione del progetto e sulla cessione della quale riflette da tempo il nuovo ad del Cane a Sei zampe, Claudio Descalzi.

South Stream era nato con l’idea di trasportare il metano russo in Europa aggirando l’Ucraina. La sua realizzazione venne sospesa lo scorso dicembre per i contrasti fra Russia e Occidente e, nonostante questa notizia, non è detto che riparta. Il primo tratto del gasdotto, quello offshore nel Mar Nero, coincide con il progetto alternativo Turkish Stream, destinato ugualmente a raggiungere l’Europa occidentale senza attraversare il territorio di Kiev. Ed è molto più probabile che sia questo il gasdotto per il quale lavorerà ora Saipem, per la quale cambia poco.

LE RAGIONI

La ripresa dei lavori era largamente attesa – sottolinea a Formiche.net Matteo Verda, ricercatore dell’Università di Pavia e dell’Ispi (e autore del libro “Una politica a tutto gas” e del blog Sicurezza energetica) – perché Gazprom, che ha rilevato il 100% delle quote del consorzio che doveva costruire South Stream, aveva ormai sostenuto ingenti investimenti domestici per questo gasdotto e in caso di mancata realizzazione avrebbe dovuto pagare penali talmente esose che rendono di gran lunga più conveniente proseguire l’opera. Non South Stream, ma l’alternativo Turkish Stream“.

LA STRATEGIA RUSSA

Con questa operazione, dai sostanziali risvolti geopolitici, Ankara potrebbe in pochi anni passare da Paese di approdo dell’energia attraverso l’Europa a Paese di transito per l’arrivo di gas nel Vecchio Continente. “La strategia di Mosca – prosegue Verda – è tesa da un lato a rendere sempre meno rilevante l’Ucraina e quindi a rendere meno interessanti i sacrifici occidentali per difenderla; dall’altro è rendere il mercato turco completamente sganciato da quello dell’Unione europea e dunque indipendente dalle pressioni di Bruxelles e forse, domani, a fare della Turchia un vero e proprio hub energetico“. Ma, continua l’esperto, “è bene sottolineare che le ragioni principali della ripresa dei lavori non sono geopolitiche, ma economiche: Gazprom deve rientrare dai tanti costi sostenuti finora e questa è la via migliore“.

GLI ANNUNCI CON PECHINO

Quella occidentale non è tuttavia l’unica partita energetica che il Cremlino gioca in queste ore. Tra gli accordi siglati giovedì scorso durante la visita a Mosca del presidente cinese Xi Jinping c’è quello sulla cosiddetta Western route, ovvero il gasdotto Altai, che attingerà dagli stessi giacimenti siberiani attraverso i quali Gazprom rifornisce l’Europa, che si somma a quello dell’anno passato con cui la Federazione russa fornirà per trent’anni alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Intese che, secondo alcuni osservatori, farebbero parte di una strategia del Cremlino tesa a mettere in competizione i mercati europeo e cinese. “Non credo – chiarisce Verda – che si possa parlare di “competizione”, perché quando viene siglato un contratto ormai sono chiari e messi nero su bianco tutti i dettagli che hanno a che fare con una fornitura: metri cubi, percorso, giacimento. Vero, piuttosto, che la Russia sta conducendo una strategia su due livelli. Uno è un livello sostanziale. Vuoi perché le sanzioni europee iniziano a mordere, vuoi perché il mercato europeo è moribondo, vuoi perché il regolatore europeo si accanisce contro Gazprom, la Russia è sempre più orientata a incrementare la cooperazione con la Cina, un mercato dove la richiesta di gas cresce nell’ordine dei 20 miliardi di metri cubi all’anno“. Il secondo, aggiunge l’esperto, “è invece un livello mediatico, nel quale si inseriscono alcuni annunci, come quello sulla Western route, la parata a Mosca per i 70 anni dalla fine della II Guerra Mondiale e le esercitazioni nel Mediterraneo“.

ALLA RICERCA DEL RENMINBI

O come l’idea, riportata dal britannico Financial Times, di creare un meccanismo che consenta di attrarre investimenti cinesi in Russia con un rischio calmierato dal denaro di due fondi sovrani: il Russia Direct Investment Fund (Rdif) e il Russia-China Investment Fund, un fondo da due miliardi di dollari fondato nel 2012 e partecipato dallo stesso Rdif e dalla China Investment Corporation. Per la Federazione russa, il nuovo strumento dovrebbe servire a supplire la mancanza di capitale occidentale, crollato dopo le misure restrittive imposte al Paese da Stati Uniti ed Europa a causa della crisi in Ucraina. Pechino ha detto di volerci investire un po’ di soldi, ma per il momento è piuttosto prudente, nonostante queste agevolazioni.

Il capo del Rdif, Kirill Dmitriev, ha spiegato senza andare troppo per il sottile che se il meccanismo avesse successo, potrebbe aiutare la banche cinesi a “spazzare” via dal mercato concorrenti europei e specialmente “italiani” che hanno ridotto il loro finanziamento all’economia russa dopo le sanzioni economiche. Un riferimento chiaro, secondo il quotidiano britannico, a Unicredit, uno degli più grandi istituti di credito stranieri presenti in Russia.

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